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I migliori cantautori secondo Rolling Stone | Da 74 a 50

Abbiamo selezionato 100 tra i migliori songwriter di tutti i tempi. Questa volta tocca a Patti Smith, Radiohead, Morrissey e Johnny Fuckin Marr

74. Patti Smith

“Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei”, recitava il verso iniziale di Horses, debutto della Smith nel 1975, proclamando il suo credo nella musica come provocazione e redenzione. Una poetessa androgina che ha spalancato la porta al punk mantenendo la fede nell’idealismo anni ’60 del rock, si è lasciata ispirare dal suo amore per Dylan, il garage rock e la poesia simbolista francese (ma anche dalla cultura enciclopedica del chitarrista Lenny Kaye) per riscrivere la storia del rock a sua immagine. Una collaborazione con Bruce Springsteen, Because the Night, divenne un successo da Top 20 nel 1978, e dopo una lunga assenza tornò nel 1988 con People Have the Power, e poi di nuovo nel 1996 con About a Boy, un tributo a Kurt Cobain, al defunto marito Fred “Sonic” Smith e all’amico friend Robert Mapplethorpe. La continua, profonda passione per il suo mestiere dimostra che non ha mai smesso di credere in quello che una volta ha definito “il diritto a creare, senza dover chiedere scusa, da un punto di vista che sorpassa definizioni di genere e sociali, ma senza dimenticare la responsibilità di creare qualcosa che abbia valore.”

73. Radiohead

Il cantante Thom Yorke, il chitarrista/geniaccio dell’elettronica/compositore orchestrale Johnny Greenwood e i loro restanti amici dei Radiohead, premiati sempre nell’insieme, hanno prodotto alcune delle canzoni più gloriose dei tempi moderni. Allontanandosi dal successo pop di Creep, il gruppo ha iniziato a decostruire e astrarre le strutture compositive. Yorke e Greenwood hanno chiamato il processo “defecatorio,” e Yorke spiega che i suoi testi posseggono la scorrevolezza del flusso di coscienza, l’inintelligibilità e “suoni che sono solo suoni” come ogni altra creazione instrospettiva. (per dirla con parole loro «È come se [le parole] ti venissero trasmette telepaticamente, come se usassi una tavola ouija»). Eppure se Frank Ocean, Vampire Weekend, Gillian Welch, Mark Ronson, Regina Spektor, Gnarls Barkley, the Punch Brothers ed altri producono cover delle loro composizioni un motivo c’è: perché i migliori — dalla ballata acustica Fake Plastic Trees al caleidoscopio digitale di Everything in It’s Right Place — sono indelebili.

72. Fats Domino e Dave Barthomolew

Il cantante/pianista Antoine “Fats” Domino ed il produttore/leader Dave Bartholomew iniziarono a lavorare insieme nel 1949. Nei successivi 14 anni, hanno collaborato su più di 50 singoli di successo — scritti perlopiù da uno dei due o entrambi — e sono diventati gli architetti del sound rock&roll di New Orleans: gioielli da due minuti e mezzo che sfoggiano effervescenti pezzi boogie al piano, ritmi e testi audaci che si ispirano al gergo locale.

«Ero solito scrivere canzoni basandomi soprattutto su cose che senti dire alle persone di continuo», ha detto Domino.

Bartholomew scrisse, a sua volta, dei successi per altri artisti di New Orleans, molti dei quali divennero pietre miliari del rock: I Hear You Knocking, One Night, I’m Walkin’. Dr. John ha detto a Rolling Stone che, dopo Lennon e McCartney, Domino e Bartholomew erano «probabilmente il più grande duo di compositori mai esistito. Usavano sempre una melodia semplice, una progressione di accordi coi fiocchi ed un groove da paura».

