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20 album di cover: i capolavori e i fallimenti

Fare grandi dischi di cover è un’arte che non tutti possono permettersi: Nick Cave sì, i Simple Minds no, Mark Lanegan certamente, i Duran Duran mica tanto. Breve ricognizione del meglio e del peggio degli album dedicati al repertorio altrui da parte di chi solitamente le canzoni le scrive da sé

Dalle copertine di 'Pinups', 'Kicking Against the Pricks', 'These Foolish Things', 'The Spaghetti Incident?'

Omaggiare le proprie fonti d’ispirazione o salire sulla macchina del tempo e viaggiare in un periodo della storia della musica. Oppure, perché no?, superare un periodo di stallo creativo. Le ragioni per incidere un intero album di cover possono essere numerosissime. Lo hanno fatto in tanti, anche quelli che prima e dopo hanno sfornato album firmati in proprio decisamente degni di nota. Ne abbiamo scelti 20, e ci siamo dati pochi ma rigidi criteri: no alle cover di interi album e ai cover album dedicati a un singolo artista (magari finiranno in un’altra lista). Ci siamo presi anche qualche licenza, per esempio con il primo American Recordings di Johnny Cash, che contiene diversi brani autografi ma ha dato il via a una serie di classici del genere che ci sarebbe dispiaciuto non citare.

Molti di questi 20 dischi sono capolavori, altri sono giusto il contrario. Senz’altro i loro autori avevano le loro ragioni nel compiere certe scelte. Del resto, come ha detto k.d. lang, quando una canzone è tua ci sei legata con un cordone ombelicale e non ti fai tante domande, mentre quando fai una cover sei tu a esprimere le ragioni che ti legano a essa.

“Kicking Against the Pricks” Nick Cave & The Bad Seeds (1986)

Dopo aver omaggiato Leonard Cohen, Elvis Presley e Bob Dylan nei primi due album con i Bad Seeds, Nick Cave si abbevera di nuovo alle sorgenti della propria visione del rock. Due soli giorni in studio gli bastano per confezionare versioni memorabili di episodi blues (I’m Gonna Kill That Woman di John Lee Hooker) e country (The Singer di Johnny Cash), trasfigurare il Gene Pitney di Something Gotten Hold Of My Heart e non sfigurare al cospetto di Hey Joe di Jimi Hendrix, grazie anche a un organo da lui stesso suonato.

“Pinups” David Bowie (1973)

«Sono tutte band che andavo ad ascoltare al Marquee tra il 1964 e il 1967, a casa ho tutti questi dischi». Così David Bowie spiega lo spirito dietro la raccolta di cover uscita al termine del periodo d’oro Hunky Dory-Ziggy Stardust-Aladdin Sane. La chitarra di Mick Ronson strilla su I Can’t Explain degli Who, Where Have All the Good Times Gone dei Kinks e See Emily Play dei Pink Floyd di Syd Barrett, mentre nello scatto di copertina un Bowie ancora marziano abbraccia la modella Twiggy, icona della Swinging London. Sarà un divertissement, sarà un album fatto per soddisfare gli appetiti economici della casa discografica, ma è tutto talmente perfetto che è difficile non applaudire.

NO“Scratch My Back” Peter Gabriel (2010)

L’idea originaria è quella di uno scambio di cover. Peter Gabriel dovrebbe realizzare un album con le proprie versioni di un brano di un altro artista e quest’ultimo dovrebbe a sua volta partecipare a una raccolta di cover tratte dal repertorio dell’ex Genesis. I due album, infine, dovrebbero uscire contemporaneamente. Ritardi, defezioni e altri intoppi fanno sì che il progetto cambi in corsa, e il primo a uscire sia l’album in cui Gabriel reinterpreta in chiave orchestrale un repertorio decisamente eterogeneo: da David Bowie a Neil Young, dai Radiohead agli Arcade Fire. Già dalla Heroes posta in apertura si capisce l’aria che tira: versioni decisamente diverse da quelle di partenza ma con pochi motivi di interesse. E le cose non migliorano nel corso dell’ascolto del disco. Che, peccato mortale per qualsiasi album di cover, mette tanta voglia di andarsi a riascoltare gli originali.

“Rock’n’Roll” John Lennon (1975)

L’album nasce da un accordo extragiudiziale con l’editore musicale Morris Levy, che tempo prima aveva denunciato l’eccessiva somiglianza di Come Together con You Can’t Catch Me di Chuck Berry. Lennon si impegna a includere tre canzoni del catalogo di Levy nel suo successivo album. Ma poi si domanda: perché, a questo punto, non fare un tributo alle radici rock’n’roll e ai giorni di Amburgo? Tra la Be-Bop-A-Lula di Gene Vincent e il fortunato singolo Stand By Me spunta proprio il Chuck Berry di You Can’t Catch Me, omaggiato anche in Sweet Little Sixteen. Un progetto riuscito, che è anche l’ultimo album da solista (senza Yoko Ono) inciso da John Lennon prima della sua scomparsa.

