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Grammy 2023, il meglio, il peggio e due WTF

Harry Styles giù di tono, lo spettacolone di Bad Bunny, 'Renaissance' che non ce la fa, l'omaggio alla storia dell'hip hop, Bonnie Raitt che batte le grandi popstar e altre storie notevoli dalla cerimonia di ieri sera

Foto: Christopher Polk/Variety via Getty Images

Ricordate quando i Grammy erano noiosi? Oggi pare quasi impossibile. Da quando nel 2021 è finito nelle mani del nuovo team creativo guidato dal produttore Ben Winston, lo show è diventato molto più godibile. L’edizione 2023 è stata un tributo al meglio della musica del momento, ma anche uno schiaffo ai commentatori di destra che hanno avuto una crisi di nervi quando hanno ascoltato per la prima volta Unholy. D’accordo, senza qualche momento stonato, soporifero o qualche scelta opinabile non sarebbero i Grammy Awards, ma grazie al cielo ce ne sono sempre meno. Ecco i momenti migliori, i peggiori e due WTF della 65esima edizione.

Meglio: Trevor Noah al top

Foto: Kevin Winter/Getty Images

Trevor Noah ha punzecchiato Lizzo definendola «la flautista più famosa dai tempi di…», per poi chiudere la frase con «sono sicuro ce ne siano state altre». Forse ispirato dalla copertina di Rolling Stone, ha parlato di Harry Styles: «L’uomo più sexy del mondo. Scherziamo? Non c’è gara. È il sex symbol globale, specialmente ora che hanno fatto fuori l’M&M’s verde». Ha detto a Taylor Swift che gli piaceva molto la sua Anti-Hero perché parla di sua zia Beatrice e ha stupito Adele con un cameo a sorpresa del di lei eroe Dwayne “The Rock” Johnson. Insomma, Trevor Noah era in forma e ha dato il via alla serata in modo grandioso.

Meglio: Bad Bunny porta Porto Rico sul palco

Foto: Kevin Winter/Getty Images

Bad Bunny ha ricreato l’energia delle processioni tradizionali e delle feste di Porto Rico dando il via alla sua esibizione in mezzo al pubblico, seguito da una parata di musicisti e di ballerini di plena. E poi, ballerini di merengue, musicisti dominicani della band di Dahian El Apechao e cabezudos, le maschere tradizionali con grandi teste. È stata una delle performance più vivaci della serata e ha mostrato tutto l’orgoglio e la specificità culturale portoricana, che sono caratteristiche anche della carriera da record di Bad Bunny.

Meglio: Kim Petras entra nella storia

Foto: Getty Images for The Recording Academy

Quando Sam Smith e Kim Petras sono saliti sul palco per ritirare il premio per la miglior performance in duo o gruppo per Unholy, lui (che ha già vinto quattro Grammy) è rimasto un passo indietro lasciando il microfono a lei, che vinceva per la prima volta e ha fatto un discorso storico: «Sam ha voluto gentilmente che fossi io a ritirare il premio perché sono la prima donna transgender a riceverlo», ha detto Petras, col viso coperto da un velo in stile Madonna. Che ha ringraziato, essendo stata una delle pioniere che ha preparato il terreno per questo momento. Non solo: «Vorrei ringraziare tutte le leggende incredibili transgender che sono venute prima di me e hanno abbattuto le barriere: è così che io posso essere qui stasera. E specialmente Sophie, la mia amica che è mancata due anni fa».

Peggio: niente album dell’anno per Beyoncé e Bad Bunny

Foto: Johnny Nunez/Getty Images (1); Francis Specker/CBS/Getty Images (2)

Il 2023 doveva essere l’anno in cui Beyoncé avrebbe avuto ciò che le spettava, il premio per l’album dell’anno, tanto più dopo aver fatto segnare il record di numero di Grammy vinti nella storia. Nonostante 25 anni di successi e di musica di grandissima valenza culturale, Queen Bey non ha mai ricevuto l’ambito premio. Renaissance ha vinto “solo” nella categoria del migliore album di dance/elettronica.

