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I 20 singoli migliori degli anni ‘10

Robyn, Taylor Swift, Kendrick Lamar, J Balvin, Drake... Ecco le canzoni più belle degli ultimi dieci anni secondo Rolling Stone USA

Foto nell'illustrazione: Getty Images

Negli anni ’10, lo streaming ha cambiato la percezione di che cosa sia una canzone di successo. Mentre i servizi di streaming tentavano di segmentare il gusto attraverso l’uso di playlist, le persone obbedivano solamente al proprio gusto e gli artisti erano liberi di seguire le proprie inclinazioni. La nostra lista delle migliori canzoni del decennio include dive della porta accanto, fuorilegge del country, rapper radicali, gruppi rock col cuore in mano e star di pop latino dalle ambizioni globali. È stato un grande decennio per canzoni che sembravano fatte apposta per la Top 40, ma anche per ibridi musicali impensabili una decina d’anni fa.

20. “Oblivion” di Grimes

Con una frangetta tinta di rosa e una voce da soprano ‘ultraterrena’, l’eccentrica canadese Claire Boucher ha dato il via a una nuova epoca dance pop con l’album del 2012 Visions. Nel pezzo migliore dell’album, Oblivion, Boucher parla dei pericoli che una donna corre ad andare in giro di notte, accompagnata dal suono di un sintetizzatore. «Sono stata aggredita e per un bel po’ di tempo ho avuto grosse difficoltà ad avere relazioni di qualunque tipo con gli uomini», ha rivelato Boucher a Spin. «C’è stato un periodo in cui ero letteralmente terrorizzata dagli uomini». Nel video, Boucher gira per impianti sportivi circondata da ragazzi a torso nudo che urlano, un sogno di convivenza pacifica tra donne e uomini in luoghi dove solitamente viene esercitato il dominio maschile. (Suzy Esposito)

19. “Hold On” Alabama Shakes

Il singolo che ha reso celebri gli Alabama Shakes è stato realizzato alla vecchia: durante un concerto la band ha aggiunto un riff a una canzone incompiuta, mentre la cantante Brittany Howard improvvisava il testo. La versione finale non somigliava alle canzoni che si sentivano in radio: c’erano un groove scarno, la voce elastica di Howard e chitarre che suonavano come strumenti ‘veri’, non processati digitalmente. Ciò che ha permesso alla canzone di durare è però il messaggio di speranza. «Avevo bisogno di un sacco di forza per andare al lavoro, suonare dopo aver staccato, dormire due ore, tornare al lavoro… Insomma, avevo bisogno di sperare, di pregare affinché un giorno potessi lasciare il mio lavoro e fare qualcosa che mi rendesse felice», ha detto Howard. «Per farcela devi credere in qualcosa». (David Browne)

18. “Bad and Boujee” Migos

«È in stile trap, non pop», ha detto Offset a Rolling Stone, riflettendo sull’improbabile ascesa in vetta alle classifiche di questo brano diffuso inizialmente negli strip club di Atlanta. Lunga quasi sei minuti, ricca di fantasiose rime acrobatiche sul fare e spendere soldi e con un beat di Metro Boomin carico di presagi negativi ma finemente stratificato, la parte iniziale del ritornello – “Rain drop, drop top” – ha generato un’inevitabile serie di meme pur non essendo affatto orecchiabile. Featuring? C’è Lil Uzi Vert, non ancora famoso, che sperpera 100 mila dollari ogni 300 mila che mette in cassaforte. È una serata tra ragazzi e una sfida a unirsi a loro. (Nick Catucci)

17. “Get Lucky” Daft Punk

Nel 2013, mentre la Miley Cyrus di Bangerz twerkava e impazzava il Kanye West di Yeezus, due ragazzi francesi sdrammatizzavano la musica con un pastiche disco in collaborazione col mago del funk Nile Rogers alla chitarra e Pharrell Williams alla voce. «Non saprei dire se è un pezzo disco», disse Williams. «Sembra più post disco». E difatti, mentre la melodia impeccabile si ripete come il battito cardiaco accelerato di un ballerino, il falsetto semplice e decisamente moderno di Williams rimpiazza gli acuti delle dive degli anni ’70, promettendo una qualche forma di trascendenza. I Daft Punk poseranno pure da robot, ma questo e altri loro pezzi sono pieni di umanità. (Nick Catucci)

