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I 10 momenti che hanno segnato il pop in Italia nel 2020

Il «che succede?» di Morgan a Sanremo, i canti sui balconi, i concerti in streaming, il balletto dei voucher, le proteste in piazza: fatti e tendenze che hanno orientato la conversazione sulla musica

Artwork di Stefania Magli

Il pop, soprattutto se concepito nel senso più ampio del termine, è tradizionalmente la musica del fare contrapposta a quella del pensare. Per questo è fatta di alti e bassi, di sorprese deliziose, ma anche di notevoli figure di merda e qualche incomprensione.

A volte sublime, spesso superficiale, sempre antisnobistica e disibinitoria, la popular music dà il meglio di sé quando esegue numeri di giocoleria tra le categorie di memorabile o orecchiabile, bello e brutto, giusto e sbagliato, sempre nella duplice versione radio e remix. È fatta più delle cose che ci uniscono che di quelle che ci separano.

Inoltre il pop sa fotografare benissimo i pregi e i difetti di un dato lasso di tempo. Più di ogni altra forma di musica, infatti, vive nell’attimo, in una successione di frame che ha un senso solo se li scorri abbastanza in fretta, come i disegni di un cartone animato.

Per questo, tra parapiglia annunciati e accordi imprevisti, un’annata di pop italiano può essere raccontata sì attraverso i suoi brani o album migliori, ma anche attraverso una serie di momenti. Ne abbiamo scelti 10 per illustrare com’è andato il 2020.

1Morgan e Bugo a Sanremo

Quando la cornice narrativa ha il sopravvento sui contenuti, il pop regna. Di norma quello che accade al Festival di Sanremo mentre non si canta è mero recitativo operistico, affidato a conduttori e vallette pressoché intercambiabili. La performance eseguita da Morgan la sera del 7 febbraio scorso, invece, è stata un capolavoro assoluto del genere teatrale che, nelle relazioni sentimentali, viene detto “farsi lasciare”. È anche un forte j’accuse, in parte rivolto all’iperregolazione sanremese e in parte alla dignità umana. Era dai tempi del tentativo di suicidio sventato da Pippo Baudo nel 1995 che quel palcoscenico non si prendeva una rivincita tanto schiacciante sulla musica.

Sono tante le ipotetiche ricostruzioni dei motivi di dissapore tra Morgan e Bugo, autore e co-interprete del brano con cui i due sono in gara. Fatto sta che, alla seconda occasione di cantare Sincero (sic), Morgan prende il microfono e comincia a emettere dei versi piuttosto sconnessi, che storpiano il testo del pezzo includendo insulti e sberleffi rivolti a nient’altri che a Bugo. L’istante da salvare e custodire per sempre è quando Bugo, ammutolito, abbandona il palco e Morgan gli domanda: «Che succede?», dopo aver appena eseguito l’equivalente sonoro di andare a letto in Eurovisione Rai con sua moglie, tra l’altro facendo cilecca e dando ufficialmente la colpa a lei. Il pezzo viene squalificato: il Festival skippa una traccia. Dietro le quinte seguono sputi, spintoni e morsi, e il resto è storia dei meme e dei commentari di YouTube. Dedicato a tutti quelli che credono ancora che un’interruzione di pubblico servizio possa essere essa stessa pubblico servizio.

2La musica si sposta sui balconi

A partire dai primi giorni di marzo, i più duri del primo lockdown, la più significativa risposta del popolo italiano alla pandemia da Covid-19 sono state le canzoni sui balconi. Non male, se si considera che la contemporanea reazione della classe politica era — ed è, per certi versi, ancora — una faccina arrossita (?). I canti iniziavano puntualmente alle 6 del pomeriggio ed erano spesso preceduti dall’inno nazionale, oltre che accompagnati dallo hashtag, poi clamorosamente smentito dai fatti, #andratuttobene.