71. Walter Becker e Donald Fagen

Quando Walter Becker e Donald Fagen si incontrarono da studenti al Bard College negli anni ’60, legarono grazie al loro amore per il jazz, Dylan e l’umorismo sardonico e postmoderno di autori come Kurt Vonnegut e John Barth. Iniziò così il rapporto simbiotico che produsse una catena di canzoni sofisticate e pungenti che pure trovavano il loro posto nell’atmosfera rilassata delle frequenze radio degli anni ’70 — successi come Do It Again, Rikki Don’t Lose That Number e Peg.

Contrapponendo testi contorti e criptici, eppure toccanti, ad una musica che combinava elementi rock e jazz, complesse musicalità e melodie vellutate, gli Steely Dan produssero in successione albumi quasi perfetti da Can’t Buy del 1972 ad Aja del 1977. «Elaboravo una struttura musicale di base, magari un hook e di tanto in tanto l’idea per una storia», ha detto una volta Fagen, ricordando il loro processo. «Walter ascoltava quel che mi ero inventato e poi elaborava una sorta di struttura narrativa. Lavoravano insieme su musica e testi, inventandoci personaggi, aggiungendo scherzi musicali e verbali, rifinendo gli arrangiamenti e fumando sigarette ». Sebbene negli anni ’70 lasciavano di rado lo studio, oggi sono in tour inaspettatamente spesso, a suonare set dedicati ai loro album storici.

70. Dan Penn

Collaborando spesso con Spooner Oldham, Penn era parte integrante del sound soul meridionale che rifluiva da Muscle Shoals e Memphis, e le loro canzoni su amanti che la pagano cari i loro desideri divennero classici: Dark End of the Street per James Carr, I’m Your Puppet per James e Bobby Purify, “Cry Like a Baby” per i Box Tops (fu Penn a produrre The Letter per il primo gruppo di Alex Chilton). Il modo in cui riuscive a mescolare il groove profondo della musica da chiesta con melodie pop più leggere rendeva la sua musica elettrica, ma non c’era nulla di leggero nel suo più grande lavoro, Do Right Woman, Do Right Man. Scritto con Chips Moman, fu inciso da Aretha Franklin nel 1967, e la potenza femminista della predica flemmatica della Franklin sulla tentazione, la fedeltà e l’uguaglianza sessuale fu, come disse Jerry Wexler, “perfezione.” «Credo che tutte le canzoni migliori vegano da quelle sensazioni pure e grezze che non sai bene come spiegare», Penn ha detto una volta. «Tutto quello che riceviamo è un dono che possiamo prendere in prestito per un tempo limitato».

69. James Taylor

Taylor è stato uno degli artisti di maggior successo ed ascendente emersi dalla scena dei cantautori dei primi anni ’70. Descrivendo ogni aspetto della sua vita — la dipendenza dalle droghe, la disintossicazione, matrimoni e divorzi, la morte di amici e familiari — ha creato lo stampo per i balladeer introspettivi da Cat Stevens ad Elliott Smith.

«Inizia da una specie di malinconia, in qualche modo», ha detto una volta Taylor a Rolling Stone riguardo al suo processo compositivo. E proprio come Taylor stesso, classici come Fire and Rain, Don’t Let Me Be Lonely Tonight e Copperline appaiono delicati eppure sul piano della melodia sono resistenti come querce. Come ha detto il suo amico ed ex chitarrista Danny Kortchmar , «Sono come i canti di Natale. Sembra che siano stati scritti secoli fa».  Taylor stesso sa che taluni lo criticano per l’approccio in prima persona dei suoi pezzi: «Se lo trovano sentimentale e ed egocentrico, allora mi trovo d’accordo. Non è per tutti. E non è un segreto. Ma per quel che mi riguarda, c’è comunque qualcosa irresistibile che mi spinge a scrivere così».

