Rolling Stone Italia

I 20 migliori album internazionali del 2016

I testamenti musicali di David Bowie e Leonard Cohen, gli ultimi dischi (almeno finora) di Radiohead e Rihanna, il country dei fuorilegge e l’r&b dei fuori categoria: ecco che cosa ascoltavamo dieci anni fa

Foto: YouTube

Blackstar

David Bowie

Gennaio 2016

I tre giorni che hanno sconvolto il rock e aperto un anno di lutti. L’8 gennaio, per il 69esimo compleanno, Bowie pubblica Blackstar spiazzando con canzoni avant rock (senza esagerare con l’avant) suonate da musicisti jazz (e non solo). Il 10 gennaio viene annunciata la sua morte. Da quel momento Blackstar diventa per tutti e oltre ogni ragionevolezza un album di premonizioni funebri. Sicuramente è uno dei testamenti musicali di un uomo che sapeva di non avere molto tempo a disposizione. Frammenta le canzoni, le riempie di riferimenti di riferimenti tutti da decifrare, alcune le organizza come cerimonie per il fine vita, si tiene lontano dai luoghi comuni del rock per trasformare di nuovo e per l’ultima volta la sua musica in una grande avventura. C’è chi non è più riuscito ad ascoltarlo da allora.

Malibu

Anderson .Paak

Gennaio 2016

Il secondo album in studio di Anderson .Paak è l’opera che ci ha portato dentro l’universo groovy dell’artista americano rendendolo uno dei nomi più solidi della nuova black music americana. Un album caldo, suonato, profondamente umano, che mescola soul, funk, hip hop e r&b senza mai sembrare un esercizio di stile. Malibu racconta la quotidianità, la fatica e il riscatto con naturalezza, costruendosi attorno ai groove eleganti del musicista californiano. Arriva dopo che Anderson .Paak si era posizionato con forza sulla mappa della black music con i featuring in Compton di Dr. Dre ed è arricchito dalle collaborazioni con Talib Kweli, Schoolboy Q, The Game e dalla produzioni di Kaytranada e Madlib. La coolness fatta disco.

Anti

Rihanna

Gennaio 2016

Sono dieci anni che i suoi fan le chiedono un album. Dopo Anti, infatti, Rihanna ha deciso di rendere la musica poco più di un passatempo, a parte qualche singolo estratto da alcune delle colonne sonore. Eppure nel 2016 Riri era all’apice della carriera. Anti, un disco che già dal nome muoveva un certo sentimento antagonista rispetto al music business, ne è l’emblema. Al suo interno ci sono brani come Work (con Drake), Needed Me e Love On the Brain che, assieme, raggiungono quasi sei miliardi di ascolti solo su Spotify. Ma c’è spazio anche per esperienze meno friendly per una popstar dell’epoca, come Same Ol’ Mistakes con Tame Impala o Woo. Nessuno immaginava fosse un addio alle scene, e magari non lo sarà, ma è sempre meglio fermarsi quando non si ha più voglia di esplorare un’arte. Giusto, Rihanna?

The Life of Pablo

Kanye West

Febbraio 2016

Per molti è l’ultimo grande disco di Kanye West. Prima dei tweet folli, delle sparate clamorose, delle diagnosi (corrette o errate che siano), Kanye West è al suo pieno della forma e torna al rap dopo le avventure sperimentali di Yeezus di tre anni prima. La splendida apertura spirituale di Ultralight Beam seguita da quel capolavoro di Father Stretch My Hands Pt.1, e poi Famous, con Rihanna, la ripresa di Panda di Desiigner, le sperimentazioni di Caroline Shaw. E ancora Chris Brown, Kid Cudi, Ty Dolla Sign. E featuring incredibili, e spesso anche non accreditati, di Sia, Frank Ocean, André 3000, Kendrick Lamar, Post Malone. Un album enorme, pieno di idee, invenzioni, citazioni, campionamenti. Se ancora oggi non siamo disposti a pensare che Ye sia finito è perché crediamo che possa ancora avere il talento di pensare e realizzare un disco come questo.