16. “Stoned and Starving” Parquet Courts

Andrew Savage dei Parquet Courts stava facendo da cat sitter per un amico quando decise di farsi un pub crawl a Ridgewood, nel Queens. Il giro sarà d’ispirazione per il successo della più grande band indie rock del decennio, con Savage che trasforma la frase “Stavo pensando a Swedish Fish, alle noccioline o alla liquirizia” in un dilemma esistenziale. Dal vivo, la band ha trasformato il brano in un epico racconto psichedelico nel solco della tradizione newyorkese di Television e Feelies, inaugurando un decennio in cui i Parquet Courts hanno dimostrato di essere molto più di una semplice band nostalgica dell’indie anni ’90. Si sono poi stufati di suonare Stoned and Starving quando i collegiali hanno iniziato a richiederla a gran voce ai loro concerti e anche questa cosa fa molto anni ’90. (John Dolan)

15. “Mi Gente” di J Balvin e Willy William

«Il bello di Mi Gente è che l’ho scritta in spagnolo con Willy William, un produttore di Parigi… e che è arrivata al numero uno in tutto il mondo», ha detto Balvin nel 2018. La star colombiana del reggaeton si è battuto per un futuro del pop inclusivo e privo di confini, e canta di queste cose mentre William fa la sua parte con un riff di synth-horn contagioso e con un beat martellante. Mi Gente era un successone prima del remix di Beyoncé. Come ha spiegato Balvin, «non è stata una strategia per renderla ancora più famosa… è un fatto culturale». (Suzy Esposito)

14. “Shallow” di Lady Gaga & Bradley Cooper

Shallow ci ha messo solo dieci secondi per diventare una delle migliori canzoni scritte per un film di sempre. Il duetto è stato presentato per la prima volta nel trailer di A Star Is Born, il debutto da attrice protagonista di Lady Gaga al fianco del co-protagonista Bradley Cooper. Il film è uscito dopo qualche anno disorientante per la cantante: gli ultimi due album erano stati dei flop a livello di pubblico e critica, ma si era guadagnata l’affetto di nuovi fan grazie al disco jazz Cheek to Cheek, in coppia con Tony Bennett, e all’esibizione al Super Bowl. Ma non appena il cambio di tonalità di Shallow è apparso nei trailer del film, una stella è (ri)nata. La canzone rappresenta un momento critico per Ally, l’insicuro personaggio interpretato da Lady Gaga. La canta sul palco di uno stadio durante un concerto per Jackson, rocker dalla carriera finita interpretato da Bradley Cooper. L’effetto della canzone è grandioso sia nella vita reale, sia sul grande schermo. Al di là della pellicola, Shallow dimostra la capacità di Lady Gaga di allestire drammi pop. I fan continueranno a imitarla nei karaoke e in auto negli anni a venire. (Brittany Spanos)

13. “Your Best American Girl” di Mitski

Chi ha seguito l’ascesa di Mitski da studentessa di musica alla SUNY Purchase a star dell’indie rock non può ascoltare il ritornello di Your Best American Girl senza immaginare una marea di fan che lo cantano a squarciagola. In un sol colpo, Mitski ha fatto conoscere a una nuova generazione il rock degli anni ’90, quello con cui all’epoca si faceva headbanging, e ne ha criticato gli elementi più bianco-centrici. «Non sono cresciuta negli Stati Uniti. La canzone nasce dal tentativo vano di adattarmi allo stile di vita americano», ha spiegato Mitski Miyawaki. (Claire Shaffer)