68. Jay Z

Nessuno artista hip-hop si è classificato nella Billboard Top Ten più volte di Jay Z, e nessuno ha fatto di più per dare forma sia alla cultura che alla musica intorno a sé. Le sue canzoni più indimenticabili — Izzo (Hova), 99 Problems, Big Pimpin’ — mescolano rime affilatissime con hook granitici. Come fa notare lui stesso, a fine anni ’90 ed inizio anni 2000, non c’era estate senza che si potesse ascoltare un successo di Jay Z a palla dai finestrini di ogni macchina. Recenti punte di diamante come la collaborazione con Kanye West, Otis, e Picasso Baby del 2013 dimostrano che non c’è numero di pranzi con Warren Buffet o emergenze-pannolino a notte fonda che possano rallentare il suo flow da da e il suo roll da Sinatra. Ha cominciato a scrivere come hobby da bambino — producendo, come dirà più tardi, «100,000 canzoni prima che avessi un contratto con una casa discografica». Negli anni, la sua capacità di inventare dal nulla versi intricatissimi nella cabina di registrazione è divenuta leggenda, ma è anche un maestro nel contrapporre il testo giusto alla giusta atmosfera musicale: «Cerco di percepire l’emozione del pezzo e quello di cui il pezzo parla, lasciò che sia questo a dettare l’argomento», ha dichiarato. «La melodia viene successivamente, e poi le parole».

67. Morrissey e Marr

«Credo davvero che sia uno dei più grandi parolieri mai esistiti», ha detto il chitarrista Johnny Marr del suo co-compositore nel 1989, subito dopo lo scioglimento degli Smiths. »Credo che nessuno abbia la sua arguzia o il suo intuito o la sua originalità o la sua ossessione o la sua totale dedizione». Insieme, in meno di quattro anni, il duo ha scritto più di 70 canzoni, con Marr che si occupava degli arrangiamenti e della produzione e Morrissey ad esplorare nuovi mondi di miseria e disamore, spesso con molta più arguzia di quanta gliene fu riconosciuta allora. I testi di Morrissey calzavano come un guanto le melodie, stupendamente dettagliate, di Marr: il cadenzato racconto di un incidente ne “There Is a Light That Never Goes Out,” l’inno degli introversi che ricorda un Bo Diddley in versione spaziale How Soon Is Now?, e l’omoerotico afro-pop di This Charming Man, il folk nouvelle vague di Please Please Please Let Me Get What I Want, eccetera, eccetera, eccetera. Più ascolti più diventa chiaro che Marr non esagerava.

66. Kenny Gamble e Leon A. Huff

Hanno creato il loro primo grande successo con Expressway to Your Heart dei Soul Survivors nel 1967, ma a quel punto il duo formato da Kenny Gamble e Leon Huff lavorava insieme già da cinque anni, e nei 15 a seguire, avrebbero definito il sound del soul di Filadelfia e avrebbero aiutato la nascita della musica disco. Gamble scrisse gran parte dei loro testi, ed il tastierista Huff la maggior parte della musica, ma i loro ruoli erano flessibili, com’era il loro stile: scrissero commoventi canzoni d’amore (Me and Mrs. Jones), elastico funk dai toni politici (For the Love of Money), e musica dance riccamente orchestrata con ritmi che sarebbero divenuti punti fermi della disco (come il motivo di Soul Train, TSOP). Gamble ed Huff fondarono la Philadelphia International Records nel 1971, mettendo insieme una squadra di musicisti ed ingegneri intorno a loro, e nel corso degli anni ’70 erano quasi sempre nella classifiche R&B, lavorando con cantanti come gli O’Jays, Lou Rawls e Teddy Pendergrass.

65. George Harrison

Harrison scrisse una delle prime canzoni dei Beatles chiaramente a sfondo politico nel 1966 con Taxman ed uno dei più bei pezzi dell’ultimo periodo “Here Comes the Sun.” Ma la sua eredità di compositore fu assicurata per sempre quando Frank Sinatra dichiarò “Something,” la canzone del gruppo con più cover dopo Yesterday, la “più grande canzone d’amore degli ultimi 50 anni.” Harrison ha descritto il processo di composizione come un mezzo per “liberarsi di certi pesi dell’inconscio,” paragonandolo alla confessione. Dopo lo scioglimento dei Beatles, diede libero sfogo ai suoi impulsi creativi nel triplo album di debutto, All Things Must Pass, del 1970, e godette di un buon ritorno negli anni ’80 grazie al successo pop del 1987 Cloud Nine, insieme al breve periodo con i Traveling Wilburys. «Se George avesse avuto un gruppo tutto suo e avesse scritto per sé all’epoca, probabilmente avrebbe raggiunto la stessa fama di altri», disse un altro dei Wilbury, Bob Dylan.