Emily’s D+Evolution

Esperanza Spalding

Marzo 2016

Il disco che ha fatto capire che Esperanza Spalding non era la cocca dell’industria che nel 2011 ha soffiato il Grammy per il miglior artista esordiente a Justin Bieber (e agli altri candidati, ovvero Drake, Florence + The Machine e Mumford & Sons), né la contrabbassista che annacqua il jazz, ma una delle musiciste e autrici più dotate degli ultimi anni. Emily’s D+Evolution è un concept influenzato musicalmente da Joni Mitchell, dai King Crimson, da Wayne Shorter in cui Spalding mette a punto il suo linguaggio musicale personale e in continua evoluzione e inventa un alter ego, la Emily del titolo, per mettere in scena un metafora di liberazione dai dogmi culturali. Da allora Spalding ha pubblicato progetti singolari (a volte persino troppo) e musicalmente strepitosi, ha scritto il libretto di un’opera di Shorter, ha fatto un album con Milton Nascimento. E insomma, avevano ragione quelli che le hanno dato il Grammy.

Midwest Farmer’s Daughter

Margo Price

Marzo 2016

La cosa migliore successa alla country music negli ultimi anni. Erede molto rock’n’roll degli outlaws anni ’70, Margo Price ha esordito con questo album che nel titolo cita Coal Miner’s Daughter di Loretta Lynn e che racconta la sua storia di figlia di genitori a cui la crisi ha portato via la fattoria, ma anche casini sentimentali, alcolismo, galera. Le session sono state finanziate dal marito (musicista e occasionalmente co-autore) Jeremy Ivey vendendo l’auto. È un album senza riempitivi, eppure nessuno voleva pubblicarlo: «Grazie, ma abbiamo già altre donne in catalogo». Alla fine ci ha pensato la Third Man Records di Jack White, che nel 2004 aveva rilanciato la carriera di Lynn. Torna tutto.

Lemonade

Beyoncé

Aprile 2016

Una delle cose che fanno più 2016 di questo disco è che è uscito nel bel mezzo della guerra tra le piattaforme: è apparso il 23 aprile su Tidal che ai tempi intendeva fare leva sull’esclusività, il 25 su Amazon e iTunes. Se l’uscita a sorpresa tre anni prima di Beyoncé ha inaugurato la stagione dei dischi che vengono pubblicati senza preavviso, fuori dalle vecchie logiche dell’industria discografica (e ha fatto nascere persino il neologismo “to pull a Beyoncé”), la pubblicazione di Lemonade ha dato origine soprattutto a quelli che all’epoca si chiamavano think piece sul significato di un album in cui convergevano tante cose: la storia afroamericana, la tragedia di New Orleans, Black Lives Matter, la rivendicazione identitaria, i rapporti incasinati col marito Jay-Z (ricordate la scena in ascensore,? E “Becky with the good hair”?), le radici sudiste, il genre hopping dal rap di Kendrick Lamar al rock Jack White, il riscatto che passa dal capitalismo nero. C’è Beyoncé che si pensa supereroina black, uno dei verbi più importanti dell’album è ovviamente “slay”. Più delle singole canzoni – ora dal vivo lei ne fa ancora in sostanza tre, Formation, Freedom e Daddy Lessons – è rimasta la ricchezza tematica.

The Hope Six Demolition Project

PJ Harvey

Aprile 2016

L’anno prima era uscito The Hollow of the Hand, libro di poesie frutto della collaborazione col fotografo di guerra Seamus Murphy. I due erano stati assieme in Kosovo e Afghanistan, ma pure a Washington DC, un po’ perché è una delle capitali del mondo dove vengono prese decisioni cruciali e un po’ perché è uno dei posti dove spaventoso è il divario economico. Il diario di viaggio di PJ Harvey è diventato questo disco registrato alla Somerset House di Londra di fronte a un pubblico pagante in una specie di installazione d’arte vivente. È poetico e politico, attraversato da scariche elettriche e sconquassato da suoni di sax, un lavoro sulla persistenza della vita in luoghi mortiferi, un’altra clamorosa dimostrazione che ogni volta che fa un disco Harvey cerca una strada e un linguaggio nuovi. Nota a margine: ci suonano (e c’erano anche nel tour) gli italiani Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana.