Un altro in lizza per il premio di album dell’anno era Bad Bunny, che da anni fa numeri pazzeschi e ha raggiunto un nuovo livello di fama mondiale con Un verano sin ti. Il suo è passato alla storia come il primo album non in lingua inglese a ricevere una nomination come disco dell’anno e una vittoria avrebbe aperto la porta ad artisti latini e di lingua non inglese, ma non è andato oltre il premio per la categoria Best Música Urbana. La commissione aveva due chance di scrivere la storia, ma ha preferito incasellare due artisti di importanza generazionale in categorie di genere. È stata una delusione e ha chiuso con una nota stonata una serata altrimenti spettacolare.

WTF: le tavole rotonde dei fan

Foto: Johnny Nunez/Getty Images for The Recording Academy

Nella serata in cui le più grandi star della musica si riuniscono, i produttori dei Grammy hanno pensato che avremmo preferito vedere un gruppo di superfan che esprimevano le loro opinioni insipide sull’album dell’anno. L’idea di partenza era deboluccia, la realizzazione anche peggio: un gruppo di persone riunite in una specie di tavola rotonda, come se fossero esperti di politica che commentano le elezioni. Pensate a quante inquadrature di Dwayne Johnson avremmo potuto vedere al posto di questa roba.

Meglio: l'omaggio alla storia dell'hip hop

Foto: Emma McIntyre/Getty Images

Finalmente i Grammy hanno dato all’hip hop ciò che gli spettava, con un medley di performance di più di due dozzine di grandi rapper degli ultimi 50 anni. A partire da Grandmaster Flash con Flash to the Beat e The Message, una serie di leggende hanno rifatto le loro grandi hit: Run-DMC, LL Cool J, Salt-N-Pepa, Rakim (con una Eric B for President pazzesca), Public Enemy, Scarface, Ice-T, Queen Latifah, Missy Elliott, Too Short e altri, fino ad arrivare ai successi più recenti di Lil Baby e Glorilla. Quasi tutte le performance sono state eccezionali, ma la velocità folle di Busta Rhymes ha letteralmente fatto cadere la mascella a tutti. Volete la prova? Guardate le inquadrature con le reazioni di Jay-Z. Piccolo appunto: dove erano le hit del periodo 2002-2020?

Meglio: Brandi Carlile spacca

Foto: Getty Images

Brandi Carlile è una grande del country e dell’americana, ma pure del rock. Ha dato una bella scossa ai Grammy suonando Broken Horses (che ha ottenuto un paio di premi in categorie legate proprio al rock), accompagnata da una band con Shooter Jennings al piano e le Lucius ai cori. È stato un cambio di passo elettrizzante per la cantautrice e si spera che continuerà in questa direzione, facendo un disco totalmente rock.

WTF: Bonnie Raitt batte le popstar

Foto: Johnny Nunez/Getty Images

Sia ben chiaro: Bonnie Raitt è una leggenda assoluta, Just Like That è un pezzone ed è grandioso che lei sia la prima donna over 50 a vincere il premio per la miglior canzone nella storia dei Grammy. Detto ciò, darle il premio a discapito di futuri classici popolarissimi firmati da Taylor Swift, Harry Styles, Kendrick Lamar, Beyoncé e altri che erano in nomination è stato uno dei tipici abbagli da Grammy, probabilmente causato dal fatto che i votanti più avanti con l’età conoscevano meglio il nome. Persino lo sguardo di Bonnie Raitt comunicava sbigottimento. È stato come tornare ai Grammy del 2008, quando Herbie Hancock vinceva la statuetta per l’album dell’anno con River: The Joni Letters battendo la Amy Winehouse di Back to Black. Pensavamo che i Grammy avessero imparato a evitare scelte bizzarre e sconnesse, e invece no.