NO“Renegades” Rage Against the Machine (2000)

Sarà l’uscita postuma, poco dopo il primo scioglimento della band, ma è difficile scacciare la sensazione che questo album sia stato assemblato con materiale di risulta. Peccato, perché sulla carta una scaletta che mette insieme contemporanei come i Cypress Hill di How I Could Just Kill a Man, band di culto come i Minor Threat di In My Eyes e sorprese come i Devo di Beautiful World avrebbe potuto fare faville. Niente di tutto questo, con pochi motivi di entusiasmo anche dagli omaggi ai maestri Stones & Stooges e a classici del songwriting come Bob Dylan e Bruce Springsteen, di cui Tom Morello diverrà collaboratore.

“American Recordings” Johnny Cash (1994)

L’incontro tra Rick Rubin e Johnny Cash conduce alla risurrezione artistica di quest’ultimo, ultrasessantenne apparentemente avviato a ripetere se stesso all’infinito. L’idea è semplice: un album per sola voce e chitarra con una scaletta composta da cover, brani propri e canzoni composte per l’occasione da musicisti lontani dal mondo di riferimento del cantante, come Tom Waits e Glenn Danzig. Ai dubbi sull’opportunità dell’operazione, il produttore risponde così: «Fai quello che ti sembra giusto per te». È l’inizio di una serie di album ormai classici, di cui la Bird On The Wire di Leonard Cohen (“Ho provato a modo mio a essere libero”) può essere senz’altro considerata uno dei manifesti.

“These Foolish Things” Bryan Ferry (1973)

Nello stesso anno delle Pinups di Bowie, il cantante dei Roxy Music inaugura la propria carriera solista rappresentando un continuum pop che va da Leiber & Stoller agli Stones di Sympathy for the Devil. Un esordio notevole, soprattutto negli episodi più soul, siano essi il soul propriamente detto della The Tracks of my Tears di Smokey Robinson o la versione del soul che Bryan Ferry apparecchia per A Hard Rain’s a-Gonna Fall di Bob Dylan.

NO“Thank You” Duran Duran (1995)

Un album realizzato con almeno due obiettivi. Quello dichiarato: rendere omaggio ai propri musicisti preferiti, mostrando che il pop da classifica della band inglese è ispirato da illustri beniamini. Quello più nascosto: far capire a chi li ha sempre denigrati che, con fonti di ispirazioni di questo calibro, anche la musica dei Duran Duran meriterebbe maggior considerazione. Obiettivi entrambi falliti, in un guazzabuglio di stili reso indigesto da un’ambizione fuori luogo, basti pensare alla surreale resa di 911 Is a Joke dei Public Enemy.

“The Covers Record” Cat Power (2000)

Trovandosi in difficoltà nel gestire il successo di Moon Pix e dargli un seguito, Chan Marshall organizza un tour voce e chitarra dove suona unicamente cover, mentre sullo sfondo scorrono le immagini di La passione di Giovanna d’Arco, film diretto nel 1928 da Carl Theodor Dreyer. È lo spunto per un album di riletture in cui accanto a Dylan e agli Stones, onnipresenti in questa lista, trovano spazio artisti diversissimi tra loro come Bill Callahan e Moby Grape, oltre a I Found a Reason dei Velvet di Loaded. La riuscita del progetto spingerà la musicista a dargli altri due seguiti.

“Counterfeit e.p.” Martin Gore (1989)

Album di culto per i fan dei Depeche Mode, registrato dal songwriter del gruppo dopo la fine del tour seguito alla pubblicazione di Music for the Masses e prima dell’inizio dei lavori per Violator. Un techno pop minimalista piuttosto fedele allo stile di Gore viene messo brillantemente al servizio di brani di band come Tuxedomoon, Durutti Column e Sparks, ma a stupire è il conclusivo e struggente traditional Motherless Child. Counterfeit², seguito uscito nel 2003, non sarà altrettanto convincente.

NO“Twelve” Patti Smith (2007)

Dodici cover stuzzicanti solo sulla carta, perché alla resa dei conti nessuna delle riletture dell’autrice di Horses aggiunge motivi di interesse agli illustri originali. Né al George Harrison di Within You Without You, direttamente da Sgt. Pepper, né alla White Rabbit dei Jefferson Airplane, né tantomeno a Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Un progetto senza un filo conduttore, da piazzare decisamente in coda a un’ipotetica classifica dei migliori album di Patti Smith.

“Strange Little Girls” Tori Amos (2001)

Dodici canzoni originariamente scritte e interpretate da uomini, che la musicista rilegge dal proprio punto di vista, creando per ciascuna un personaggio femminile e facendosi fotografare nei panni di questi alter ego. Un progetto decisamente originale, come le sue reinterpretazioni di brani lontani anni luce l’uno dall’altro: da Raining Blood degli Slayer a Rattlesnakes di Lloyd Cole & The Commotions, passando per una sorprendente ‘97 Bonnie & Clyde di Eminem.

