I grandi session men internazionali nei dischi italiani: top e flop | Rolling Stone Italia
«Hai mica il numero dei Toto?»

I grandi session men internazionali nei dischi italiani: top e flop

Semplici firme o interventi decisivi? Professionisti che si adeguano al nostro pop o portatori di altri linguaggi musicali? Dieci esempi di collaborazioni tra artisti nostrani e turnisti anglosassoni

I grandi session men internazionali nei dischi italiani: top e flop

I Toto in Italia nel 1982. Sì, quelli sono Telegatti

Foto: Angelo Deligio/Mondadori Portfolio via Getty Images

Quella voglia d’America o quanto meno d’Inghilterra, che è da sempre un malcelato complesso edipico della discografia italiana, si rinnova mutando forma dall’inizio degli anni ’80. In un mercato dichiaratamente intonato sul diapason anglosassone, giungono negli studi di registrazione italiani equipaggiamenti, pratiche e soprattutto professionisti internazionali. D’altronde è ancora un momento di vacche grasse per le major, ben felici di sborsare per reclutare i migliori strumentisti. E se Maometto non va alla penisola, sono i nostri interpreti più quotati e sovvenzionati a delocalizzare la loro produzione all’estero (al primo esule Battisti faranno seguito Cocciante, Baglioni e molti altri interpreti mainstream).

Ciò che più interessa dal punto di vista musicale è che dopo anni di maldestri tentativi di imitazione, il rock espresso dai session men “madrelingua” diventa per gli italiani un vero e proprio pedigree; le loro comparsate sono, nei casi migliori, occasioni di aggiornamento per chi opera nei nostri studi e si trova a confronto con un diverso tipo di professionalità. A un certo punto però il gioco mostra la corda: spesso le firme restano tali, nomi altisonanti usati più come testimonial che come artisti. Un po’ come farsi un selfie su disco con la celebrità di turno.

E quindi cosa porta in dote l’ospite straniero, rispetto allo stile abituale dell’artista che lo ingaggia? Proviamo a rispondere scorrendo una playlist relativa a un’epoca precedente lo smart working discografico, quando collaborare significava condividere davvero lo spazio fisico degli studi.

TOP:

Io vivo come te (Pino Daniele con Wayne Shorter, 1982)

Io vivo come te (2021 Remaster)

Una fusione felice. Da una parte la Napoli popolare della bella ‘mbriana, spirito domestico capace di «ringiovanire un vecchio e di arricchire un povero». Dall’altra il jazz contemporaneo di stampo afroamericano con cui Alphonso Johnson e Wayne Shorter arricchiscono gli arrangiamenti di un Pino Daniele ormai pienamente consapevole della propria direzione. È soprattutto il sassofonista dei Weather Report a seminare bellezza tra i brani di Bella ‘mbriana. Tra questi, spiccano Toledo — in cui Wayne offre preziosi contributi compositivi — e Io vivo come te, tornato in auge sul web dopo la sua recente scomparsa. I suoi interventi lirici portano per la prima volta nelle nostre hit parade un fraseggio inconfondibilmente fusion, eppure perfettamente coerente con la scrittura dei brani. Il suono è cristallino, le frasi misurate. «Il feeling è sicuro», direbbe Pino.

FLOP:

Papà perché (Zucchero con Jeff Beck e Stewart Copeland, 1995)

Zucchero - Papa' Perche

In casi come questi, al contrario, davvero non si comprende il bisogno di scomodare due assi d’oltremanica per un semplice cameo. Certo, al tempo di Spirito DiVino la reputazione di Zucchero Fornaciari è ormai attestata a livello globale ed è quasi consuetudine per lui sfoggiare due nomi illustri in uno stesso brano. Peccato però che nessuno dei due venga valorizzato, un po’ come la proverbiale Ferrari tenuta in garage. Di Stewart Copeland emerge sicuramente l’identità sonora, con piccole finezze quali il nitido pattern sui charleston a 0’25”. Ma la buonanima di Jeff Beck avrebbe certamente meritato maggior presenza, oltre alle classiche note lunghe trattate col potenziometro del volume, e un pugno di battute di solo peraltro penalizzate dal mix. Parafrasando il titolo, viene da chiedersi: Adelmo, perché?