Meglio: il ricordo degli artisti scomparsi

Foto: Kevin Mazur/Getty Images for The Recording Academy

La sezione “In Memoriam” dei Grammy è sempre una scommessa, ma in qualche modo quest’anno le esibizioni hanno fatto centro. Kacey Musgraves ha riatto Coal Miner’s Daughter di Loretta Lynn, Quavo ha commosso col tributo a Takeoff (una delle perdite più insensate dello scorso anno). L’emozione è cresciuta sempre più con l’audio di Guinnevere di Crosby, Stills & Nash fatta ascoltare in onore di David Crosby. Il culmine è arrivato con Mick Fleetwood che ha eseguito Songbird per la sua compagna di band Christine McVie con Bonnie Raitt e Sheryl Crow. Il segmento spesso è solo una lista disordinata di nomi che sfilano sullo schermo. Questa volta c’è stato dello studio.

Peggio: Gangsta Boo e Mimi Parker dimenticate

Foto: Matthew Eisman/WireImage (1); Al Pereira/Michael Ochs Archives/Getty Images (2)

Nonostante quanto detto sopra, ci sono state delle omissioni non da poco. D’accordo che non è facile citare tutti gli artisti mancati nell’anno precedente in soli dieci minuti e quasi ogni anno i Grammy si dimenticano di qualcuno, ma sono parse clamorose le esclusioni di Gangsta Boo e della batterista/cantante dei Low, Mimi Parker. Sono stati omessi anche Aaron Carter, Gary Brooker dei Procol Harum, Bobby Neuwirth, Lucy Simon, il frontman dei Nazareth Dan McCafferty e il batterista Alan White, che ha suonato con gli Yes e la Plastic Ono Band. Parliamo del tizio ha suonato in Imagine. Come tutti gli altri menzionati, meritava un ricordo.

Meglio: la Motown di Stevie Wonder e Smokey Robinson

Foto: Frazer Harrison/Getty Images

Taylor Swift si muoveva ascoltando The Way You Do the Things You Do, Brandi Carlile saltellava su Tears of a Clown, Flavor Flav è uscito di testa per Higher Ground. In sette minuti e mezzo, Stevie Wonder ha guidato un tributo all-star al fondatore della Motown, Berry Gordy, e al grande Smokey Robinson (entrambi insigniti del premio di “Persona dell’anno” assegnato dall’associazione non profit dei Grammy, MusiCares). Pareva una parata della Motown originaria. Gordy sorrideva come se quello fosse il più bel momento della sua vita, forse perché la sua vita stessa ha portato a quel momento.

Peggio: Harry Styles dopotutto è umano

Foto: Kevin Winter/Getty Images

Anche il fan più accanito ammetterà che Harry Styles è parso un po’ fiacco. Quando ha ritirato il premio per il miglior album di voce, il vestito brillava, lui invece pareva sfinito mentre ringraziava la Recording Academy con voce roca e bassa. La performance di As It Was non è stata di certo più efficace. Styles è noto per l’energia che mette nelle esibizioni, con cui è capace di riscattare le canzoni più deboli ed esaltare le migliori, ma domenica gli mancava la sua tipica aura da star. Nella sera in cui ha vinto il premio per l’album dell’anno, ha molto semplicemente mostrato d’essere anche lui umano.

Peggio: la durata

Foto: Christopher Polk/Variety via Getty Images

Ok, è stato per lo più un ottimo spettacolo. Esibizioni potenti, discorsi significativi, bei vestiti… non c’è che dire. Brava Recording Academy. E però, mentre le lancette dell’orologio segnavano e superavano le 23:30, ora della costa atlantica, ci siamo domandati: perché farla tanto lunga? Non si poteva almeno evitare quella lunga sezione sui ricordi dell’era del jazz di Billy Crystal? (Scusaci, Billy).

Da Rolling Stone US.

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