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I 20 migliori album usciti nel 1991

L'alternative esce dall'underground, esplode il crossover, nasce il trip hop e pure i rocker si accorgono della musica dei club. Dai Nirvana agli U2, il 1991 è stata una grande annata: ecco le prove

Trainato da MTV e da una visibilità mediatica che mai aveva avuto prima di allora, nel 1991 il rock alternativo emerge dall’underground. Il successo planetario dell’inno generazionale Smells Like Teen Spirit dei Nirvana porta alla luce la versatile scena di Seattle, poi bollata come grunge, che unisce hard rock, punk e melodia. Il Lollapalooza, nato proprio nel 1991, cattura lo spirito dei tempi. Le barriere razziali cadono dando origine al crossover, mentre il rap diventa sempre più l’idioma del riscatto al di là del colore della pelle. Sotto traccia, fermentano nuovi umori e commistioni tra dub, punk, elettronica, hip hop, e la Gran Bretagna inaugura un novello flower power lisergico a suon di rave e MDMA.

“Innuendo” Queen (febbraio 1991)

Le voci sulla possibile malattia di Freddie Mercury si rincorrono, seppure non confermate ufficialmente. Come sempre, al gossip i Queen rispondono con la musica. Innuendo esce il 4 febbraio 1991, con qualche mese di ritardo rispetto all’auspicato lancio natalizio, a causa delle precarie condizioni di salute del cantante. Anticipato dal singolo omonimo, l’album segna un ritorno alle radici, con tessuti sonori stratificati infarciti di energia rock e la voce di Mercury che s’inerpica oltre le tre ottave. The Show Must Go On, uscito circa un mese prima della sua morte, è il manifesto del great pretender sull’eternità dell’arte rispetto alla fragilità della vita.

“Out of Time” R.E.M. (marzo 1991)

Fino al 1991 la band di Athens, cresciuta nell’humus del college rock, era stata per lo più considerata di culto, anche se l’album Green del 1988 era già uscito per la major Warner Bros. Out of Time, trainato dall’orecchiabile Losing My Religion (un pezzo sulla depressione), cambia registro mescolando pop, folk, country, lanciandoli nell’universo mainstream. Alcuni brani hanno un timbro più scanzonato (vedi Shiny Happy People), i musicisti si scambiano ruoli e strumenti, gli ospiti sono Kate Pierson dei B-52’s e il rapper KRS-One. La band decide di non supportare l’album con un tour e fa solo qualche sporadica apparizione. Out of Time diventa multiplatino in diversi Paesi e segna la decisiva svolta della carriera.

“Spiderland” Slint (marzo 1991)

Mica potevano venire da Los Angeles gli Slint. Erano il frutto della provincia americana (del Kentucky per la precisione) il cui malessere si esprimeva in umori lo-fi vituperati a tratti da rabbiose incursioni post punk, in vocalità distorte alternate a spoken word. Le dinamiche asimmetriche rispecchiano solitudine e alienazione. Con Spiderland gli Slint, che si sarebbero sciolti poco dopo l’uscita del disco, lasciano una traccia essenziale per le future scene post rock (tra tutti i Tortoise di cui farà parte il chitarrista David Pajo), indie e math rock. Il loro valore verrà riconosciuto solo anni dopo, tanto da spingere la band a riunirsi per suonare l’album dal vivo nel 2005.

“The Orb’s Adventures Beyond the Ultraworld” The Orb (aprile 1991)

Definiti come i Pink Floyd degli anni ’90, gli Orb inaugurano su vasta scala il miscuglio di elettronica, dub, neo psichedelia, techno, house e ambient germinato nel sottobosco britannico della scena rave. Venendo dalla club scene londinese, Alex Paterson e Jimmy Cauty traghettano i loro ispiratori Brian Eno e Kraftwerk verso territori meticci, con echi reggae e reiterazioni ipnotiche dilatate dall’uso di MDMA e altre sostanze psicotrope. L’immaginario lisergico e imbevuto di tematiche fantascientifiche fa di questo album il sigillo tra psichedelia del passato ed elettronica del futuro. Fatboy Slim, Moby, Chemical Brothers, Orbital e Underworld ringraziano.