Superando ogni digital divide, questi canti analogici erano serenate pensili, invertite di direzione: dal terrazzino verso le strade deserte. Una sorta di Chatroulette musicarella apriva, come altrettanti pop-up di Windows (rigorosamente non minimizzabili), una finestra per ogni compatriota Bluetooth-munito. L’obiettivo di questi performer era fare al prossimo quello che volevano fosse fatto a loro: infondergli una speranza forse flebile, sicuramente fuori tempo ma, perlomeno, chiaramente udibile. Il tutto con grande rosicamento degli intonati privi anche di un semplice ballatoio e, soprattutto, degli stonati con giardino.

3Musica che Unisce e i concerti casalinghi

Anche se non sono di certo mancate le incursioni di cantanti famosi tra le fila dei terrazzisti, il vero Grande Fratello Vip delle canzoni sui balconi è stata l’iniziativa Musica che Unisce, trasmessa da Rai 1 a partire dalle 20:30 del 31 marzo per quattro ore e un quarto di flexing di pianoforti a coda e solidarietà ambient. Le esibizioni casalinghe — da Fedez a Ludovico Einaudi, passando per Gigi D’Alessio — erano intervallate da spezzoni di puro patriotic porn scritto da Francesco Piccolo e narrato da Vincenzo Mollica: un Instagram Reel di centri-storici-da-riscoprire-quando-tutto-questo-sarà-finito e prodezze-balistiche-della-Protezione-Civile (a cui sarebbe andato il ricavato della raccolta fondi legata al progetto).

Considerato il tempo di reazione di sole tre settimane dall’inizio del lockdown e il tono di voce richiesto dalla televisione di Stato, è venuta fuori più un’esperienza filogovernativa dal volto umano che un carosello di carità pelosa. Quando va in onda la tenerezza della stanzetta con orsacchiotto del leader dei Pinguini Tattici Nucleari, ad esempio, anche il cuore più duro perde un colpo. È il momento di prendere le distanze dal vetro da rompere in caso di cringe e donare.

4Dalla cameretta al primo posto in classifica

Anna, a 16 anni, è stata la più giovane artista italiana di sempre a occupare il primo posto nelle classifiche dello streaming. L’avrà aiutata il fatto che il suo pezzo di punta, Bando, si mette in loop almeno tre volte per sessione di ascolto: una per ottimizzare i bassi, una per ballarla e una per storpiarne le parole a squarciagola, in preda alla pareidolia acustica da gap generazionale. Davanti al suo flow scioglilingua, di fatto, siamo tutti boomer, ma non lo sappiamo e cantiamo lo stesso.

Anna è la personificazione del lato non oscuro del nostro 2020 musicale. I suoi tre singoli sono usciti tutti quest’anno. Nel 2019 i pochi concittadini spezzini che la conoscevano la dissavano senza capirne un’acca, concentrandosi sulle forme e non sulla sostanza. Nell’ottobre 2020 pubblica già insieme a Gué Pequeno, con in mezzo una challenge ad personam su TikTok da 10 milioni di visualizzazioni, ma anche una pandemia. Andare così forte senza studio, senza concerti, senza mani, non è da tutti. Certamente non è da chi non possieda la stessa determinazione di questa trapper dai dischi di platino e dal volto che sembra quello di una haitiana di Gauguin su cui abbiano fotomontato un hoodie, i cui neologismi danzano la quadriglia con un beat a presa rapida, da astinenza immediata. Ma il merito principale di Anna è ricordarci a ogni accapo che c’è solo una cosa di cui dobbiamo davvero preoccuparci, qualunque cosa accada: fare rima con le nostre passioni. Fai quello che ti piace e non lavorerai un solo giorno della tua vita, a meno che tu non faccia l’esegeta dei testi di Anna.