64. Bert Berns

Un ragazzino del Bronx che si innamorò della musica nera e latina e addirittura si recò a Cuba durante la rivolta di Fidel Castro, Bert Berns ha iniziato la sua carriera nel 1960 a 31 anni come compositore al Brill Building e da lì intraprese una strada che includeva successi come Twist & Shout, Tell Him degli Exciters e Cry to Me Salomon Burke. Laddove altri autori dell’epoca cercavano la raffinatezza, le canzoni di Berns comunicavano una forte fame di romanticismo ed un bruciante desiderio. Dopo aver lavorato come produttore per la Atlantic Records, fondò le proprie etichette Bang e Shout, dove collaborò a stretto contatto con Van Morrison (notoriamente sul più grande successo del cantante, Brown Eyed Girl) e scrisse Piece of My Heart, che vide una cover dei Big Brother and the Holding Company. Berns, che soffriva di problemi di salute cronici sin dall’infanzia, morì di infarto nel 1967 a 38 anni. A scapito della sua grandissima reputazione tra gli altri compositori, resta una figura relativamente oscura nella storia del pop. «Bert merita di essere elevato al posto che gli spetta nell’industria musicale», ha detto di recente Paul McCartney.

63. Chrissie Hynde

Come leader dei Pretenders, Hynde ha unito i ritmi scalmanati e le chitarre abrasive del post-punk alla propensione per le melodie schiette da heartland rocker. Hynde ha avuto una delle carriere migliori dell’epoca New Wave: conquistando il grande pubblico del pop con pezzi pungenti come Brass in Pocket (I’m Special), Middle of the Road, e Back on the Chain Gang così come la vivace Don’t Get Me Wrong e ballate come 2000 Miles. Nonostante l’innata inclinazione per l’attività, la cantante dai toni insolenti era in realtà un po’ imbarazzata delle sue singolari strutture musicali, ammettendo, «La gente parla di seminari per cantautori e come si compone una canzone ed io sto qui che penso, ‘Non ne sapevo niente!’». I testi di Hynde si dimostrarono ancora più influenti, dispiegando una tenacia femminile che non era un semplice atteggiamento sexy, ispirando donne armate di chitarra e pop star che gestiscono da sé la propria carriera come Madonna, che ha detto, «Mi ha dato coraggio, mi ha ispirata, vedere una donna così sicura in un mondo dominato da uomini».

62. Harry Nilsson

Nilsson era un precursore del sound degli studi di Los Angeles studio, un ponte cruciale tra il barocco pop psichedelico della fine degli anni ’60 e l’era più intima dei cantautori degli anni ’70. Sovraincidendo la sua stessa voce perfetta, interpretava da sé la parte del coro angelico in canzoni come 1941 e la cover dei Beatles You Can’t Do That, e attirò l’attenzione del pubblicista dei Beatles Derek Taylor, che acquistò una scatola di dischi di Nilsson da mandare ad amici. Seguì un’amicizia che durò tutta la vita con John Lennon, che produsse l’album di Nilsson, Pussy Cats, nel periodo che denominò Lost Weekend. In canzoni come You’re Breaking My Heart (. . .so fuck you), Gotta Get Up, e I Guess the Lord Must Be In New York City contrappose i toni vivaci del pop a quelli cupi di un recluso, ed i Three Dog Night fecero di One (. . .is the loneliest number), un successo tra i primi cinque posti in classifica nel 1969. «Aveva un talento per le melodie. Che è un talento raro ed inesplicabile da avere», ha detto una volta Randy Newman della facilità con cui Nilsson gestiva complesse melodie e contrappunti. «Ce l’hanno persone come McCartney, Schubert, ce l’ha Elton John. Harry aveva quel dono».