A Sailor’s Guide to Earth

Sturgill Simpson

Aprile 2016

Nel 2016 Sturgill Simpson è diventato il cantante country che piaceva a chi non amava il country tradizionale. Una trasformazione iniziata due anni prima con Metamodern Sounds in Country Music (che titolo e che citazione) e portata a compimento con questo concept ispirato a una lettera che il nonno ha spedito alla famiglia durante la Seconda guerra mondiale, quand’era certo di morire nel Sudest asiatico. A Sailor’s Guide to Earth è invece la lettera di un marinaio a un figlio lasciato a casa, metafora della vita del musicista. Se il titolo del disco precedente citava il mix di country e soul di Ray Charles, qui lo mette in pratica e aggiunge una cover dal fascino magnetico di In Bloom dei Nirvana. È musica cosmica americana, più o meno. Sicuramente è un invito a fregarsene delle divisioni stilistiche. E poi, che voce…

Coloring Book

Chance the Rapper

Maggio 2016

C’è stato un momento – precisamente questo – in cui abbiamo tutti creduto che Chance the Rapper potesse diventare il più grande rapper di questi tempi. Ma l’enorme Coloring Book è stato forse il suo ultimo grande momento. Il ragazzo di Chicago era un pupillo del miglior Kanye West di sempre (che qui compare nell’apertura di All We Got). In un album ghiotto di featuring, da Justin Bieber a Lil Wayne, da Future a Lil Yachty, da Anderson .Paak a T-Pain, Chance costruisce un rap spirituale (le due Blessings, How Great) capace però di sapersi ritagliare anche episodi scanzonati (Mixtape), da dancefloor (All Night con Kaytranada), nonché piccoli ritagli di vita quotidiana (Same Drugs). Peccato che il ragazzo si sia poi perso tra problemi familiari e personali perché qui c’era in mostra un talento raro sia nella tecnica rap che nella produzione.

A Moon Shaped Pool

Radiohead

Maggio 2016

Sta per compiere dieci anni l’ultimo album dei Radiohead. Non sembrerebbe dal clamore col quale è stata accolta l’anno scorso la reunion, non sembrerebbe nemmeno da quanto suona bene nel 2026, ovvero dopo cinque e forse più ere geologiche pop. Siccome i cinque venivano da un disco minore, A Moon Shaped Pool è stato accolto con grande favore. Non era solo suggestione, il disco non ha perso il fascino di raccolta di canzoni che, a parte poche eccezioni, ti trascinano in una realtà alternativa, un sonno tormentato da incubi, uno spazio meditativo in cui si viene cullati dall’angoscia. I pezzi sono ordinati in ordine alfabetico, dalla B di Burn the Witch dove più marcato è l’uso dell’orchestra da parte di Greenwood alla T di True Love Waits, chicca presente nel repertorio concertistico da metà anni ’90, passando per la D di Deck Cards (che coro…) e la P di Present Tense dove Thom Yorke canta “don’t get heavy, keep it light”. Fosse facile.

Monolith of Phobos

The Claypool Lennon Delirium

Giugno 2016

È probabile che non troviate questo disco in tante altre classifiche del 2016. Molto male, perché il debutto del gruppo di Les Claypool e Sean Lennon è un trip psichedelico colorato e matto, avventuroso e divertente, che mette assieme lo spirito di Syd Barrett e quello di Michael Jackson, evocato non nella musica ma nel testo di Bubbles Burst, storia della scimmia del re del pop, ma anche i Primus (per forza) e il periodo psichedelico di papà John (per forza parte due). Buzz Aldrin e l’epidemia degli oppiodi, un guardone e la destra americana, e poi che musica, non ci si annoia un attimo. «Gli dei del Pinot Nero ci hanno sorriso e ci hanno concesso una serie di brani diabolici su scimmie, spazio e deviazioni sessuali». Salute! (Ah, dove sono i due dieci anni dopo? A rifinire il nuovo concept album che uscirà quest’anno e poi in tour).

Wildflower

Avalanches

Luglio 2016

Ci sono voluti 15 anni agli Avalanches per riuscire a dare un seguito allo strepitoso esordio di Since I Left You. Ma, come potete immaginare dalla presenza dell’album in questa lista, è valsa la pena attendere così tanto tempo. Eccome. La formula è la stessa dell’esordio: costruire un album straripante di sample, come da tradizione hip hop e del plunderphonics, per creare qualcosa di completamente nuovo e inaspettato dagli spettri del nostro passato. E allora eccoci ballare sui 15 campionamenti (o almeno quelli scoperti dalla community di WhoSampled) per il singolo Because I’m Me o i 13 del singolo Frank Sinatra, in cui troviamo il featuring di Danny Brown e del compianto MF Doom. Dentro anche Kevin Parker dei Tame Impala, Toro y Moi, Father John Misty. Un inno corale alla musica, una lettera d‘amore.

