Cantare a casa del “nemico”: 10 esibizioni controverse | Rolling Stone Italia
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Cantare a casa del “nemico”: 10 esibizioni controverse

Dal concerto privato di Michael Jackson per il sultano del Brunei ai Queen in Sudafrica fino ai mondiali in Qatar, uno spaccato delle performance che hanno fatto discutere per motivi politici

Rolling Stones live a Cuba nel 2016

Foto: Dave J Hogan/Getty Images

Da quando Dua Lipa, Shakira, Rod Stewart e altri nomi di spicco della musica mondiale hanno detto di non avere alcuna intenzione di esibirsi all’inaugurazione dei mondiali di calcio del Qatar, rinunciando in alcuni casi a ingaggi milionari in nome del rispetto dei diritti umani, si è parlato molto e in ogni modo delle implicazioni del loro gesto.

Per farla breve le aree di opinione sono all’incirca tre: è giusto rifiutarsi di suonare e usare il proprio prestigio e la propria esposizione mediatica per lanciare messaggi positivi; è giusto rifiutarsi di suonare, ma è meno giusto gridarlo ai quattro venti, perché questo trasforma un atto morale privato in un’operazione di brandwashing; ognuno è libero di gestire opportunamente il proprio senso morale rifiutandosi di partecipare a manifestazioni che per qualsiasi motivo non lo rispecchiano, ma non è giusto al contrario giudicare chi invece non compie quella stessa scelta. Senza che sia necessario pronunciarsi nel merito della questione in sé (non ce n’è davvero bisogno, le violazioni di diritti civili e umani in Qatar si commentano da sole e in altri luoghi) , da tutto questo emerge per l’ennesima volta l’importanza dei simboli nel mondo dello spettacolo, specie quando si intreccia con la politica e con l’attivismo in contesti mediatamente iper-esposti.

La storia della musica pop è costellata di gogne mediatiche per concerti che sono stati giudicati inopportuni, di artisti duramente criticati per aver suonato (o progettato di suonare) in contesti controversi per ragioni extra-musicali.

Elton John
Leningrado e Mosca, Russia1979

Descritto come un evento rivoluzionario, nonché come uno di quei momenti paradigmatici in cui il mondo ha avuto chiaro il fatto che i giovani sovietici sognassero in realtà un mondo all’americana, il concerto (anzi, i concerti: quattro a Leningrado e quattro a Mosca, tra il 21 e il 28 maggio 1979) di Elton John in Unione Sovietica ha un posto di rilievo nella storia delle esibizioni che sono anche atti politici. Un po’ di contesto: Elton aveva 32 anni, era in una fase di leggero e provvisorio declino, ma era già ampiamente consacrato. Per l’occasione percepì 1000 dollari a spettacolo, cifra che guadagnava dieci anni prima, a inizio carriera, ben prima di diventare una delle popstar più celebri del mondo. L’entertainer eccentrico, apertamente bisessuale, sempre accompagnato da musicisti di prim’ordine e abituato a platee da decine di migliaia di paganti in delirio scende a compromessi con l’austerità sovietica del tempo, esibendosi in voce-pianoforte, accompagnato in alcuni brani dal solo Ray Cooper in veste di polistrumentista, davanti a 3800 persone a sera, la maggior parte delle quali erano ufficiali e politici di medio e alta rango: il prezzo di botteghino del biglietto era di 8 rubli, l’equivalente di un giorno di paga nell’Unione Sovietica del tempo, e la maggior parte dei biglietti erano in realtà stati rivenduti sul mercato nero a prezzi anche 20 volte superiori. La portata dell’evento fu enorme: durante la prima serata il pubblico reagì al misconosciuto Elton John (da quelle parti i suoi dischi arrivavano solo tramite stampe clandestine e molto costose) con un entusiasmo tale da spingere gli ufficiali e i membri del partito incaricati di supervisionare l’andamento dell’evento a chiedere, per la seconda serata, un maggior contegno al pubblico e una revisione della scaletta da parte di Elton John, invitato a depennare la cover di Back in the USSR dallo show. Elton disse di no. In seguito dichiarerà che quel tour è stato uno dei migliori della sua carriera.