“Raising Sand” Robert Plant & Alison Krauss (2007)

L’album che segna l’inizio della collaborazione tra l’ex cantante dei Led Zeppelin e la star country bluegrass vede i due alle prese con una scaletta di brani tutt’altro che noti, scelti in gran parte dal produttore T Bone Burnett. Si va dal Gene Clark di Polly Come Home al Townes Van Zandt di Nothin’, con il piccolo omaggio alla collaborazione con l’amico-nemico Jimmy Page di una Please Read The Letter già contenuta in Walking into Clarksdale. L’ennesimo passo del Plant post Zeppelin nella musica delle radici è anche uno dei migliori album della sua carriera solista.

NO“Acid Eaters” Ramones (1993)

Joey, Johnny, Marky e C.J. dedicano un intero album alla musica degli anni ’60, decennio del cuore di una band che ha già disseminato di cover i propri precedenti album. Il risultato è un disco incostante, come scrive anche Johnny Ramone nella sua autobiografia. Se la Out of Time dei Rolling Stones incisa assieme a Sebastian Bach degli Skid Row si rivela una piacevole sorpresa, la Substitute riletta assieme allo stesso Pete Townshend è un’occasione persa. Del resto, racconta ancora Johnny, quando il chitarrista degli Who è arrivato in studio con mezz’ora di ritardo, il suo collega di New York se n’era già andato, in preda allo scazzo, a vedere una partita degli Yankees.

“Garage Inc.” Metallica (1998)

Ormai consolidate superstar, i quattro tornano alle origini con un album di omaggi alla New Wave of British Heavy Metal ma anche ai Lynyrd Skynyrd e a Bob Seger, a cui aggiungono un secondo disco sempre di cover con brani tratti da singoli, EP e rarità varie, in cui sono i Motörhead a fare la parte del leone. Chicche come la Loverman del Nick Cave di Let Love In stupiscono e convincono, così come quasi tutto il resto del doppio album.

“Imitations” Mark Lanegan (2013)

L’ex degli Screaming Trees bissa la bellezza delle cover di I’ll Take Care Of You (1999) con un album dedicato alle canzoni che i genitori ascoltavano a casa quando era bambino, le cui emozioni si prefigge di ricreare con una scaletta in cui a Frank Sinatra e alla Mack The Knife tratta dall’Opera da tre soldi di Brecht e Weill si aggiungono brani di Nick Cave, John Cale e dei Twilight Singers, di cui lo stesso Lanegan è stato uno dei collaboratori di primo piano.

NO“Neon Lights” Simple Minds (2001)

Che quello dei Simple Minds nel mondo delle cover fosse un viaggio pericoloso lo si era capito già nel 1989 con la loro tremenda versione di Sign “O” the Times di Prince. La band scozzese ci riprova con una raccolta di “radici e influenze” (Bowie, Doors, Roxy Music, ma anche i contemporanei Echo & The Bunnymen) in cui non riesce a fare molto meglio. Luminosa fin dal titolo l’eccezione della title track, tratta dal repertorio dei Kraftwerk.

“The Spaghetti Incident?” Guns N’ Roses (1993)

Durante le registrazioni di Use Your Illusion, Axl e compagni mettono insieme una serie di cover delle loro punk band (ma non solo) di riferimento, con l’intenzione di realizzare un album le cui royalties ne alimentino le casse (uno dei titoli presi in considerazione è addirittura Pension Fund, fondo pensione). Assieme ai pezzi di Damned, U.K. Subs e Misfits piazzano come traccia segreta un brano di Charles Manson. Polemiche garantite, come spesso accade ai Gunners. Ma il disco è buono, canto del cigno del periodo d’oro di una band a cui riusciva tutto, persino prendere un brano dei Dead Boys (Ain’t It Fun), interpretarlo assieme a Mike Monroe degli Hanoi Rocks e tirare fuori un risultato da applausi.

“Through the Looking Glass” Siouxsie & The Banshees (1987)

La riuscita versione della beatlesiana Dear Prudence convince i Banshees a realizzare un altrettanto riuscito album di cover, stavolta pescando principalmente nella prima metà degli anni ’70 con canzoni di band proto new wave come Sparks e Kraftwerk, ma anche dando spazio alla Strange Fruit incisa a suo tempo da Billie Holiday. Su tutte, svetta la versione Siouxsie di Little Johnny Jewel, il primo singolo dei Television.

NO“Blue & Lonesome” Rolling Stones (2016)

Tre soli giorni di registrazioni all’insegna del pronti-via per l’ultimo album in studio in cui suona Charlie Watts. Esperti nell’arte della cover fin dagli esordi, gli Stones decidono di dedicare un intero disco a maestri del blues come Howlin’ Wolf, Eddie Taylor e Willie Dixon, la cui conclusiva I Can’t Quit You Baby vede alla chitarra l’ospite di lusso Eric Clapton, un altro a cui il blues ha cambiato la vita. Esecuzioni in gran parte didascaliche, che spingono a una banale ma legittima considerazione: i migliori blues dei Rolling Stones sono di gran lunga quelli firmati Jagger-Richards.