5Inizia l’era del livestreaming a pagamento

All’uscita dal lockdown, Venerus è stato il primo musicista italiano a resistere alla tentazione di continuare a suonare dalla cucina di casa — contendendosi la line-up con la lavastoviglie — e a provare l’emozione di organizzare un concerto anche se (anzi, proprio perché) non ci è andato nessuno. Il 30 maggio, al Museo della Scienza e Tecnologia di Milano, in chiusura della Digital Week, erano connesse però per lui 800 persone paganti 5,50 euro. Per questo don Chisciotte elettronico e il suo fido beatmaker Mace la battaglia contro i mulini delle ventole dei laptop si è trasformata in una situazione win-win: escapismo e lavoro retribuito — per lui e la crew di fonici veri, cameraman veri, registi veri — e molto più della solita diretta Instagram — per tutti gli altri.

Considerare congrua la spesa di 10 euro per il concertone di Heroes, a settembre, non sarebbe stato possibile senza Venerus e quegli 800 pionieri della fruizione a distanza del senso di vicinanza. È anche grazie a loro se la musica dal vivo è ancora negativa al Coronavirus.

6I voucher e l’emendamento McCartney

Il 13 giugno Paul McCartney si sarebbe dovuto esibire a Napoli e al Lucca Summer Festival. Il concerto viene cancellato (non rimandato) per l’emergenza sanitaria. C’è solo una categoria sociale più — giustamente — piantagrane dei fan che si vedono annullare una tappa italiana di un Beatle vivente (e mica Ringo Starr): quelli che se lo vedono annullare e cui poi viene annunciato un ristoro in voucher e non in liquidi. I voucher, per giunta, sarebbero dovuti valere esclusivamente per l’acquisto di altri spettacoli dello stesso organizzatore, entro 18 mesi; scadenza, come sappiamo, rivelatasi poi quantomeno ottimistica. Le associazioni di consumatori la toccano piano e riescono a ottenere che la Commissione Europea avvii una doppia procedura d’infrazione ai danni dell’Italia.

Passano due mesi di proteste e petizioni e il rimborso monetario viene sbloccato dal cosiddetto Emendamento McCartney, contenuto all’interno del Decreto Rilancio, a riprova del fatto che, quando serve, tipo per 80 euro, siamo ancora un popolo capace di perseguire il bene comune. Per tutto il resto ci sono i No Mask, i No Vax e lo shopping natalizio con licenza di uccidere.

7#SenzaMusica si scende in piazza

Siccome al 21 giugno il destino di tour ed eventi era ancora molto incerto (non diversamente da oggi), la Festa della Musica si è fatta comunque, ma nel silenzio assoluto. In piazza Duomo a Milano Cosmo, Saturnino, Ghemon, Levante, Diodato, i Selton, Dente e molti altri ci hanno costretto a immaginare come sarebbe un mondo senza note: un piccolo esercito di rapper e rocker latenti — di cui almeno uno coi pettorali e il curriculum di French boxe di Manuel Agnelli — piuttosto ben disposto a incazzarsi seriamente. Ma quel giorno manifestavano pacifici, #senzamusica, tutti bravi e famosi, ma disposti regolarmente e umilmente come semplici pezzi di una damiera, distanziati tra loro ma vicinissimi agli altri lavoratori della musica (produttori, uffici stampa, tecnici del suono, del video, della gioia) per far sapere, soprattutto al Governo, quanto è difficile suonare per vivere (prima ancora di vivere per suonare) quando non sempre si è in alto nelle priorità dei decreti, pandemici e non. #Senzamusica è stata la madre ideale di altre iniziative altrettanto lodevoli, come Bauli in piazza in ottobre e Scena Unita, nata a novembre.

8La strana estate dei concerti

Se l’anno solare fosse una canzone, l’estate, di certo, ne sarebbe il ritornello. E le parole di quel ritornello sarebbero i concerti di giugno, luglio e agosto. Il DPCM pubblicato il 17 maggio 2020 ha stabilito che, a partire dal 15 giugno, i concerti sarebbero potuti ricominciare, ma con una soglia massima di 1000 spettatori distanziati all’aperto (200 se al chiuso) e col divieto di consumare cibi e bevande sul posto. Il che è come dire a un bambino che sì, può giocare tranquillamente a pallone sulla spiaggia, purché sia opportunamente bucato e parzialmente riempito di sabbia a ciottoli.