Queen
Sun City, Sudafrica1984

Forse una delle storie più controverse per fama, impatto, isteria e pesantezza della gogna mediatica: 1984, anno dei nove concerti dei Queen a Sun City, nel Sudafrica durante il periodo segregazionista. Il Paese era da anni nelle liste nere delle democrazie occidentali e tra gli artisti c’era in corso una sorta di accordo comune di boicottaggio delle offerte faraoniche che arrivavano dal Sudafrica per esibirsi a Sun City: una linea apertamente appoggiata persino dall’ONU. In ogni caso prima dei Queen a Sun City ci erano già andati un bel po’ di artisti. Tra i più famosi, guarda un po’, Elton John, ma anche Rod Stewart e Frank Sinatra. Qualche articolo di giornale, qualche accusa isolata, ma niente di paragonabile a quello che successe invece a Freddie Mercury e compagni, i quali, rientrati in Inghilterra, si trovano letteralmente sommersi di polemiche e accuse, tanto che dovettero scusarsi pubblicamente per la scelta di esibirsi in Sudafrica. Di certo non aiutarono le dichiarazioni rilasciate da Mercury prima dei concerti: «Sono sicuro che il pubblico sarà fantastico. Abbiamo intenzione di suonare a Sun City, è un appuntamento importante. Elton John ci è stato ed è riuscito a richiamare una marea di gente, facendo un mucchio di soldi. E io sono nel giro anche per fare soldi». In ogni caso con il passare degli anni Brian May e Roger Taylor hanno più volte dichiarato che suonare a Sun City fu un rischio calcolato in maniera troppo superficiale, alternando giustificazioni e “pentimento”.

Bruce Springsteen
Berlino Est, Germania1988

Vietato dire “muro”: queste le condizioni imposte dal governo della DDR a Bruce Springsteen in occasione del leggendario concerto con la E Street Band a Berlino Est. Centocinquantamila biglietti venduti a 20 marchi ciascuno, 300 mila presenti stimati da chi ha fornito i resoconti negli anni successivi. Gli abitanti di Berlino Est, nel 1988, anno del concerto più grande della storia della Repubblica Democratica Tedesca, erano un milione e 200 mila. Springsteen non fu il primo a suonare nella Germania dell’Est: prima di lui si annoverano, tra gli altri, Bob Dylan e Joe Cocker. Ma il paragone tra gli eventi non sussiste. L’organizzazione, manco a dirlo, è avvenuta in un clima tesissimo. La crisi della DDR era al culmine, e non a caso dopo poco più di un anno le cose precipitarono fino all’abbattimento del muro, augurato da Springsteen (che, appunto, disse “barriere” al posto di “muro”) all’inizio dello show. L’approvazione della Stasi, necessaria per qualsiasi cosa, era molto difficile da ottenere, per via della diffidenza cronica verso tutto ciò che fosse occidentale di molti dei membri dell’apparato. La Freie Deutsche Jugend, organizzazione giovanile della DDR organizzatrice dell’evento, ottenne il permesso spacciando l’evento come un’iniziativa solidale nei confronti del Nicaragua, alle prese con la fase finale della rivoluzione sandinista. Springsteen lo venne a sapere all’ultimo, così pare, e chiese di rimuovere i manifesti che ne parlavano. Dopodiché, a partire da Badlands fino a chiudere con Having a Party di Sam Cooke, Springsteen e la E Street Band hanno dato vita al più grande evento della storia della DDR. Con le consuete quattro ore di concerto.