12. “Old Town Road” di Lil Nas X

Creata da un diciannovenne spacciatore di meme di Twitter con un beat da 30 dollari trovato su internet, resa popolare dagli utenti di TikTok che hanno smesso lo streetwear per vestirsi da cowboy, entrata nella storia per essere rimasta in vetta alla Hot 100 per ben diciannove settimane, questa straordinaria ballata di due minuti e i relativi remix ‘virali’ hanno chiuso in modo appropriato un decennio di grande cambiamento, e non solo per via di internet. Borbottando frasi sul tradimento e sull’andare a cavallo (con il campionamento di una canzone dei Nine Inch Nails e un breve passaggio di banjo) e reclutando Billy Ray Cyrus per il remix che ha reso la canzone ancora più famosa, Lil Nas X si è sfacciatamente impossessato dei cliché della musica country e i ragazzi, a loro volta, hanno preso d’assalto le barricate del pop mainstream usando come arma questo brano hip hop. «L’ho scritta un giorno in cui mi annoiavo», ha detto Nas a Rolling Stone. È la noia di fronte lo status quo, e non la risposta a esso, ad aver parlato a una nuova generazione. (Nick Catucci)

11. “Royals” di Lorde

Ispirandosi a una vecchia foto di George Brett, il battitore dei Kansas City Royals, e a Watch the Throne di Jay-Z e Kanye West, una quindicenne neozelandese di nome Ella Marija Lani Yelich-O’Connor ha scritto un’ode un po’ arrogante alle sue fantasie di grandezza (e ai sentimenti contrastanti che ne derivano). Il pezzo è diventato una hit mondiale e il biglietto da visita di una superstar del pop spuntata dal nulla. «Avevo in testa solo quella parola», ha detto del titolo. «È davvero fantastica». Malinconica ma fiera, Royals è una canzone pop rap lo-fi dal tono quieto, con Lorde che borbotta le parole come se stesse inventando una poesia mentre guarda distrattamente il telefono. Tutto sommato è la classica canzone da teenager depressa, ma il linguaggio utilizzato per esprimere il malessere dei millennial è completamente nuovo. (Jon Dolan)

10. “Hotline Bling” di Drake

Drake ha (giustamente) criticato aspramente i Grammy per aver premiato questa canzone – che non è affatto rap – come Best Rap Song e Best Rap/Sung Performance, chiedendosi se non abbiano scelto queste categorie solo «perché sono nero». In difesa dei Grammy, però, c’è da dire che il brano è un bel mix di generi. Caraibica nelle sonorità, ma con un campionamento soul anni ’70, super coverizzata (e con un video che ha dato vita a una marea di meme) e finita nel mirino della critica per il suo testo inneggiante allo slut shaming, la canzone è più un miracolo di internet che una hit pop. Insomma, è il trionfo del mainstream generato dagli utenti. (Nick Catucci)

9. “I Like It” di Cardi B feat. Bad Bunny & J Balvin

Non si può accusare Cardi B di avere una mentalità ristretta. I Like It è la sua idea dell’hip hop come grande festa di quartiere multiculturale aperta al mondo intero. Vi partecipano il rapper portoricano Bad Bunny e la star colombiana del reggaeton J Balvin. I tre cantano in modo brillante su un groove trap e un campionamento del classico boogaloo del 1967 I Like It Like That. Gli ospiti si dimostrano all’altezza – chi se non Balvin potrebbe paragonarsi a Lady Gaga e al wrestler Jimmy Snuka nello stesso verso? –, ma la protagonista indiscussa è Cardi, che rende I Like It una hit assoluta. (Rob Sheffield)

8. “Follow Your Arrow” di Kacey Musgraves

La cowgirl texana ha esordito alla grande con Follow Your Arrow e da subito ha avuto uno stile tutto suo. Sul twang della chitarra, la cantante venticinquenne ci dà un consiglio semplice: «Fai un sacco di casino / Bacia un sacco di ragazzi / O bacia un sacco di ragazze se preferisci». Musgraves ha sollevato un polverone, ma si è rifiutata di fare marcia indietro. «Anche se alla gente non piace il fatto che una ragazza baci un’altra ragazza o il riferimento alla droga, spero che almeno siano d’accordo con me sul fatto che, a prescindere da tutto, ognuno debba essere libero di amare chi vuole e di vivere come vuole», ha detto. Da allora, come dice il titolo della canzone, la cantante “segue la propria freccia”. (Rob Sheffield)