In ogni caso, i concerti non sono mancati. Quello che è mancato sono le folle oceaniche; in cui il dispiacere di non riuscire a distinguere anche solo il colore della maglietta del cantante solista era equamente compensato dal calore dei corpi che, al buio, rischiarati solo dal riflesso dei fari sulle birre, sembravano la nostra comitiva di una vita. E invece erano quella del futuro, venuta a farci a farci visita in una settimana di ferie spazio-temporali per scrivere l’origin story della nostra amicizia. Fortuna che quello che conta, spesso, perché un concerto sia davvero indimenticabile — prima ancora della resa acustica o l’etica del lavoro del cantante solista — sono i ricordi che gli si generano intorno. Fortunati, dunque, quelli che ne possedevano già di precedenti al 2020. Del resto, come cantava Roy Orbison fin dal 1962: “Yes let’s make a memory together / One that will last and last forever”.

9La consacrazione dell’Instagram rap

L’affermazione definitiva dell’Instagram rap, avvenuta nel 2020, non è tanto interessante di per sé ma per quello che rappresenta per i corsi e ricorsi dei reparti avanzati di qualunque fenomeno o piattaforma culturale, quando matura e sembra quasi bearsi di diventare inesorabilmente retroguardia. Instagram è nato per essere un medium lineare e immediato: all’origine c’era un’immagine per post, che parlava per lo più da sola. Il tempo lo ha complicato e arricchito di sezioni e strumenti ridondanti e sovrapposti, caption sempre più lunghe e litanie di hashtag, tra il tattico e lo scaramantico, considerate necessarie per la diffusione dei contenuti. Oggi somiglia molto a Facebook, che nel frattempo lo ha acquisito.

Se ci fate caso quella di Instagram non è una storia molto diversa da quella del rap italiano. Partito intimista e stradale, negli anni si è talmente imborghesito e massificato che perfino le bambine tiktoker hanno più street cred dei suoi esponenti più dipendenti dai like (ovvero: cuori). Dunque l’Instagram rap non è, paradossalmente, un rap più avvicinabile e disintermediato, ma l’ennesima, terminale forma di istituzionalizzazione di un genere musicale che, alla ricerca di autenticità e visibilità, finisce per rendersi tanto più improbabile e filtrato quanto più trova spazi nei territori rassicuranti di una piattaforma socialmediale che sembra la cugina timorata di Dio di Snapchat. Per essere violentemente, autenticamente rap non ci resta ormai che la letteratura delle bio di Tinder.

10L’internazionalizzazione del rap italiano

Il 20 novembre esce Famoso di Sfera Ebbasta e niente è più lo stesso per il Prometeo della trap italiana, divenuta — per sua intercessione — globale. Finalmente, le sue mire espansionistiche da imperatore romano nato tra i Longobardi, da tempo oggetto di sue autoprofezie, si adempiono.

Nessun altro album di un nostro compatriota è stato tanto ascoltato nel mondo il giorno della sua uscita. Chissà che le parole della trap usate da Sfera e cantate dai suoi fan belgi o americani, francofoni o italomani non possano contribuire alla diffusione della nostra lingua all’estero come un istituto di cultura vivente, con buona pace degli Istituti di Cultura reali (che, per la cronaca, fanno capo a Luigi Di Maio).

Sfera è la dimostrazione che un italiano con un talento preciso e individuato per tempo (spaccare), determinato e dotato di visione e di una buona squadra, può avere la forza di rieditare il celeberrimo aforisma “Fake it until you make it”. Per Sfera è stato e sarà sempre, più che altro: “Make it while you make it”.

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