61. Doc Pomus e Mort Shuman

Jerome Felder era un ragazzino ebreo di Brooklyn costretto ad usare le stampelle sin da quando aveva contratto la poliomielite a sei anni. Quando iniziò a cercare di farsi un nome come cantante blues, si faceva chiamare Doc Pomus. Ma abbandonò le scene a fine anni ’50 per comporre canzoni con Mort Shuman. Insieme la loro abilità di mettere insieme melodie dolci e testi sfaccettati era seconda solo a quelle di Leiber e Stoller tra i primi compositori del rock & roll. Tra il 1958 ed il 1964, stesero una sequela di arguti, audaci successi che fecero da ponte tra l’R&B ed il pop — in particolare Save the Last Dance for Me dei Drifters, Little Sister di Elvis Presley, A Teenager in Love di Dion e Can’t Get Used to Losing You di Andy Williams. Un esempio della creatività dei testi di Pomusè Young Boy Blues di Ben E. King, una collaborazione con Phil Spector, in cui ogni verso è un’unica, lunga frase. Spector più tardi definì Pomus, che morì di cancro nel 1991, “il più grande paroliere che sia mai vissuto”.

60. Willie Nelson

Nelson era un professionista in difficoltà nel Music Row quando Faron Young incise la sua ode ad una stanza vuota, Hello Walls, nel 1961. Seguì una catena di classici innegabili — Night Life, Funny How Time Slips Away, e Crazy, immortalata da Patsy Cline — e Nelson iniziò la sua carriera sulle scene, con buoni risultati. Ma all’inizio degli anni ’70 si trasferì ad Austin, in Texas, e si reinventò come punto d’unione tra la tradizione di Nashville e l’imperativo della libertà personale del rock, creando concept album come Phases and Stages e Red Headed Stranger, aiutando il consolidamento dello scarno movimento Outlaw Country ed elevandosi come il più grande interprete della canzone americana al di fuori di Frank Sinatra. Nessuno a parte Dylan ha fatto sua l’endless highway con un successo artistico maggiore — come spiegato da Nelson in “On the Road Again,” un successo da Top 20 e vincitore ai Grammy nel 1980 — e la sua carriera nello studio di registrazione è altrattanto vasta, spaziando dallo swing texano al reggae a pezzi con gli archi. “Willie è come se ti prendesse di soppiatto,” ha detto una volta Keith Richards. «Quelle splendide miscele che ha tra blues e country e i mariachi, quel tocco di Tex-Mex, quella tradizione di un bellissimo incrocio tra vari generi… È unico».

59. Tom Petty

«Le parole mi sono uscite da sole», ha detto Petty di American Girl, la sua canzone più grande e il suo primo singolo di successo. Iniziò negli anni ’70-’80 come l’erede più lucrativo della tradizione della composizione musicale degli anni ’60, sfornando successi dopo successi di compatto rock & roll dai vivaci suoni metallici – da I Need to Know a Refugee a The Waiting. Invecchiando, Petty ha esplorato in modo commovente i rapporti sentimentali (Echo, cronaca del divorzio del 1999) ed il lato oscuro del sogno americano (Hypnotic Eye del 2014), basando sempre la sua musica su esperienze comuni a noi tutti (Johnny Cash ha detto a Petty che il pezzo eponimo contenuto in Southern Accents del 1985 dovrebbe sostituire “Dixie” come inno ufficioso della regione). «Quando dei musicisti giovani mi chiedono quale sia la cosa più importante, rispondo sempre che è la canzone,” Petty ha detto a Rolling Stone nel 2009. “Ecco, puoi fare la cromatura ad un pezzo di merda, ma non cambierà al sostanza».