7. “Thank U, Next” di Ariana Grande

Quando Ariana Grande si è lasciata con Pete Davidson del Saturday Night Live dopo una storia d’amore travolgente e molto pubblica, la cosa più ovvia da fare sarebbe stata scrivere un dissing da giornale scandalistico. E invece la cantante ha pubblicato una delle breakup song più belle di sempre, un’ode alle lezioni imparate e all’amor proprio, un brano spensierato che lascia intendere che l’artista si è già messa l’anima in pace, preparandosi a scoprire nuovi orizzonti. In questa canzone Ariana svela diversi segreti sulla relazione con Davidson e sembra lontana anni luce dalla diva bubblegum soul in cerca di uomini di un paio di anni fa. «Stavamo perfino per sposarci / E sono davvero grata a Pete», canta. Ariana Grande ha iniziato a lavorare alla canzone nel bel mezzo della relazione con Davidson e ha scritto diverse versioni, compresa una in cui i due si sposano: «Poi ci siamo nuovamente lasciati». (Jon Dolan)

6. “Runaway” di Kanye West

Ecco che cosa intendiamo quando parliamo del “vecchio Kanye”: una canzone – che si suppone sia un mea culpa per il diverbio con Taylor Swift agli MTV Video Music Awards del 2009 – che si apre con 36 secondi in cui la tastiera sembra una via di mezzo tra la colonna sonora di un film violento e una lezione di pianoforte, che si chiude con una voce oscurata dal vocoder e che, nel bel mezzo, ospita il mea culta di West sulla sua tossicità, accompagnato dal basso, da un campionamento di Rick James, e da Pusha T che interviene parlando delle donne presenti nel “balla-nigga matrix” (in seguito Pusha T ha rivelato che West continuava a fargli riscrivere questo verso, urlandogli ripetutamente «Devi essere più stronzo»). La canzone è forse una feroce autoaccusa? O è forse un’alzata di spalle davanti al suo essere costantemente in bilico tra consapevolezza e narcisismo? West l’ha spiegata così ad Access Hollywood: «È strano: è come se fosse un inno maschile, ma è un inno femminile. Basti pensare a “Let’s have a toast with a douchebag!” (“Facciamo un brindisi con uno stronzo!”)». È tutto così triste, spaventoso e quasi incomprensibile nella sua bellezza ferita. (Nick Catucci)

5. “All Too Well” di Taylor Swift

I singoli allegri prodotti da Max Martin come 22 sono più appariscenti, ma i veri fan sanno che il cuore pulsante di Red è questa ballata che sotto sotto è devastante. All Too Well parla di una relazione finita da tempo, ma non nei ricordi di Swift, dove si fa ancora sentire con tutta la sua forza, né nella cassettiera dove il suo ex tiene la sciarpa che ha preso in prestito da lei e che non riesce a restituirle. La delusione è ancora viva nella voce della cantante che pensa a quell’adulatore che si è rivelato “così involontariamente crudele in nome dell’onestà”. Swift ha improvvisato questo verso, il suo preferito dell’album, durante un soundcheck: «Ero sul palco e suonavo continuamente quegli accordi. La band mi ha seguita e mi è partita quell’invettiva». I tabloid hanno subito identificato il ladro della sciarpa in Jake Gyllenhaal, ma la cosa bella di All Too Well è che ti fa sentire come se fossi lì insieme a Taylor Swift. (Simon Vozick-Levinson)