TOP:

Lo Stato A, lo Stato B (Elio e le Storie Tese con Vinnie Colaiuta, 1996)

Lo Stato A, Lo Stato B

Tutt’altro discorso per questa joint venture ad armi pari, priva di quella soggezione reciproca che spesso finisce per sabotare gli incroci tra musicisti italiani e stranieri. Considerando la successiva collaborazione con Ike Willis, la presenza di Vinnie Colaiuta in una manciata di brani di Eat the Phikis si può leggere in chiave di networking: un ulteriore anello di congiunzione a saldare il mondo di Elio con quello di Zappa. Ad accomunare le due sfere, tra le altre cose, le figurazioni serrate, i ritmi dispari, il sardonico gusto citazionista. Pronti, via, e il batterista statunitense dà subito un assaggio delle sue virtù poliritmiche, con i piatti pulitissimi a destra e il pattern cassa-rullante a sinistra, fino al fill che introduce il cantato a 30”. Non a caso, dopo questa esperienza affermerà di non aver affrontato partiture così complesse sin dai tempi di Zappa.

FLOP:

Mestieri che s’inventano (Edoardo Bennato con Pino Palladino, 1987)

Mestieri Che S'Inventano

Non si inventa di certo il mestiere di session man, anzi: Pino Palladino rappresenta all’epoca dei fatti l’unico al mondo capace di garantire quel suono fretless fino ad allora monopolio esclusivo del dio Pastorius. Ma ci troviamo di fronte a un altro di quei mix che obbligano ad aguzzare le orecchie oltre il dovuto per ricercare ciò che sarebbe lecito attendersi in primo piano da un featuring del genere. Né va meglio con La città obliqua, altra traccia che ospita il futuro bassista degli Who nello stesso album (Ok Italia, non certo il vertice della carriera di Bennato, come si potrà dedurre). Con le dovute differenze, vale un po’ quanto detto sopra per Zucchero e Jeff Beck: a cosa serve assicurarsi il servizio di un tale virtuoso se produzione, mix e arrangiamento non ne sfruttano le armi migliori?

TOP:

L’uomo più semplice (Vasco Rossi con Taylor Hawkins, 2013)

Vasco Rossi - L'uomo più semplice

Taylor Hawkins dei Foo Fighters era entrato in contatto con Vasco Rossi già verso la metà degli anni ’90, incidendo in studio Anche se, una prima versione di Praticamente perfetto, poi pubblicata nell’album Nessun pericolo… per te. Come per la precedente esperienza, è eloquente il suo contributo nel guidare in prima persona il sound di Vasco verso territori ancor più hard, certificando il tutto con uno slang musicale pienamente West Coast. Pattern anch’essi semplici, in linea con il titolo, ma suonati con tiro e ampiezza dinamica inconfondibili. E sembra di rivederlo, Taylor, che scandisce il refrain in canotta e shorts, mentre capelli e bacchette rimbalzano all’unisono dopo ogni frustata sul rullante.

FLOP:

Sotto le stelle del Messico a trapanar (Francesco De Gregori con Sly Dunbar e Robbie Shakespeare, 1985)

Francesco De Gregori - Sotto le stelle del Messico a trapanar (Official Audio)

Poteva far meglio, De Gregori. Quella voglia d’America, nel suo caso, si traduce una volta di troppo in emulazione dylaniana. Dopo aver sentito i Riddim Twins giamaicani fare da sezione ritmica a Bob in Infidels e in Empire Burlesque (uscito durante la lavorazione del suo Scacchi e tarocchi), De Gregori va a New York per registrare con loro. Giusto un paio di pezzi, di vaga ambientazione tex-mex: I cowboys e Sotto le stelle del Messico a trapanar, a ben vedere i peggiori di un buon album concepito per affrancarsi da certe sonorità cantautoriali. Ne esce una cosa spuria tra Dylan e De André, una disavventura a Durango in cui i pattern di Dunbar assomigliano già ai sample che li veicoleranno di lì a qualche anno, mentre il basso di Shakespeare rimane impantanato ai margini della soundbox. Lontano, troppo lontano dal suo gemello.