58. George Clinton

Nonostante l’uso sovversivo di hard groove, distorsioni, jamming, afrofuturismo e navicelle per stupire il pubblico dell’avanguardista radicale del funk George Clinton, il vasto repertorio dei P-Funk è stato costruito usando tecniche di composizione tradizionali. I Parliament nascono come un gruppo doo-wop negli anni ’50 guidato da Clinton, un giovane fan di Leiber e Stoller che aveva lavorato brevemente al Brill Building e che poi aveva composto per la Motown. Dopo essere stato esposto ad Hendrix, ai Vanilla Fudge e abbondanti quantità di psichedelici, la propensione pop di Clinton per i giochi di parole e le arguzie verbali aiutò a comunicare la sua filosofia interstellare. «Era un modo per sfidare la mente delle persone e mostrare loro che ciò che davano per scontato poteva non essere affatto la verità», ha scritto nella sua biografia. «In altre parole, era il classico modo di pensare psichedelico nel senso che non si accettava un no — od un sì — come risposta, invece si scavava un poco per vedere cos’altro poteva nascondersi oltre quella dicotomia». In seguito, le composizioni di Clinton divennero una delle basi per il G-Funk degli anni ’90, incluse canzoni come Dre Day di Dr. Dre e Who Am I (What’s My Name?) di Snoop Dogg.

57. Joe Strummer and Mick Jones

Non è un’esagerazione chiamare Joe Strummer e Mick Jones i Lennon e McCartney del boom del punk nel Regno Unito. Tra il loro ruggente debutto nel 1977 e il loro scioglimento nel 1983, il duo scrisse ad un ritmo infuocato, spesso nell’appartamento della nonna di Jones in un condominio popolare, sfornando le canzoni complete con tutta la band durante le prove. La pietra miliare del 1980, London Calling dei Clash, che Rolling Stone ha dichiarato il miglior album degli anni ’80, divenne un doppio album non perché così era stato pianificato, ma perché all’epoca scrivevano tantissime canzoni in pochissimo tempo. «Joe, quando ebbe imparato a battere a macchina, buttava fuori testi con una ottima percentuale di roba buona», ha ricordato Jones. «Poi io potevo buttare giù della musica mentre lui era alla macchina da scrivere». Strummer era la coscienza sociale dell band, occupandosi della maggior parte dei pezzi cantati, mentre Jones escogitò i momenti pop più memorabili della band — Train In Vain del 1980 e il successo del 1982 “Should I Stay or Should I Go. «Anche se non abbiano lavorato insieme per anni dopo che Strummer cacciò Jones dai Clash, il duo stava nuovamente collaborando poco prima della morte di Strummer nel 2002. “Ne avevamo scritto un blocco», ha detto Jones. «Non eravamo soliti scrivere una sola [canzone], le scrivevamo in blocco in una sola volta — come se stessimo preparando de gumbo».

56. Madonna

Prima di diventare una star, Madonna era una compositrice con un buon orecchio per hook e slogan lirici, che suonava pezzi come Lucky Star per le compagnie discografiche sperando di ottenere un contratto. I suoi primi pezzi fecero dei ritmi elettronici che provenivano dalle discoteche newyorchesi oro puro per le radio di tutto il mondo. Ma canzoni come la sua affermazione più forte, Like a Prayer, sono anche in grado di evocare un potere trascinante che rivaleggia con Springsteen o gli U2. Madonna ha ingaggiato moltissimi collaboratori nella sua strada verso la vendita di più di 300 milioni di album — iniziò lavorando con co-compositore di vecchia data Patrick Leonard dopo che lui le portò Live to Tell nel 1986, e da Shep Pettibone e William Orbit negli anni ’90 passando per Diplo, Avicii e Kanye West in Rebel Heart nel 2015, ha lavorato con successo con tanti produttori per altrettanti generi. Attraverso tutto questo, le sue canzoni hanno sempre riportato il marchio del suo gusto personale e sono state caratterizzate da dettagli autobiografici. «È cresciuta ascoltando Joni Mitchell e la Motown e. . . incarna il meglio di entrambi», dice Rick Nowells, che ha scritto con Madonna Ray of Light del 1998. «Scrive stupendamente canzoni dai toni intimi, ed è anche una superba autrice di successi pop».