Blonde

Frank Ocean

Agosto 2016

Fa strano pensare che, dieci anni fa, usciva il secondo e ultimo album in studio (fino ad ora) di Frank Ocean. Blonde è il suo capolavoro, un album così grande da schiacciare l’artista rendendogli impossibile la scrittura di un seguito. È in effetti un disco stupendo. Senza confini e barriere, si muove con grazia tra rap e r&b, lasciandosi la libertà di sperimentare in modo elegante. La voce è il filo conduttore, dalle sublimi armonizzazioni ai salti tra voce naturale e processata (c’è largo uso di harmonizer, Auto-Tune e pitch-shifter), con momenti emotivamente complessi come la conclusiva Futura Free. Dentro ci troviamo Beyoncé, André 3000 (con una delle strofe più forti della sua carriera in Solo), Yung Lean, James Blake, Pharrell Williams. Ma anche un’interpolazione dei Beatles e Brian Wilson come stella polare. Augurando a Ocean di trovare la forza di uscire dal proprio guscio per regalarci altra musica, possiamo riascoltarci questo album che, in un decennio, non è invecchiato da nessun punto di vista.

22, A Million

Bon Iver

Settembre 2016

Quasi dieci anni dopo il toccante e fragile esordio di For Emma, Forever Ago, la formazione capitanata da Justin Vernon arriva al terzo disco abbandonando la formula più spiccatamente folk, intraprendendo un nuovo viaggio fatto di sperimentazioni sonore. 22, A Million lascia spazio a una certa elettronica storta e distorta che spedisce la voce di Vernon in luoghi inediti. Poteva essere una grande confusione, un collasso nel noise, ma il risultato è l’opposto: rimane l’emotività, il core del progetto, ma l’orecchio viene preso d’assalto da eccitanti soluzioni soniche. Da quel momento in poi i Bon Iver non sono stati più gli stessi.

Skeleton Tree

Nick Cave & The Bad Seeds

Settembre 2016

Non si può più ascoltare Skeleton Tree senza pensare alla morte di Arthur Cave, il figlio quindicenne di Nick precipitato da una scogliera a Brighton. È vero che l’album è uscito a settembre 2016, ma era in buona parte completato, testi compresi, quando è accaduta la tragedia nel luglio 2015. Niente da fare: dentro Skeleton Tree risuona comunque quella tragedia, complice anche la scelta di allontanarsi ancora di più dal canonico suono dei Bad Seeds, quel temporale elettrico assieme celestiale e infernale, per musicare le canzoni con pochi elementi, un po’ di elettronica, un pianoforte che fa gocciolare note, chitarre sibilanti, piatti e bacchette della batteria fatte agitare in sottofondo, cori meravigliosamente vicini e distanti, la colonna sonora spettrale della trance poetica in cui sembra cadere Cave. Inizia con un corpo che cade dal cielo e finisce con “va bene adesso”. In mezzo c’è il bisogno disperato d’amore ridotto ai minimi termini di I Need You. “Just breathe, just breathe”. Dieci anni dopo dà ancora i brividi.

A Seat at the Table

Solange

Settembre 2016

Il 2016 è stato anno importante per la famiglia Knowles. Se da una parte Beyoncé segna uno dei dischi dell’anno con Lemonade, Solange, d’altro lato, pubblica il suo album più elegante e raffinato, un misto di funk e r&B da Grammy (guadagnato per Cranes in the Sky). «Un progetto sull’identità, l’empowerment, l’indipendenza, il dolore e la guarigione», raccontava l’artista durante la presentazione del disco. A Seat at the Table infatti è dichiaratamente un album impregnato, politico, immerso nella black culture come si intende già dal titolo e dal singolo Don’t Touch My Hair, un’analisi della micro-agressione razziale mascherata come complimento di quando si chiede a una donna di colore di poter toccare i suoi capelli. Tutto è detto con attenzione e cura, a dimostrazione di come Solange sappia dosare critica e classe. Peccato che, dopo questa splendida avventura, abbia pubblicato solamente un album nel 2019, per poi allontanarsi dalle scene.