TOP:

Strani giorni (Franco Battiato con David Rhodes, 1996)

Strani Giorni (2021 Mix)

Nell’economia di un album di svolta qual è L’imboscata, David Rhodes ha un peso specifico altissimo. È la sua chitarra graffiante ad aprirne le danze (ce lo ricordiamo tutti – no? – il riff della prima traccia, Di passaggio), per poi stabilire definitivamente la tinta di base di tutto il lavoro in Strani giorni. Il ritorno al rock di Franco Battiato non sarebbe stato possibile – certamente non con lo stesso impatto – senza le corde dell’ex braccio destro di Peter Gabriel, la cui Fender dai treble brillanti caratterizza tutta la tracklist, seducendo l’ascoltatore e lo stesso cantautore. Il quale, oltre a richiamare Rhodes per Ferro battuto e per i tour dei rispettivi album, si convincerà a riabbracciare in prima persona l’elettrica sul palco.

FLOP:

Stesso treno (Riccardo Cocciante con Mike Porcaro e Steve Lukather, 1983)

Riccardo Cocciante - Stesso Treno

Cosa c’entra Cocciante con i Toto? Nel 1983 il cantautore ha appena rotto il sodalizio con la RCA per passare alla Virgin avvalendosi di James Newton Howard per la produzione, e se ne va a registrare in California per celebrare la svolta internazionale. Assieme a Mike Baird, Dean Parks e Paulinho da Costa ci sono i Toto al 50%: Mike Porcaro e David Hungate (nella band fino all’anno prima) al basso, Steve Lukather alla chitarra. Al 50% potremmo attestare anche il tasso di innovazione rispetto ai tempi di Cervo a primavera: in questo e negli altri brani dell’album Sincerità non è sempre facile dire quanto il sound dell’interprete si intoni a quello dei suoi turnisti e viceversa. A Lukather bastano dieci secondi (da 3’25”) per lasciare la sua impronta, ma francamente è troppo poco, pur essendo un album di Cocciante. Lost in translation.

TOP:

In orbita (Jovanotti con Mike Landau, 2008)

Ovvero l’importanza della riconoscibilità timbrica per un session man. Turnista tra i più raccomandabili e richiesti negli anni 2000, Mike Landau approda al Safari di Lorenzo Cherubini in una carovana capitanata niente meno che da Ben Harper (prestigioso testimonial per Fango) in cui ritroviamo gli stessi Sly & Dunbar già compagni di viaggio del De Gregori tex-mex. Nella traccia in esame, affiancato al collega Riccardo Onori, Landau affida la sua riconoscibilità al timbro, sciorinando arpeggi e accordi sgranati con un riverbero di quelli che strizzano l’occhio agli anni ’50. E così, incastrandosi con naturalezza tra il basso di Saturnino e il drumming elettronico di Leo Fresco, riesce con mestiere e sobrietà a tenere in orbita il pezzo.

FLOP:

Les cornichons (Mina con Brian Auger, 1989)

Les Cornichons (Big Nick) (2001 Remaster)

Poche luci e molte ombre per questo feat che vede protagonista il virtuoso dell’Hammond già reclutato tre anni prima per gli album di Zucchero (Rispetto) e Mango (Odissea). Qui si trova al servizio di Mina, in diversi brani di Uiallalla, doppio LP equamente spartito tra cover e inediti. Le reinterpretazioni della cantante però sono meno convincenti che in altri casi e in questo pezzo, così come nel medley che apre l’album (La pelle nera / Johnny B. Goode / Black Betty / Angeli negri), l’organo di Auger subisce un effetto di autoparodia. Altro che ruggiti, per il leone londinese: l’impressione prevalente è piuttosto di trovarci già davanti a una vecchia gloria che insegue se stesso, mentre l’Hammond che si trasforma in Farfisa. Che pessimo incantesimo.