“Mama Said” Lenny Kravitz (aprile 1991)

Figlio d’arte cresciuto a pane, black music e rock’n’roll, Lenny Kravitz è un talentuoso polistrumentista figlio del suo tempo e abile nell’amalgamare generi. Se in Let Love Rule aveva espresso la sua vena più cantautorale, con Mama Said diventa una rockstar mondiale. Capelli rasta e look rétro, aspetto sexy ma non disturbante alla Prince, ha gli attributi e il talento per sfondare. Il pezzo bomba Always on the Run, suonato con l’ex compagno di scuola Slash, fa da apripista a un album dall’appeal vintage eppure estremamente pop. Miscelando Curtis Mayfield, Jimi Hendrix e John Lennon (il cui figlio Sean appare come co-autore in All I Ever Wanted), Lenny porta la sua commistione sonora al doppio platino. Più rock di Michael Jackson e meno ostico di Prince, Kravitz rappresenta quel sincretismo stilistico che negli anni ’90 neutralizza nella musica ogni divisione.

“Blue Lines” Massive Attack (aprile 1991)

Dal caos nasce un nuovo ordine e dall’unione di vari frammenti sonori un nuovo organico patchwork. Con questo album il gruppo di Bristol dà alla luce il trip hop, fatto di ritmiche lente e ipnotiche, di un hip hop cadenzato e dilatato in un trip. Unfinshed Sympathy è l’esempio del meticciato musicale dell’underground inglese che riflette quello dei componenti del gruppo: Robert ‘3D’ Del Naja arriva dal post punk, dal soul e dalla graffiti culture, Daddy G dal reggae, Mushroom dall’hip hop. Con la spinta dell’amica Neneh Cherry e l’aggiunta tra gli altri di Tricky, Wil Malone, Shara Nelson e Horace Andy, i Massive Attack creano un timbro indolente e sincopato, unico nel suo genere. Blue Lines è il primo disco di dance così lenta e pregna di ganja da non poter essere ballata, ma solo modulata in un movimento più mentale che fisico. Diventa poi ispirazione per Portishead, Morcheeba, Goldfrapp, ma anche Björk e Ulver. Scusate se è poco.

“Temple of The Dog” Temple of the Dog (aprile 1991)

Quando il cantante dei Mother Love Bone Andrew Wood muore di overdose il 19 marzo 1990, l’amico ed ex compagno d’appartamento Chris Cornell decide di rendergli omaggio coagulando alcuni membri della scena musicale di Seattle. Tornato dal tour con i Soundgarden, scrive di getto in sua memoria Reach Down e Say Hello 2 Heaven, liberando la sua vena più poetica e intimista. Poi chiama Stone Gossard, Jeff Ament (entrambi dei Mother Love Bone e dei neonati Pearl Jam), Mike McCready (Pearl Jam) e Matt Cameron (Soundgarden) per continuare il lavoro come Temple of the Dog. Eddie Vedder viene tirato dentro come seconda voce. Registrato in sole due settimane, con Rick Parashar alla co-produzione, l’album esplode solo dopo il successo commerciale dei Pearl Jam. È il manifesto della sensibilità e del tormento interiore di Cornell, nonché di quella generazione di musicisti grunge schiacciati dal demone della tossicodipendenza. Hunger Strike, cantato a due voci con Vedder, è il suggello di due delle più belle voci di Seattle, una sorta di preambolo di quello che sarebbero diventate da quel momento in poi le loro esistenze.

“Metallica” Metallica (agosto 1991)

Anche detto Black Album a causa della copertina, è il disco che traghetta definitivamente i Metallica dalla nicchia del thrash metal verso il successo internazionale. Il produttore Bob Rock (con cui litigano tutto il tempo) li aiuta a confezionare pezzi sempre poderosi, ma dal grande appeal commerciale. Le spaziose aperture melodiche e gli arrangiamenti orchestrali di Nothing Else Matters portano il cock rock muscolare verso territori epici e carichi di pathos. Sorpassando i Megadeth, gli Anthrax e gli Slayer, i Metallica, grazie a questo album potente e trionfale, riescono a raggiungere vette mai toccate prima da una band metal.

“Ten” Pearl Jam (agosto 1991)

C’erano una volta i Mother Love Bone. Poi da San Diego arriva Eddie Vedder e nascono i Pearl Jam. Il loro primo lavoro Ten è un album epocale prodotto da Rick Parashar, punto di partenza per il gruppo più classic rock di tutto il grunge. In parte manifesto generazionale, in parte catarsi musicale, il disco unisce pezzi autobiografici come Alive (sulla difficile infanzia di Vedder) ad altri dai toni più universalistici (come Jeremy, sul suicidio giovanile). I brani trasudano disperazione e rabbia, e si snodano tra incursioni incalzanti e dolenti ballate psichedeliche. Ten è il cantico degli outsider della società americana di quel periodo.