4. “Formation” di Beyoncé

Tra le tante hit di Beyoncé, quella che rappresenta al meglio la sua influenza culturale negli anni ’10 è Formation, un elegante pezzo autobiografico che è stato anche il grido di battaglia di milioni di persone. Rendendo omaggio alle proprie radici che affondano nell’Alabama, nella Louisiana e nel Texas, Beyoncé ha fatto dell’esperienza dei neri nel profondo Sud una fonte di orgoglio e le è bastata una coppia di versi espliciti per cambiare per sempre il significato di una cena a Red Lobster. La genialità di Formation – soprattutto se si considerano anche l’immaginario suggestivo rievocato dal videoclip e l’esibizione al Super Bowl – sta nell’intreccio tra le vicende personali della cantante e quelle politiche: Beyoncé impersona l’uragano Katrina indossando un bellissimo abito Givenchy e sfida il pubblico a definirla una contraddizione. Naturalmente non tutti l’hanno capito, ma Beyoncé non se l’è presa: «Sono un’artista e penso che solitamente l’arte più incisiva venga fraintesa», ha detto. (Simon Vozick-Levinson)

3. “Rolling in the Deep” di Adele

Ferita dalla fine recente della relazione con un fotografo più vecchio di lei, Adele si è chiusa nello studio di produzione di Paul Epworth, nella zona nord-ovest di Londra, e ha scritto la più grande breakup song degli anni ’10. «Non mi arrabbio mai, ma in quel periodo ero pronta a uccidere», dirà in seguito. Lo si capisce dalla sua voce, la cui furia ha un che di biblico. Rolling in the Deep ha fatto di Adele una superstar e ha dimostrato che i grandi classici gospel blues possono ancora conquistare il mondo. «Carole King è l’ultima persona [prima di Adele] ad aver scritto testi in cui le donne riescono a immedesimarsi subito», ha dichiarato Aretha Franklin. «Amo sentire una ragazza sullo scuolabus urlare “We coulda had it all!”». (Simon Vozick-Levinson)

2. “Alright” di Kendrick Lamar

«Puoi avere tutto il successo del mondo, ma il tuo valore sarà sempre in discussione se sei di Compton», ha dichiarato Kendrick Lamar a Rolling Stone nel 2015. Nel singolo più rappresentativo di To Pimp a Butterfly, album che ha segnato un’epoca, Lamar drammatizza questo conflitto interiore in maniera viva e immediata. «Ho dovuto combattere per tutta la vita», esordisce, citando Il colore viola di Alice Walker per evocare intere generazioni di traumi. Quando la produzione di Pharrell irrompe con il suo brio, Kendrick trova un motivo per credere: «Se Dio è con noi, andrà tutto bene». Nel quadro della complessità del viaggio emotivo dell’album, questo è un momento di cauto ottimismo. Dopo aver raggiunto il successo in tutto il mondo, Alright è diventata l’inno di un nuovo movimento per i diritti civili: il ritornello è stato cantato in tutti gli Stati Uniti nel corso di moltissime manifestazioni del movimento Black Lives Matter. (Simon Vozick-Levinson)

1. “Dancing on My Own” di Robyn

“Sono proprio qui, perché non mi vedi?”. Il pubblico americano ha ignorato Robyn mentre perfezionava il suo sound synth pop brillante e frizzante. Poi è arrivata Dancing on My Own, la hit assoluta che ha praticamente fatto di Robyn la voce di una generazione: la gioventù esaurita d’America. Scritta e prodotta con il talentuoso svedese Patrik Berger, è una hit in cui è facile immedesimarsi: parla di una delusione d’amore in discoteca, ma sembra quasi una canzone motivazionale – esattamente l’inno disco di cui avevamo bisogno durante la lunga sbornia della crisi dei mutui subprime. Pur non essendo una cantante da torch song, Robyn ha tirato fuori questo successo che lo è in tutto e per tutto, nel quale la sua voce è calda e umana, diversamente dalla base che sembra un’opera di ingegneria. Dancing on My Own è divenuta celebre con il passare degli anni ’10: ha fatto da colonna sonora a una scena memorabile di Girls, la serie tv prodotta da HBO, ed è stata cantata in chissà quante serate karaoke in tutti gli Stati Uniti. «Tutti gli artisti pop che ho amato, dagli ABBA a Prince, riuscivano ad abbinare melodie fantastiche ed emozioni umane», ha detto Robyn. «Ma forse, a causa dell’ondata super-mega-commerciale degli anni ’90, la gente ha dimenticato che il pop è in grado di fare entrambe le cose». (Simon Vozick-Levinson)

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