Franco Battiato
Baghdad, Iraq1992

Un anno dopo la Desert Storm della coalizione guidata dagli americani e patrocinata dall’ONU, in quella che poi passerà alla storia come Guerra del Golfo, Battiato si presenta a Baghdad, capitale dell’ormai sconfitto Iraq di Saddam Hussein, per un concerto accompagnato dall’orchestra dei Virtuosi Italiani e dalla Sinfonica nazionale irachena, nell’ambito di un’iniziativa umanitaria a sostegno dei bambini iracheni denominata Un Ponte per Baghdad. Le critiche a Battiato furono molteplici: le principali erano la violazione dell’embargo nei confronti dell’Iraq, ma soprattutto il supposto sostegno a Saddam Hussein. Speculazioni per nulla veritiere, scaturite dalle critiche di Battiato rispetto alla gestione mediatica della guerra («Trovo atroce la spettacolarizzazione della guerra fatta dagli americani, quel loro svegliarci al mattino con i punteggi della guerra, come se fosse un incontro di boxe») e dal fatto di aver deciso di suonare in un concerto nella città simbolo di quelli che all’epoca erano i nemici più esposti dell’Occidente. In Italia il concerto fu trasmesso in diretta su Videomusic. Alfio Nicotra e Angelica Romano, i due co-presidenti nazionali dell’iniziativa Un Ponte per Baghdad hanno ricordato l’evento in occasione della morte di Battiato, con parole molto significative che dicono molto sullo spirito del progetto: «Un grande e geniale artista ma anche uno straordinario uomo di pace che non esitò ad usare il suo prestigio e notorietà per violare l’embargo insensato contro il popolo iracheno».

Michael Jackson
Brunei1996

Sedici milioni di euro, forse 17, per suonare in un concerto privato al cinquantesimo compleanno del sultano del Brunei, monarchia assoluta di stampo islamico sunnita, da queste parti nota essenzialmente per le stravaganze di Hassanal Bolkiah e della sua Royal Family. Padre di almeno una decina di figli, in passato accusato di bere alcol e commettere abitualmente adulterio in un harem di almeno 40 ragazze, contrariamente alle stesse restrittive leggi del suo sultanato. Tra le altre curiosità su di lui: tagli di capelli da 20 mila dollari, collezioni di automobili di lusso, ma soprattutto un party da 30 milioni di euro per festeggiare i suoi cinquant’anni. Ecco, più della metà del budget dell’evento del 16 luglio del 1996 era stato destinato alla più celebre delle popstar, Michael Jackson, ai tempi impegnato nei preparativi di un colossale tour mondiale (57 destinazioni, oltre 80 concerti, per promuovere HIStory: Past, Present and Future – Book I) che sarebbe incominciato a fine estate. Per questa prova generale di lusso (il set, il palco e la scaletta erano in realtà una sorta di crasi del Dangerous Tour e del successivo HiStory Tour) il sultano aveva fatto costruire uno stadio (il Jerudon Park di Bandar, capace di ospitare 60 mila spettatori). Quei 17 milioni di euro di cachet rimangono la cifra più alta mai pagata per un concerto privato e in quell’occasione Jackson presentò per la prima volta You Are Not Alone, splendida ballad tra le più note della sua discografia. La stretta osservazione della sharia nel sultanato lo rende abitualmente teatro di lapidazioni di omosessuali, amputazioni di arti per i ladri, esecuzioni capitali per offese a Maometto e altre sistematiche violazioni di diritti umani tratte – senza mediazione o interpretazione – dalle pagine più cruente del Corano, ma la sua natura di sostanziale paradiso fiscale, la totale assenza di dibattito pubblico legato specificamente a quello che agli occhi dei pochi che lo conoscono è poco più che un simpatico e strambo staterello sull’isola del Borneo ha spesso fatto sì che dalle nostre parti si chiudesse un occhio su certe cose. Le critiche a Michael Jackson, paladino in vita di diverse lotte per i diritti umani, principale promotore del progetto solidale di We Are the World, per questa scelta sono state poche e isolate, mentre prevale l’opinione secondo cui questo show sia uno dei più belli della sua intera carriera. Jackson, dal 1996 alla sua scomparsa 13 anni dopo, non ha mai commentato gli aspetti controversi di questo evento. Anche perché nessuno glielo ha mai chiesto.