55. Tom Waits

Waits iniziò come un fanatico del passato, un jazzista beatnik che tesseva le lodi di vecchie auto e di frequentatori abituali di bar ed era alla ricerca del cuore del sabato notte. Gli albori della sua carriera hanno prodotto gemme come The Piano Has Been Drinking (Not Me) e Jersey Girl, resa famosissima da Bruce Springsteen. Ma con Swordfishtrombones del 1983 e Rain Dogs del 1985, fiorì quello che lui chiamò il suo periodo “sur-rurale”, ispirandosi al vecchio blues, al cabaret tedesco e all’R&B degli angoli di strada per creare canzoni popolate da nani con un solo braccio che giocano a dadi, uomini con dita mancanti che suonano strane chitarre e camionisti fantasma chiamati Big Joe. «Agiti la mano e loro si disperdono come corvi», cantava, con la sua voce da lama arrugginita, ad una ragazza di Brooklyn dei suoi corteggiatori. «Sono solo spine senza la rosa». Sarebbe stato il suo successo più grande — Rod Stewart portò Downtown Train al terzo posto nella Billboard Hot 100 nel 1989. «Il processo creativo è immaginazione, ricordi, incubi e smantellare certi aspetti di questo mondo per poi rimetterli assieme al buio», disse Waits. «Le canzoni non sono per forza cronache esatte o pagine di diario, sono come fumo».

54. Kurt Cobain

L’assalto noise spaccatimpani dei Nirvana non sarebbe ammontato a molto se non fosse stato per le astuzie pop, apparentemente brillanti, che lo sorreggono. Kurt Cobain era stato cresciuto con gli LP dei Beatles, cosa che si sente chiaramente in canzoni come About a Girl e Something in the Way. Inoltre praticava come Dylan la regola dell’ama-e-ruba anche con il pop più inconsueto, distillando con maestria le icone indie-rock Pixies in Smells Like Teen Spirit e il gruppo britannico post punk Killing Joke in Come as You Are. Sul piano dei testi, canzoni come Rape Me e Stay Away (con l’indimenticabile dichiarazione God is gay) portarono profonde provocazioni sulla questione di genere ad un pubblico di massa — uno dei più sorprendenti risultati sovversivi raggiunti nella storia del rock. E se versi come “I feel stupid and contagious/here we are now, entertain us” sono diventati epigrammi di una generazione, è grazie alla loro criptica capacità di descrivere un dolore inarticolato. «Non mi piace rendere le cose troppo ovvie, perché stancano», disse Cobain. «È così che mi piace l’arte».

53. Stevie Nicks

I Fleetwood Mac riscossero un successo enorme negli anni ’70 grazie a tre cantautori di grande calibro — il chitarrista/produttore/mente del gruppo Lindsey Buckingham, l’usignolo dai toni blues Christine McVie e la gypsy queen in persona, Stevie Nicks. Le sue Rhiannon, Sara e Gold Dust Woman erano zeppe di immagini stregonesche post-hippie, ma sotto la fragile superficie, erano tenaci racconti di sofferenze d’amore e tradimenti nella L.A. ai tempi dell’amore libero e delle droghe pesanti. Lei e Buckingham erano una coppia quando si unirono ai Fleetwood Mac, ma alcune delle sue canzoni migliori nacquero dalle rovine della loro relazione — inclusa Dreams, conquistatasi il primo posto delle classifiche. «Scriviamo l’uno dell’altra, l’abbiamo sempre fatto, e probabilmente continueremo a farlo fino alla morte», ha detto a Rolling Stone l’anno scorso. Le sue capacità autoriali restano intatte, come ha provato con la perla del 2011 In Your Dreams. Ma la sua canzone più famosa è ancora Landslide, la sua lamentazione acustica per i bambini che crescono, scritta prima di compiere 30 anni. «Avevo solo 27 anni», ha detto. «Era il 1973 quando l’ho scritta, circa un anno prima che entrassi nei Fleetwood Mac. Puoi sentirti davvero vecchia a 27 anni».

