Fuzak, musica innocua per gente pericolosa | Rolling Stone Italia
Oltre lo smooth jazz

Fuzak, musica innocua per gente pericolosa

Fusion + muzak: è un sottogenere snobbato dai critici negli anni ’80, ma di grande successo. Musica di sottofondo suonata talmente bene da fare il giro. Ecco 10 dischi per rivalutarla, da Carla Bley a un insospettabile Prince

Fuzak, musica innocua per gente pericolosa

Carla Bley

Foto: Roger Ressmeyer/Corbis/VCG via Getty Images

È arrivato l’autunno, in vista momenti down per i meteoropatici. Non crucciatevi: esiste un modo per essere in un eterno limbo di solarità e benessere, magari evocando terre dove non piove mai. È la musica ovviamente e nello specifico il sottogenere della fusion che negli anni ’80 indignava i critici musicali, che lo consideravano quasi spazzatura. Stiamo parlando della fuzak, miscela di fusion e muzak, la “musica per ascensori” così etichettata per indicare un jazz commerciale, ma talmente commerciale da rasentare il jingle pubblicitario.

La sigla, che pare sia nata tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80 all’interno dei circuiti musicali di Los Angeles e New York, serve a denigrare un genere considerato uno sputtanamento del jazz, a base di suoni pulitissimi, leccati e plasticosi, costruito con l’obiettivo di raggiungere le classifiche. Ma se gli Einstürzende Neubauten cantavano “tutto sarà muzak”, è andata a finire che tutto è stato fuzak: pensiamo alla vaporwave, che di fatto ha nei suoi sottogeneri gran parte di questa sensibilità, pensiamo al glo-fi, pensiamo anche a certe suggestioni presenti nel cloud rap. E il motivo è molto semplice: quello che forse è sfuggito ai critici del periodo è che questo tipo di jazz ha molti aspetti maligni, si insinua nella musica senz’anima del capitalismo sbattendogli in faccia i suoi cortocircuiti. Se il game consistere nel diffondere musica innocua per gente innocua, noi la suoneremo come musica innocua per gente pericolosa. In poche parole, American Psycho.

Chi ha detto che la fuzak non sia stata un modo per sovvertire la musica commerciale dall’interno? A supporto di questa tesi ecco a voi un campione di 10 dischi di fuzak che potrebbero cambiare la vostra percezione di cosa suona commerciale e cosa no, soprattutto in tempi di AI dove si produce davvero musica insignificante, ma tirata a lucido.

  • Night-Glo

    Carla Bley with Steve Swallow 1985

    Ma come, una delle più grandi jazziste free di sempre si mette a fare fuzak? Ebbene sì. Immaginate la faccia di quelli dell’etichetta Ecm quando gli arriva questo prodotto, uno scossone alle fondamenta del jazz purista, orientato al facile ascolto. Le motivazioni non sono però solo di carattere commerciale, stiamo sempre parlando della Bley di Escalator Over the Hill e infatti c’è la stessa tempra sperimentale, solo che questa volta si sfida apertamente lo smooth jazz più banale rendendolo un gioiellino di microcosmi proto vapor con parti effettivamente “storte” e meno rassicuranti (vedi Crazy with You o l’ultima traccia, Wildlife: Horns/Paws Without Claws/Sex With Birds). Volendo allargarsi, sembrerebbe una specie di new romantic jazz, etichetta che ci stiamo inventando ora, ma del movimento inglese nato dalle ceneri della new wave sembrerebbe riprendere la patina verniciata e le atmosfere languide, che sono soprattutto la colonna sonora dell’amore tra Bley e Steve Swallow. Quest’ultimo è un grande bassista che suona nei registri più alti in modo cantabile, tanto che la Bley è come se scrivesse canzoni non per voce umana, ma per basso melodico. La sezione fiati regge il tutto dando un sapore latino e una particolare tensione nel relax, che non definirei tanto erotica quanto demoniaca. La copertina con Bley androgina che accende la miccia di Swallow con tanto di palme “drugapulco” alle spalle è già una anticipazione visiva di un suono tanto raffinato e fresco quanto ambiguo e proiettato in un futuro prossimo, tra coattume e classe da vendere. Una minaccia per il jazz quanto per il pop, un imbastardimento di lusso, ma nello stesso tempo l’abbattimento di tabù sonori per una fruizione veramente libera e popolare della musica.