U2
Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina1997

L’impegno e l’attivismo degli U2 durante la guerra dei Balcani è cosa tanto nota quanto reputata controversa. Tutto era cominciato a metà degli anni ’90: gli U2 erano in fase Achtung Baby/Zooropa, che aveva tra le sue tematiche centrali l’autoironia riguardo all’animosità con cui negli anni precedenti la band si era occupata di questioni politiche, i Balcani invece erano nella fase più tragica della loro storia recente, con combattimenti in corso più o meno ovunque. La città simbolo di quel momento era Sarajevo, martoriata dalle bombe e allo stesso tempo affamata di resistenza, come testimonia – tra le altre cose – il concorso di bellezza Miss Sarajevo, tenuto durante la guerra e che ha ispirato un’omonima canzone dei Passengers (gli U2 con Brian Eno) con Luciano Pavarotti. Da tempo gli U2 avevano manifestato il desiderio di suonare in Bosnia: cosa impraticabile e troppo pericolosa non solo per la band e l’entourage, ma per l’ordine pubblico in generale. A quel punto il documentarista Bill Carter suggerì alla band di tenere insieme dei collegamenti con abitanti della Bosnia durante i concerti dello Zoo TV Tour. Il tema era, ovviamente, la situazione nel Paese e le storie dei resistenti e dei cittadini. Una scelta che causò reazioni molto diverse: per quanto tutti riconoscano generalmente che questa iniziativa abbia contribuito nel portare attenzione mediatica sulla guerra dei Balcani, ci furono pesanti critiche sul fatto che queste iniziative avvenissero nel bel mezzo di uno show rock, per di più di un disco che doveva dare un taglio al passato ideologico degli U2. Durante un live a Wembley le contestazioni raggiunsero l’apice quando uno degli intervistati bosniaci accusò Bono e gli altri di aver organizzato questa campagna solo per un ritorno personale in termini di popolarità e lavaggio di coscienza. Quando poi terminò la guerra gli U2 mantennero la loro promessa di suonare a Sarajevo: inizialmente doveva essere un live contenuto e con un set ridotto; alla fine fu uno spettacolo vero e proprio, del tutto simile a quelli del PopMart Tour, con tre opening act locali, due ore di show e un solo Bono.

Eric Clapton
Highclere, Inghilterra2006

Altro evento che ai tempi valse molte prime pagine, specie in Inghilterra: stiamo parlando del concerto di Eric Clapton del 2006 a Highclere, nella tenuta di Lord Carnarvon vicino a Newbury, nell’ambito di un’iniziativa a difesa del diritto di praticare la caccia alla volpe. Il concerto fu organizzato il 20 maggio nel corso di un evento organizzato dalla Countryside Alliance, organizzazione attiva per tutelare i diritti di «tutti coloro che amano la campagna, le comunità rurali e le loro attività». Per l’occasione il chitarrista formò un supergruppo con altri illustri compagni di vedute: Roger Waters e Nick Mason dei Pink Floyd, Roger Daltrey degli Who, Mike Rutherford dei Genesis e Bryan Ferry. La band si fece chiamare Band du Lac, e suonò molti dei grandi successi dei vari musicisti. Clapton sostenne la sua scelta con convinzione e insistenza: «Io sono un ragazzo di campagna, caccio con il fucile e mangio tutto ciò che uccido. C’è chi va dal macellaio. Io vado a caccia». Ovviamente questa netta presa posizione, suscitò ondate di indignazione e accese critiche da tutto il mondo, e divise un paese già alle prese con un dibattito molto sentito riguardo all’Hunting Act del 2004, che proibiva la caccia coi cani a volpi vive, lepri, cervi e visoni americani in Inghilterra e Galles.