“Laughing Stock” Talk Talk (settembre 1991)

Creare una forma musicale unica è una cosa che poche band possono fare. Sperimentale e influenzato dal jazz, Laughing Stock è il disco meno popolare dei Talk Talk (e il primo senza Paul Webb) poiché ostico, colto, ricercato e privo di hit. Tuttavia, con i suoi brani minimali che all’improvvisano sfociano in un noise apocalittico, ha il merito di preludere al post rock. Tessendo trame dalla complessità classica, vivificate da un istrionico approccio all’improvvisazione, i Talk Talk cristallizzano qui tutto il loro spessore artistico.

“Use Your Illusion I & II” Guns N’ Roses (settembre 1991)

Questi due album usciti lo stesso giorno, ma venduti separatamente, traghettano il rock’n’roll drogato, randagio e farcito di echi punk di Appetite for Destruction verso un hard rock mainstream, agevolato dalla sostituzione di Steven Adler (in balia della tossicodipendenza) con Matt Sorum dei Cult. Il passo dalla leggenda al mito diventa decisivo: benedetti dall’aspetto sexy e dalla reckless life che ingloba tutti gli stereotipi di sesso, droga e rock’n’roll, Axl Rose e soci sono icone di eccesso e trasgressione. I due Use Your Illusion sono colmi di pezzi enfatici (come la cover di Bob Dylan Knockin’ on Heaven’s Door), di grandi ballate (tra tutte November Rain) e di canzoni dal grande respiro (Civil War, un brano di protesta contro la guerra). Da quelle vette non si poteva che scendere, e così è stato.

“Screamadelica” Primal Scream (settembre 1991)

Il connubio bastardo di musica house, psichedelia, dub e rock’n’roll spinge la band scozzese fuori dalla scena underground, contribuendo a far conoscere la rave culture anche agli amanti del rock. L’emaciato Bobby Gillespie è il sacerdote lisergico della nuova era che, innaffiata di MDMA e LSD, riaggiorna i fasti del flower power degli anni ’60. Ecco dunque questo disco caleidoscopico, con il guru dell’acid house DJ Andrew Weatherall tra i produttori, colmo di atmosfere dilatate e acide. Screamadelica ha il pregio di portare i Primal Scream sotto i riflettori e con loro la musica da club.

“Nevermind” Nirvana (settembre 1991)

Se Bleach pubblicato dalla Sub Pop, e prodotto con poco tempo e soldi da Jack Endino, è frutto ancora di un approccio punk, Nevermind esce per la Geffen, con la quale i Nirvana hanno firmato un contratto su consiglio dei Sonic Youth. L’inno Smells Like Teen Spirit, che buca lo schermo di MTV, lancia il gruppo e fa da detonatore all’esplosione della musica underground che diventa mainstream. Dopo nulla è stato più uguale, neppure i Nirvana guidati da un Kurt Cobain sempre più allo sbando, dilaniato dalle sue contraddizioni circa l’essere un punk-rocker integro oppure una rockstar. Il disco, prodotto da Butch Vig e magistralmente levigato da Andy Wallace, è fatto per sfondare: bilanciando rabbia punk-rock e melodie pop di grande presa (Cobain amava i Beatles), suggella quell’alternanza di esplosione distorta e melodia che sarebbe diventata una delle caratteristiche del rock anni ’90.

“The Low End Theory” A Tribe Called Quest (settembre 1991)

Nei primi anni ’90 il gangsta rap (con nomi quali N.W.A, Ice Cube e Ice-T) era uscito dai ghetti. Malgrado i testi spesso violenti, misogini e bollati con il marchio “Parental Advisory: Explicit Lyrics” voluto da Tipper Gore, dà voce al disagio non solo dei giovani afroamericani, ma di tutti coloro che si sentono vittima di soprusi e ingiustizie. È il riscatto delle minoranze, il linguaggio di denuncia che sfocia o in un crudo realismo o in una forma più colta e articolata di poesia sub-urbana. Gli A Tribe Called Quest, provenienti dal Queens, appartengono a questa seconda categoria e al filone dell’hip hop conscious. Sostituendo l’intelligenza alle pistole, lanciano le parole su basi in cui lo scratch si intervalla a echi jazz e sample funk. L’album fa da apripista all’hip hop più fluido e sperimentale, nonché alla scena nu soul.