  • Put Sunshine in It

    Arthur Blythe 1985

    Ma come Blythe? Un sassofonista di pregio abituato a musica acustica improvvisamente si ritrova infilato tra sintetizzatori all’ultimo grido e drum machine? Eh sì. Il capo della Columbia decide di farne il nuovo David Sanborn, ma Blythe ha un altro tipo di feeling, è uno che si rinnova tramite il perfezionamento della sua formula: inserito in un contesto artificiale del genere è un rischio. Con l’idea di provare ad affidarsi agli ordini del boss, si cimenta nel disco più sperimentale della sua carriera, uno dei primi a virare il jazz in un modo completamente diretto dalle macchine, soprattutto in un periodo in cui uscivano nuovi synth di cui non si sapeva molto e che portavano a un approccio pioneristico quanto spesso ingenuo. Il sax di Blythe è calibrato in maniera precisa e controllata, quasi fosse un sample appoggiato su una base, tanto che sembra anticipare la chill house (quella col sassofono da aperitivo vigoroso, per intenderci). C’è la sezione fiati, ma la sensazione è di straniamento perché sembra che le parti siano incollate di peso sulla base elettronica, l’overdub è fin troppo esplicito. Ovviamente l’esperimento non ha molto successo, ma apre le porte a un modo di intendere il jazz che poi intrigherà – in maniera meno patinata – altri suoi illustri colleghi, ad esempio il World Saxophone Quartet, ma anche il mondo hip hop che campionerà il disco.

  • Word Sound and Power

    Chris Hinze 1980

    Immaginate di essere in Giamaica, tra i palmizi e la musica reggae di gente come Peter Tosh: anzi, Peter lo vedete proprio in mezzo alla band che suona in questo momento, ci sono anche anche Sly & Robbie, nomi storici del genere, è proprio la Peter Tosh Band. E via così, un perfetto e impeccabile reggae solare e proletario che ci parla di lande molto lontane dalla pasciuta e borghese Europa. Ma ecco che improvvisamente, in mezzo a questo idillio sentiamo il suono di… un flauto traverso? Eh sì, un flauto jazz melodico e improbabile, che rasenta dei semplicismi compositivi new age nonostante il tecnicismo evidente. Trattasi dello strumento di Chris Hinze, jazzista olandese che raramente si infilava in contesti estremi o free (eccezion fatta forse per il disco collaborativo Wide and Blue), ma che più avanti si interesserà maggiormente alla world music e appunto si darà alla new age più muzak oriented. Si prende una scuffia totale per il reggae, decide di chiamare i peggio pezzi grossi (tra i quali i succitati) per suonare nel disco, lo immaginiamo mentre si fa un mondo di cannoni in spiaggia e poi va in studio accende le tracce e ci mette su questo flautino rigorosamente bianco. La cosa meravigliosa è che nonostante sia un cortocircuito assoluto e inspiegabile, un crossover di generi che si menano tra di loro, funziona alla grande. Credo di averlo ascoltato per un’intera estate senza trovarci mai una caduta di stile nonostante sia davvero sul filo del kitsch: a Hinze il premio per aver sfiorato il capolavoro concettuale e inventato una specie di fuzak reggae, strada che nessuno del jazz “istituzionale” ha più calcato poiché irritati dal risultato (e noi diciamo ingiustamente).

  • 8

    Madhouse 1987

    Non tutti lo sanno, ma tra i vari progetti paralleli di Prince c’era anche questa band eccezionale (che poi alla fine erano solo lui ed Eric Leeds, almeno in questo disco) dedita al jazz fusion. Sebbene contenga parti elaborate, era jazz in salsa fuzak, segno che Prince era uno che usava ogni potenziale novità, anche detestabile, per innestarla nel suo linguaggio. In questo caso non è spaventato dall’aspetto ipercommerciale del genere, ma anzi lo usa per deragliarne l’“infantilismo” in un contesto tecnico espressivo pauroso. I Madhouse possono essere suonati nei matrimoni, nella filodiffusione degli aerei, nei cocktail bar, come tappezzeria sonora per i ristoranti, poi però senti dei fill e dei contrasti compositivi che ti fanno pensare che qualcosa che non quadra, e tutto turba improvvisamente la giornata di chi credeva di spegnere il cervello per rilassarsi. Che poi la band sia nata proprio per perculare la fuzak è probabile, visto l’assoluto anonimato dei titoli degli album – 8, 16 e pare ci sia anche un 24 mai pubblicato – che indicano un prodotto, un contenitore dove c’è un vuoto ma costruito in maniera sapiente. A loro la palma della fuzak evoluta.