You Want It Darker

Leonard Cohen

Ottobre 2016

Quand’è uscito You Want It Darker sapevamo che Leonard Cohen stava male. Sapevamo persino che poteva essere il suo ultimo album, ne aveva del resto tutta l’aria. Non sapevamo che Cohen sarebbe morto meno di tre settimane dopo. Dentro il disco c’era già tutto, anzitutto la capacità unica di cantare la fine «entro i confini della dignità e della bellezza». Nella morte di Cohen c’è anche quella di noi vivi. Canta un mondo che ha smarrito compassione e giustizia con quella sua voce bassa, scura, sempre più roca, che s’accompagna ad arrangiamenti misuratamente tradizionali (leggi: meno “sintetici” rispetto a quelli di altri suoi album maturi) in cui ogni suono risalta e ha un posto. “I’m ready my Lord”, dice title track aperta dal coro della la sinagoga di Montreal un tempo presieduta dal nonno. Completato con la complicità e grazie alla testardaggine del figlio Adam, a sua volta musicista, You Want It Darker è l’altro grande testamento del 2016 e allo stesso tempo il lavoro in cui, poco prima di andarsene, Cohen mette in discussione tutto, anche la fede in Dio. «Ti seguirò presto», ha scritto quando è morta la “sua” Marianne. «Intendo vivere per sempre», ha detto una settimana prima di pubblicare l’album. Che restino almeno le sue canzoni, anche se nel 2026 sembrano lontanissime e chissà se qualcuno ascolta ancora questa preghiera che s’innalza tra “le rovine dell’altare e il centro commerciale”.

We Got It from Here... Thank You 4 Your Service

A Tribe Called Quest

Novembre 2016

Al momento dell’uscita di We Got It from Here… Thank You 4 Your Service erano passati 18 anni da The Movement, l’ultimo album in studio degli A Tribe Called Quest, uno dei gruppi rap più influenti di sempre, con quella capacità unica di unire rap e jazz, mettendo in relazione il passato e il presente per costruire che diventerà il futuro della black music. Un ritorno, ma anche una fine e un addio. Qualche mese prima dell’uscita del disco, infatti, Phife Dawg, compagno di Q-Tip al microfono, muore per complicazioni dovute al diabete. Il disco diventa quindi un suo testamento, un ponte con l’ultraterreno. Come sempre suona splendidamente bene, unendo il groove al manifesto politico. A onorare questa legacy, le collaborazioni di André 3000, Kendrick Lamar, Jack White, Elton John, Kanye West, Anderson .Paak, Talib Kweli, Consequence e Busta Rhymes. Sarà probabilmente l’ultima volta che vedremo i colori sociali – verde, rosso, nero, bianco – in un album degli A Tribe Called Quest e non c’era modo migliore e più potente di congedarsi.

Blue & Lonesome

The Rolling Stones

Dicembre 2016

La band che a inizio carriera s’è fatta notare nei locali londinesi facendo cover si ributta nel repertorio dei grandi del blues. Facciamo i conti: a fine 2016 Mick Jagger e Keith Richards hanno 73 anni, Charlie Waits 75, Ron Wood “solo” 69, eppure nelle 12 tracce di Blue & Lonesome c’è una band che sembra ancora affamata di musica, molto più di quando tira fuori degli inediti che, a 50 e passa anni dalla nascita, non possono che suonare un po’ blandi e risaputi. Non c’è nulla di pretenzioso qua dentro perché questa non è musica pretenziosa e difatti è stata registrata nell’arco di pochi giorni e chi se ne frega che il microfono va in saturazione, l’importante è che passi – e passa – la sensazione di ascoltare un band dal vivo. È un atto d’amore verso una musica e un mondo intero, del resto senza il blues gli Stones non sarebbero andati da nessuna parte. È anche un ringraziamento a gente come Little Walter, Howlin’ Wolf, Willie Dixon, Magic Sam. Nel 2016 l’espressione “appropriazione culturale” andava ancora forte. «Io da ragazzo quando li ascoltavo non sapevo di che colore fosse la loro pelle», ha detto Keith Richards. «Gli Stones hanno fatto molto per i bluesman, specialmente quelli di colore», ha detto Buddy Guy, mettendo fine alla discussione.

Iscriviti
Exit mobile version