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I 5 momenti più incredibili della vita di Bowie

Da quando era convinto che Jimmy Page fosse uno stregone nero che voleva rubargli l'anima a quando dovette uccidere Ziggy per salvare la psiche, ripercorriamo in cinque punti le mille vite in una che Bowie visse.

1Il metodo De Fries

Ottenuto il successo in patria grazie a Ziggy Stardust, a Bowie restava da conquistare solo la tanto amata America. Per riuscirci, tuttavia, a David servì l’aiuto del manager Tony Defries e del cosiddetto “metodo MainMan”, che prendeva il nome dalla sua agenzia. Defries fece capire a David che per diventare una rockstar avrebbe dovuto comportarsi come se lo fosse stato davvero, in modo che tutti si convincessero della cosa. Che poi, a conti fatti, fosse ancora il musicista squattrinato di sempre non contava nulla. Avendo compreso l’importanza dell’apparire, del far credere in modo che poi tutti lo credessero davvero, Defries aiutò in maniera incalcolabile Bowie nel costruire quell’idolo pop supremo che entrambi avevano in testa. Vennero così assunti addetti alla pubblicità per assicurarsi che le porte per lui fossero sempre aperte, guardie del corpo e limousine che lo portassero ovunque desiderasse. Ogni singola foto, ogni fotografo presente ad un evento veniva controllato come se Bowie fosse una celebrità, quando invece la maggior parte delle persone presenti nei luoghi dove si presentava nemmeno conoscevano il suo nome.

2Uccidere Ziggy per salvare la propria psiche

Se, inizialmente, Bowie faceva riferimento a Ziggy Stardust parlando in termini teatrali e riferendosi al personaggio come ad un ruolo, durante l’Aladdin Sane Tour il confine tra David Bowie e Ziggy Stardust divenne completamente inesistente. Alle interviste non si presentava più David, ma Ziggy, in un gioco pericolosissimo che ormai aveva assunto i connotati dell’identificazione proiettiva paranoide, che fece ripiombare Bowie nell’incubo delle ossessioni legate ai disturbi mentali della propria famiglia. Durante uno dei rarissimi momenti di lucidità del periodo, la sera del 3 luglio all’Hammersmith Odeon di Londra David capì che Ziggy sarebbe dovuto morire per sempre. “Pensai che potevo anche portarlo in giro per interviste. Perché lasciarlo solo sul palco?” – ammise qualche anno dopo – “Poi per diversi anni quello stronzo non ha voluto sapere di lasciarmi andare in pace. Divenne davvero pericoloso. Dubitavo fortemente della mia sanità mentale. Penso di essermi spinto fin sull’orlo del precipizio, giocando con la mia mente in modo molto pericoloso”.

3Dichiararsi gay al Melody Maker

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Poco prima di dare vita al personaggio di Ziggy Stardust, durante un’intervista con Michael Watts del Melody Maker, Bowie confessò di essere sempre stato gay, fin dai tempi in cui si faceva chiamare ancora con il suo vero nome. Quel coming out, reale o strumentale che fosse, fu l’ultimo tassello di un percorso perfettamente studiato e che diede i risultati desiderati. Sebbene il primo a manifestare un certo scetticismo fu proprio il giornalista che riportò quella confessione, il fatto che Bowie dichiarasse apertamente qualcosa di così esplicito legato ai suoi gusti sessuali ebbe una rilevanza che nessuno, nemmeno lui, in quel momento poteva comprendere. Molto probabilmente, come lo stesso Bowie era solito dire fin dai tempi dei Kon-rads e come la sua vita avrebbe confermato, si trattava più di una bisessualità o comunque di un appetito sessuale così sfrenato da trovare sfogo in entrambe le direzioni, piuttosto che di un’esclusiva pulsione per il suo stesso sesso. Dichiarare una cosa del genere pubblicamente fu un gesto senza precedenti: basti solo pensare che il suo nume tutelare Lou Reed, per aver detto una cosa del genere ai propri genitori, fu sottoposto per mesi a sedute di elettroshock che ne condizionarono per sempre animo e arte. La notizia fece il giro del mondo e spinse migliaia di giovani a liberarsi delle paure legate al proprio aspetto fisico e a liberare la propria sessualità.

4Convincersi di essere davvero L’Uomo Che Cadde Sulla Terra

David Bowie nel 1976, sul set de ‘L’uomo che cadde sulla terra’. Foto Corbis


Convincersi di essere davvero L’Uomo Che Cadde Sulla Terra: prima di lasciare New York per andare a vivere a Los Angeles, Bowie incontrò il regista Nicolas Roeg che, dopo averlo visto nel documentario Cracked Actor, si convinse che fosse perfetto per interpretare il ruolo di Thomas Jerome Newton nella trasposizione cinematografica del libro L’Uomo Che Cadde Sulla Terra di Walter Tevis. Nonostante fossero state le scene più deliranti e drogate del documentario a convincere Roeg, sembrò quasi inevitabile che il ruolo di un alieno giunto sulla terra per salvare il proprio pianeta, diventato ricchissimo grazie a provetti che solo lui poteva concepire e poi sprofondato in un abisso di dipendenza e depressione venisse pensato per Bowie. Secondo Roeg, David non dovette nemmeno recitare, tanto il ruolo sembrava essere stato immaginato proprio per lui. Come già accaduto in passato, tuttavia, Bowie finì per ripiombare nella spersonalizzazione più assoluta. Pieno di allusioni alla vita di Cristo, il film era tutto tranne che il classico film di fantascienza, quanto piuttosto un racconto allegorico che toccava temi come la dislocazione, il potere, l’impotenza e la corruzione. Avvertito da Roeg che quell’interpretazione avrebbe potuto rimanergli attaccata per anni, Bowie, aiutato anche dal suo stato psicologico claudicante, finì per trasformarsi in tutto e per tutto in Thomas Jerome Newton. Fu infatti il protagonista del film a fare ritorno a Los Angeles e non Bowie, tanto che sia l’acconciatura che i vestiti che indossava erano esattamente gli stessi utilizzati nel film. L’alienazione e l’isolamento in cui ripiombò appena messo piede nella mecca del cinema finirono quindi per plasmare completamente la nuova musica che sarebbe andato a comporre e avrebbero reso possibile la creazione del suo nuovo alter ego artistico: il Sottile Duca Bianco, The Thin White Duke.

4Convincersi di essere davvero L’Uomo Che Cadde Sulla Terra

La metà degli anni settanta rappresentò senza dubbio il periodo più delirante dell’esistenza di Bowie, giunto a pesare poco più di quaranta chili e ad apparire come una sorta di junky senza possibilità di ritorno. Andare a vivere a Los Angeles, per di più a casa del bassista dei Deep Purple Glenn Hughes, che gli contendeva il ruolo di artista più drogato della West Coast, non fu una grande idea. I mesi successivi all’uscita di Young Americans furono infatti quanto di più allucinante Bowie si fosse trovato a vivere nella sua già alienata esistenza. Immerso in letture che passavano senza soluzione di continuità da trattati di magia nera a saggi sul nazi-fascismo, alimentati da un consumo di cocaina che avrebbe ucciso la gran parte degli abitanti di L.A., Bowie finì in una spirale fatta di pentacoli, incantesimi, deliri, visioni e paranoie terrificanti, in cui delle groupie che suonavano al suo campanello potevano trasformarsi in streghe minacciose e Jimmy Page, un altro artista ossessionato dall’occulto e da Crowley come lui, ad un certo punto diventò un vero e proprio incubo per l’artista: Bowie si convinse infatti che Page fosse uno stregone nero che volesse rubargli l’anima e distruggerla.

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