  • Formula 5

    Augusto Martelli 1985

    Non potevamo non citare il grande Augusto Martelli, meglio conosciuto come l’autore del jingle di Canale 5, delle sigle del Pranzo e servito e di Ok, il prezzo è giusto!, o come uno dei compagni storici di Mina. Oltre ad arrangiare e comporre qualsiasi cosa circolasse in tv o al cinema o dove volete, usando uno stile delirante che fa slalom musicale da tutte le parti, Martelli è il simbolo sonoro dell’impero berlusconiano. Anzi, dell’Italia degli anni ’80, quella degli aperitivi e del soldo facile. Ed ecco quindi uscire dal suo cilindro Formula 5, che già dal nome è un… programma, un po’ come il garofano rosso craxiano in copertina. Musica elaboratissima e arrangiata in modo pazzesco e pazzoide, ma in un modo capace di renderlo digeribile anche alle orecchie degli italiani, usando lo stratagemma dell’arrangiamento orchestrale jazzato, che all’inizio sembra di sottofondo ma poi ti accorgi che è in primo piano e la tappezzeria diventi piano piano tu stesso, mescolato in una cornucopia di generi addomesticati per bene al facile ascolto.

  • Power Play

    Billy Cobham 1986

    Billy Cobham non ha bisogno di presentazioni: il massiccio batterista della Mahavishnu Orchestra ha fatto la storia del jazz-rock e collaborato con miriadi di numeri uno dentro e fuori il jazz. Ed ha chiaramente una carriera solista esplosiva, soprattutto negli anni ’70 dove arde in lui il fuoco antesignano del jazz-rock. Poi negli anni ’80 c’è una svolta che sciocca i critici: dall’improvvisazione e dai suoni crudi si passa a Warning, che nell’85 vede Cobham tra i primi a registrare completamente in digitale gettandosi a capofitto tra le nuove diavolerie elettroniche. Risultato: una fusion con maggiore struttura compositiva e una strizzatina d’occhio ai suoni pop-funk, facendo storcere il naso a molti. In Power Play la produzione fa un altro step: la produzione è leccata, piena di tastiere Yamaha DX 7 plasticose tendenti al preset perenne, il virtuosismo esce fuori a piccole dosi in favore di un afflato che potremmo definire ultraradiofonico. In poche parole è la sua opera fuzak, non a caso perennemente sottovalutata dagli addetti ai lavori nonostante presagisca un mondo di silicone normalizzato, computerizzato, pieno di ambienti condizionati ed emozioni rarefatte e automatiche. In pratica il nostro oggi.

  • Mint Jams

    Casiopea 1982

    La Yellow Magic Orchestra della fusion, una band giapponese che ha incarnato più di altre lo stile fuzak sia nell’attitudine che nel suono. Musicalmente sono dei mostri e applicano il loro talento – che potrebbe essere usato in maniera estremamente avanguardistica – per mettere su una perfetta macchina di “benessere”, in questo senso estrema. Mint Jams offre un assaggio della maestria della band, con melodie gradevolissime da sorriso ebete stampato in faccia, ritmiche alla “su con la vita” e suoni verniciati di fresco come un bel paio di scarpe pronte per essere sfoggiate alla migliore delle feste. Un perfetto sottofondo per il fitness, per le riunioni di lavoro, per viaggiare in auto senza distrarsi, per godersi la vita insomma. Dietro tutto questo c’è una filosofia ben definita, ovvero un modo per alleggerire – e di tanto – la pressione sociale giapponese. In un certo senso i Casiopea agiscono in senso antitetico ma complementare allo japanoise o al punk nipponico d’epoca: se questi ultimi esasperavano le crepe del sistema usando gli estremismi come esorcismo e ribellione alle costrizioni, i Casiopea cercano di spazzare via la dura realtà a colpi di melodie. Come dire, esiste anche un altro Giappone, un’altra vita.