“Blood Sugar Sex Magik” Red Hot Chili Peppers (settembre 1991)

Con questo album prodotto dal guru delle commistioni Rick Rubin, i Red Hot Chili Peppers foggiano una miscela irresistibile di rock, funk, punk e hip hop. Il basso slappato di Flea crea una base ritmica unica sia per la furente fisicità di Anthony Kiedis (un po’ punk-surfer e un po’ indiano metropolitano), sia per gli intarsi elettrici della Fender di John Frusciante. Lo stile scanzonato dei lavori precedenti matura in un lirismo da grande ballata (Under the Bridge), in un flow intimista (I Could Have Lied), in un esplosivo inno alla giustizia (The Power of Equality) o in un delirante e inarrestabile flusso di energia trasgressiva (Suck My Kiss). Blood Sugar Sex Magik certifica nella musica il superamento delle barriere razziali e di genere, ed è un racconto suburbano che unisce neo-tribalismo, marginalità, senso di riscatto e poesia.

“Badmotorfinger” Soundgarden (settembre 1991)

La band più vicina ai Led Zeppelin della scena grunge (non fosse che per le arrampicate vocali di Chris Cornell) suggella col terzo album il carisma e lo stile innovativo che fonde hard rock, furia punk e densità sabbathiane. Questo disco, il primo con il bassista Ben Shepherd, è epico e monumentale pur preservando la forza selvaggia, che in pezzi come Jesus Christ Pose e Outshined diventa catarsi. Chris Cornell, bello e bravissimo, appare come un dio pagano con la missione di aggiornare alle frequenze dei ’90 il rock e il metal, unendo la presenza da palco plateale con un intimismo umbratile. Il successo mondiale arriverà con il successivo Superunknown, ma Badmotorfinger rappresenta il rituale di passaggio attraverso il quale l’hard rock viene ridefinito.

“Apocalypse 91… The Enemy Strikes Black” Public Enemy (ottobre 1991)

La cruda lucidità dei Public Enemy ha sempre fornito loro una sorta di veggenza. Apocalypse 91 anticipa la rivolta di Los Angeles nel 1992 scoppiata dopo il pestaggio di Rodney King, ma che è attuale ancora oggi dopo la morte di George Floyd. Che la questione razziale sia sempre stata una spina nel fianco del grande melting pot americano lo racconta il titolo del disco, riferito ai film Apocalypse Now e The Empire Strikes Back (L’impero colpisce ancora). Il furto di un disco contenente le tracce obbliga il gruppo a rinnovare il sound, con ritmiche implacabili e aggressive, e rime crude ancora più incisive e martellanti. È l’album della conferma del combo più politicizzato della East Coast e segna la sua consacrazione per il pubblico bianco. Non a caso vira verso il crossover con un brano come Bring tha Noize, nuova versione di Bring the Noise cantata con gli Anthrax.

“Loveless” My Bloody Valentine (novembre 1991)

Pubblicato dalla Creation, etichetta britannica che ha in catalogo Jesus and Mary Chain, Primal Scream, Teenage Fanclub e avrà i primi Oasis, il secondo album della band di Dublino definisce lo shoegaze, ossia il miscuglio di aperture melodiche, incursioni noise, dissonanze e riverberi che va a influenzare molti gruppi. Ispirata dal garage rock e dalla psichedelia contemporanea di Dinosaur Jr. e Sonic Youth, la band di Kevin Shields li smembra in un approccio lo-fi e post punk.

“Achtung Baby” U2 (novembre 1991)

Con questo album registrato in parte agli Hansa Studios di Berlino (dove David Bowie aveva lavorato alla trilogia berlinese) e prodotto da Daniel Lanois e Brian Eno, gli U2 prendono le distanze dal proprio successo per trovare una nuova e più disincantata vena creativa, con Bono che cerca di abbandonare la sua maschera da rockstar messianica. Ne risultano brani più estremi, distorti ed elettrici, dove la celebrità fa il verso a se stessa e agli stereotipi del successo. Lasciata alle spalle la missione socio-politica, la band di Dublino compie la metamorfosi semplicemente guardandosi dentro: vivere o morire dipende da quanto si è pronti a mettersi in gioco per sostenere la propria verità, anche a costo di scontentare i vecchi fan.

“Dangerous” Michael Jackson (novembre 1991)

Se Thriller è stato il lancio della stella nel firmamento e Bad l’atterraggio, Dangerous è l’ultimo bagliore. Con il contratto più remunerativo di tutta la storia della discografia e 70 milioni di dischi venduti nel decennio precedente, Michael Jackson sa che è giunta l’ora di dare voce alle istanze che gli stanno davvero a cuore. Per riuscirci, lascia il produttore delle sue hit più famose Quincy Jones, si fa musicalmente più aggressivo e inizia a parlare di eguaglianza razziale, difesa dei deboli e a criticare il circo mediatico di cui lui stesso è vittima. Black or White è il manifesto della sua stessa vita, permeata dal desiderio di esistere al di là del colore della pelle.

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