I 10 migliori album jazz-rock degli anni ’70 | Rolling Stone Italia
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I 10 migliori album jazz-rock degli anni ’70

È la musica dei figli di Miles Davis, che da ‘In a Silent Way’ in poi ha esplorato rock, psichedelia, funk. Ma chi tra Herbie Hancock, i Weather Report, Billy Cobham e i Nucleus ha fatto il disco migliore?

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Miles Davis

Foto: David Redfern/Redferns/Getty Images

Il jazz-rock è una delle grandi rivoluzioni degli anni ’60 e ’70. La musica afroamericana che da sempre è sinonimo di libertà da ogni punto di vista si fa ancora più libera, supera ogni paletto e ingloba in sé l’impeto del rock.

Il passaggio non è semplice. Il jazz è diventato un genere codificato con regole da non disattendere. Con buona pace dei critici, c’è però chi non rimane indifferente alla spinta propulsiva del rock, vedi l’iper-creativo Miles Davis che attua un vero e proprio cambio di prospettiva che prima porterà al capolavoro In a Silent Way e poi si spingerà molto oltre. Nella sua musica lo swing viene bandito e si fa largo la solida pulsione in quattro quarti tipica del rock. Su quel tessuto anche la strumentazione si amplia: le tastiere non si limitano più solo al pianoforte, le chitarre si fanno spesso distorte, il contrabbasso cede il posto al basso elettrico.

È il via libera che permette di salire alla ribalta ad artisti che usano le matrici del jazz, sulle quali si sono fatti le ossa, per esplorare uno stile nuovo di zecca: John McLaughlin, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Chick Corea, Herbie Hancock, Larry Coryell, super-musicisti dal gusto sopraffino e dalla voglia di andare oltre facendo felice il giovane popolo del rock, che finirà per trattare gente come Miles come rockstar. Tolto un paletto, è un attimo ad allargare ulteriormente la tavolozza degli stili inserendo psichedelia, funk, progressive… In breve il jazz-rock, che ha sviluppato le sue caratteristiche peculiari negli Stati Uniti, diventa un genere celebre in tutto il mondo con diverse sfumature a seconda delle nazioni, in Italia avrà dalle peculiarità ben precise, già evidenziate qui.

Purtroppo col passare del tempo il fenomeno perderà alcune delle sue caratteristiche più creative per perdersi nel virtuosismo fine a se stesso della fusion, che molta fortuna troverà nella seconda metà degli anni ’70 sempre negli Stati Uniti. Anche qui però ci saranno ottimi esempi di fantasia e voglia di osare, uno per tutti: Pat Metheny.

10. “Žízeň” Pražský Výběr (1978)

Provenienti dalla Repubblica Ceca i Pražský Výběr subiranno diverse metamorfosi fino a diventare una band new wave e poi metal. Nella loro veste iniziale però sono dei veri maestri nel jazz-rock. L’esordio di Žízeň è una bomba, con una big band a misurarsi con due brani brevi e altrettante suite strumentali che non rinunciano a diverse parti corali in un tripudio di jazz-rock sinfonico.

9. “Feels Good to Me” Bruford (1978)

Il batterista dei primi Yes e King Crimson non ha mai nascosto la sua passione per il jazz, prova ne è l’esordio solista, con dentro vere stelle come il chitarrista Allan Holdsworth e la cantante Annette Peacock. Il jazz-rock canterburiano vira verso un virtuosismo all’americana, del resto il bassista Jeff Berlin viene proprio dagli Stati Uniti e il tastierista Dave Stewart è un ex Hatfield and The North.

8. “Elastic Rock” Nucleus (1970)

Tra i massimi rappresentanti del jazz-rock britannico, i Nucleus arrivano all’esordio di Elastic Rock proponendo un suono rarefatto figlio di In a Silent Way, con i brani uniti a formare una lunga suite nella quale svettano la tromba e il flicorno del leader Ian Carr che disegna una serie di temi struggenti e onirici.

7. “Introducing The Eleventh House with Larry Coryell” The Eleventh House (1974)

Una bella svegliata la offre il super virtuoso Larry Coryell che furoreggia alla chitarra con i suoi Eleventh House. I brani sono vere schegge impazzite nelle quali gli strumenti sono impegnati in un duello senza respiro tra i ritmi i serrati del rock e le sciabolate del leader.

6. “Spectrum” Billy Cobham (1973)

Se si parla di virtuosismo il batterista Billy Cobham non ha bisogno di presentazioni. Dopo le collaborazioni che vanno da Miles Davis alla Mahavishun Orchestra dà alle stampe un esordio solista nel quale un infuocato jazz-rock dialoga felicemente col funk, con l’apporto del chitarrista Tommy Bolin che da lì a poco ritroveremo nei Deep Purple.

5. “Heavy Weather” Weather Report (1977)

Con Heavy Weather il jazz-rock trova anche la fortuna commerciale grazie a Birdland, destinato a diventare un classico. Una band con Jaco Pastorius, Joe Zawinul e Wayne Shorter può concepire un album meno che perfetto?

4. “The Inner Mounting Flame” The Mahavishnu Orchestra (1971)

Nella Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin il jazz-rock si fa trascendentale. Gli album della formazione anglo-americana sono tripudi mistici nei quali le preghiere in musica del leader si infiammano in flash sonori che hanno qualcosa di inumano, tanto si spingono oltre nelle capacità strumentali.

3. “Romantic Warrior” Return to Forever (1976)

A proposito di capacità inumane, come lo si vede un Chick Corea alle prese con il jazz-rock? Ascoltare per rendersi conto di cosa riusciva a fare il musicista con un incredibile parco tastiere e un suono che si amplia ulteriormente tuffandosi tra le pieghe del progressive rock.

2. “Head Hunters” Herbie Hancock (1973)

Ascoltare Head Hunters vuole dire non riuscire a star fermi un attimo, andare fuori di testa dietro ai gommosi groove jazz-funk di Hancock supportato fa una band stellare. Chameleon ha bisogno di pochi istanti per imporsi, basta un tema semplice ma di sicuro effetto e quel ritmo, poi saranno 15 minuti da sogno.

1. “Bitches Brew” Miles Davis (1970)

Primo posto scontato per il disco che ha portato alla ribalta il jazz-rock. Nei dischi precedenti Miles aveva messo a punto il suono che con Bitches Brew trova la perfezione. È un doppio con pezzi che sfiorano la mezz’ora tra rock, jazz, psichedelia, funk e una generale atmosfera ipnotica e sciamanica in una musica che scavalca ogni confine e si fa totale.