Rolling Stones
L’Avana, Cuba2016

Da un’idea dell’avvocato Gregory Elias riferita a Joyce Smyth, manager dei Rolling Stones, si arriva al primo concerto degli Stones sull’isola di Cuba. Il concerto venne finanziato dalla Fundashon Bon Intenshon, organizzazione benefica di Gregory Elias, forse per motivazioni politiche, per via di alcuni giri d’affari di Elias a Cuba (così dicono le malelingue) o forse per il genuino desiderio di «fare qualcosa di buono per il popolo cubano», come sostiene l’avvocato fin dal primo giorno. In ogni caso il concerto venne programmato durante l’America Latina Olè Tour, tournée sudamericana che ha impegnato gli Stones nel 2016. Tra le varie complicazioni: l’embargo su Cuba, che ha costretto l’entourage a spedire tutta l’attrezzatura passando attraverso il Belgio; la censura, che ha costretto Elias e Smyth a condurre lunghe trattative con il governo cubano per l’approvazione del concerto; la gestione, appunto, delle malelingue che si chiedevano quale fosse il secondo fine di questo evento e se ce ne fosse uno; il contesto politico e le accuse, di nuovo, di secondi fini: pochi giorni prima un presidente americano (ai tempi in carica c’era Barack Obama) aveva visitato Cuba dopo 80 anni dall’ultima volta. Addirittura le interferenze del Vaticano: il concerto si è tenuto di Venerdì Santo, e in Piazza a San Pietro c’erano molti malumori a riguardo. In ogni caso l’evento ha richiamato 700 mila spettatori più altri 500 mila nei pressi del complesso sportivo Ciudad Deportiva a l’Avana. Di quel concerto è stato anche fatto un film, Havana Moon.

Madonna
Eurovision a Tel Aviv, Israele2019

Una delle prime pagine più eclatanti di Madonna nel corso della sua lunga e spesso sconvolgente carriera: nel 2019, durante la sua esibizione all’Eurovision, fece indossare ai suoi ballerini bandiere di Israele e Palestina. Un potente messaggio di pace che ha messo in notevole imbarazzo, per usare un eufemismo, l’organizzazione israeliana del contest. Immediata e inevitabile la presa di distanza: «Questa parte di show non era prevista» hanno spiegato gli organizzatori «e il regolamento proibisce agli artisti di promuovere qualsiasi organizzazione, istituzione, causa politica, marchio o prodotto». Sta di fatto che su tutte le televisioni del mondo è andato in onda un messaggio di unità e pace senza precedenti riguardo a uno dei conflitti irrisolti più discussi, sofferti e divisivi di tutto il mondo. Miss Ciccone era già stata criticata dalle nostre parti per aver accettato di suonare a Tel Aviv: «Non smetterò di cantare» fu la sua risposta, «per soddisfare l’agenda politica di qualcuno, né smetterò di esprimermi contro le violazioni dei diritti umani ovunque nel mondo. Il mio cuore soffre ogni volta che sento di vite innocenti perse in questa regione e della violenza che così spesso viene perpetuata per soddisfare gli obiettivi politici di persone che beneficiano di questo antico conflitto». Parole che riecheggiano quelle di Thom Yorke che, due anni prima, aveva dovuto rispondere alle stesse accuse e agli stessi inviti al boicottaggio di Israele. «Suonare in uno stato» disse appunto il leader dei Radiohead «non significa appoggiare i suoi governanti. Io non sostengo Netanyahu nello stesso modo in cui non sostengo Trump. Però continuo a suonare in America. La musica e l’arte servono per andare oltre i confini, non per costruirne di nuovi».

Maluma
Doha, Qatar2022

Il Qatar e le celebrazioni di inaugurazione del mondiale sono state accompagnate da numerose polemiche e altrettanti boicottaggi del paese mediorentale sotto i riflettori, più che per i mondiali di calcio, per le ripetute e sistematiche violazioni di diritti umani, sia nell’ambito dell’organizzazione dei mondiali stessi, sia soprattutto al di fuori della manifestazione. Un grande no è stato quello di Rod Stewart, così come quello di Shakira. Dua Lipa ha detto di non avere ricevuto alcuna offerta per farlo e che «non vedo l’ora di visitare il Qatar, ma solo quando avrà mantenuti gli impegni sui diritti umani assunti quando ha ottenuto il diritto di ospitare la coppa del mondo». Nulla di tutto questo ha invece scalfito Maluma, cantautore colombiano che, in Qatar, ci è andato e si è esibito. Durante la promozione della sua performance, incalzato da alcune domande durante un’intervista alla televisione israeliana, ha abbandonato lo studio, visibilmente irritato, dopo aver dichiarato: «I diritti civili sono una cosa che mi interessa, ma che non posso risolvere. Sono venuto qui per godermi la vita e la festa del calcio. Non è qualcosa in cui devo essere coinvolto». Inevitabili le critiche di tutto il mondo.