52. The Notorious B.I.G.

Il più grande rapper di tutti i tempi bilanciava la concretezza tutta gangsta e la giocosità dell’R&B, dimostrando che un ragazzino anonimo, auto-descrittosi come “nero e brutto”, può diventare una grande star del pop grazie a puro talento e carisma. Al centro della musica di Biggie era la sua capacità di sfornare chilometri di versi vivaci tanto buoni a cantarsi quanto da citare — “Birthdays were the worst days, now we sip champagne when we’re thirsty,” “Poppa been smooth since days of Underoos” eccetera, eccetera. Lavorando con il produttore Sean “Puffy” Combs, ferrato nel pop, Biggie ha lavorato sodo per tutta la sua breve carriera —dal realismo sociale di “Things Done Changed” all’euforica celebrazione dell’arricchimento dopo un passato di povertà “Juicy” a performance agevolmente virtuose come Hypnotize e Ten Crack Commandments, entrambe tratta dal suo canto del cigno, Life After Death del 1997. “Volevo produrre musica che facesse sapere alle persone che lui era di più che un semplice gangsta rapper,” Combs disse in seguito. “Mostrava il suo dolore, ma alla fine voleva far divertire le persone.”

51. Willie Dixon

Dixon era un discreto performer e bassista, ma ha dato il suo più grande contributo come compositore della compagnia Chess Records negli anni ’50. Dixon fu essenziale nel definire la forma del blues dopo la guerra a Chicago, offrendo a maestri come Muddy Waters e Howlin’ Wolf riff netti e precisi come le pieghe di un completo nuovo e testi così audaci che sarebbero stati terrificanti se realistici anche solo per metà. All’inizio degli anni ’60, mentre una nuova generazione scopriva il blues, innumerevoli uomini bianchi stavano imparando ad esagerare le loro imprese sessuali dalle canzoni di Dixon. È possibile che nessun altro autore blues a parte Robert Johnson abbia avuto un impatto così profondo sullo sviluppo della musica rock: Mick Jagger ha preso la sua andatura da Little Red Rooster, di cui gli Stones hanno realizzato una cover fedele nel 1964; i Doors realizzarono una lasciva versione losangeliana di Back Door Man nel loro debutto del 1967; e più tardi i Led Zeppelin ammisero il debito che Whole Lotta Love doveva a You Need Love e Bring It on Home di Dixon quando dovettero risolvere una disputa per i diritti d’autore negli anni ‘«Lui è la colonna portante della composizione blues del post guerra», ha detto Keith Richards, «l’assoluto».

50. Billy Joel

From a town known as Oyster Bay, Long Island, rode a boy with a six-pack in his hand — Billy Joel, nella realtà un pianista di Hicksville. Joel iniziò suonando in band che facevano rock & roll prima di tornare al piano all’inizio degli anni ’70. «Dopo sette anni che cercavo di diventare una rock star, decisi di fare quel che avevo sempre voluto fare — scrivere delle mie esperienze», disse nel 1971, ai tempi del suo album di debutto, Cold Spring Harbor. Joel ha sempre avuto una simpatia per il Tin Pan Alley, ottenendo dapprima il successo con il racconto semi-autobiografico di un lento consumarsi lavorando come musicista nella lounge di un bar, Piano Man. Ma Joel ha applicato le sue conoscenze classiche ad diversi stili rock, producendo successi come autore di ballate proletarie (She’s Always a Woman) o di soul doo-wop (The Longest Time), mettendosi alla prova con serenate jazz sulla vita quotidiana nelle strade che ricordavano Scorsese (Zanzibar, Stiletto). La sua canzone più distintiva, Scenes from an Italian Restaurant, è un epico racconto di sette minuti che tratta di sogni suburbani che tirano le cuoia in una trattoria. Buon cinquantesimo anniversario, Brenda e Eddie.

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