  • Another Place

    Hiroshima 1985

    I nippo-americani Hiroshima mescolano la tradizione giapponese (in particolare l’uso del koto in modalità pentatonica) e il funk/r&b americano con tinte pop soul: in pratica un melting pot musicale piuttosto intrigante per l’epoca, che infatti riscontrerà un certo successo nelle classifiche americane. Dopo tanta gavetta nel ’79 e ’80 incidono due album. Arrivati al giro di boa del fatidico terzo lavoro i cambiamenti sono radicali: cambio di etichetta, ennesimo cambio di line-up e soprattutto cambio di stile. Con l’arrivo delle nuove tecnologie gli Hiroshima si spostano su un versante più elettronico strizzando l’occhio alla fuzak con una classe clamorosa. Third Generation del 1983 potrebbe essere definito una specie di disco fuzak crossover, in cui alla patinata leggerezza della forma si unisce una raffinatezza di arrangiamenti e una ricerca di stili che rendono tutto fruibile, persino gli innesti reggae e rock. Ma il disco non va benissimo a livello commerciale, singoli a parte, e con Another Place del 1985 cambiano ancora una volta rotta, per arrivare a un capolavoro fuzak. Non una virgola fuori posto, tutto completamente polished a partire da One Wish che è il manifesto di intenzioni, tra pad new age, facile ascolto fusion e utilizzo della tecnologia più all’avanguardia degli 80s. I Do Remember vede sposare questa attitudine con il sassofono, segno che la metamorfosi è giunta all’apice per toccare il clou con Touch and Go, sfacciatamente commerciale e opportunamente “allisciata”. L’azzardo musicale sarà premiato dal mercato, a parte quello americano che rimarrà un po’ freddo, d’altronde trattasi di un disco sperimentale, se per sperimentale intendiamo cercare di fare qualcosa che raggiunga più orecchie possibili senza però perdere di una virgola la spinta creativa e il valore esecutivo della musica.

  • Moonlighting

    The Rippingtons 1986

    A volte succede che quando stai cercando qualcosa esce fuori tutt’altro, e forse clamorosamente più interessante. È il caso degli americani Rippingtons, band semi all-star (calcolando che vi militava Kenny G) che nel 1986 pubblica questo disco che diventa da subito il simbolo dello smooth jazz anni ’80: produzione impeccabile, suoni leccati, tutto al punto giusto senza neanche una sbavatura, roba perfetta per il sogno americano degli yuppies ma, nello stesso tempo, inquietante spaccato di un gelo emotivo, probabilmente in maniera inconsapevole. È in effetti uno dei più sfacciati e lampanti esempi di fuzak mai sentiti, altro che smooth: qui siamo oltre, tra languidezza digitali, sassofoni, atmosfere da ologramma, i Rippingtons ci portano in un mondo virtuale dove anche le segreterie telefoniche possono avere un’anima (vedi She Likes to Watch, che sembra la colonna sonora di un rullo televisivo). Viste le premesse, il successo commerciale del disco è importante e stranamente anche la critica jazz si convince a nominarli come esemplari unici di jazz contemporaneo nonostante siano a volte nauseanti (nel senso che ascoltarli equivale a mangiarsi tonnellate di caramelle). Nel 1986 probabilmente si erano arresi tutti alla tecnologia FM. E non a caso act vaporwave come Equip sapranno poi dove mettere le mani per campionare…

  • Street Dreams

    Lyle Mays 1988

    Lyle Mays sapeva bene dove mettere le mani: sulle sue tastiere. Oltre ad usarle nel Pat Metheny Group di cui è co-fondatore, sfruttava le proprietà sintetiche per colonne sonore e composizioni contemporanee, forte dell’endorsement delle migliori marche di synth in circolazione (Korg in primis), e in sostanza dell’essere un prime mover della musica strumentale digitale. Se la fusion è il suo campo naturale di azione con il PMG, già nel suo primo disco solista sentiamo l’influenza della musica di sottofondo, mitigata dalla sua abilità pianistica. Nel secondo, Street Dreams, la sterzata verso sonorità fuzak è eclatante: musica che starebbe bene in pubblicità, sigle di telefilm, tappeti sonori vari, ma sviluppata in maniera talmente scintillante e tecnicamente cristallina da reggere come opera “sperimentale” (c’è anche, tra i vari ospiti di rilievo, Bill Frisell che si comporta in maniera composta, come si addice al genere). Vi troviamo infatti un largo uso di elettronica e influenze dreamy, liturgiche, anche scure (come nella title track in cui il respiro spaziale è fondamentale), con incursioni nella musica da camera e multietniche, ma tutto risulta… piatto, senza picchi, emotivamente rassicurante e volendo anche anonimo, come se il tutto si fosse composto da solo. La cosa interessante è che – forse proprio per questa ambiguità di fondo – vincerà nell’88 un Grammy come miglior album jazz-fusion, anche se Mays aveva già bellamente scavalcato il genere. E meno male che la critica Martha Bayles parlava della fuzak come sedativo per yuppies e stanchi pendolari.