Rolling Stone Italia

15 hit interpretate dal frontman sbagliato

Presente 'Africa' e 'Don't Look Back in Anger'? Dai Toto agli Oasis, alcune grandi band hanno conquistato la vetta delle classifiche quando i loro membri si sono alternati al microfono. Ecco i casi più clamorosi

Foto: Chris Walter/WireImage; Michael Ochs Archives/Getty Images

Se è vero che ci sono molte band che non hanno un buon cantante, altre hanno la fortuna di averne più di uno. Pensate ai Cars, ai Commodores o ai Beatles, tutti gruppi che hanno visto alternarsi al microfono vari componenti e collezionare un gran numero di singoli di successo. A volte, però, capita che un gruppo decida di dare l’opportunità di entrare in cabina di registrazione a un membro che non sia il vocalist principale. A volte è addirittura il batterista. Succede qualche volta che il pezzo che ne esce fuori diventa un grande successo, forse talmente grande da oscurare quel che la band ha fatto fino a quel momento, anche se oggi, nell’epoca in cui le divisioni A&R delle etichette sono attentissime al brand management, questi colpi di fortuna sono più rari.

Ecco 15 grandi successi nati dallo stravolgimento della gerarchia di una band e in cui a cantare non è il vocalist principale.

“Death of a Clown” The Kinks (1967)

Il chitarrista Dave Davies ha scritto e interpretato alcuni dei pezzi più emozionanti dei Kinks, ma nei singoli era quasi sempre il fratello Ray a cantare. Questo brano è un’eccezione: appare sia nell’album Something Else, sia come singolo solista di Dave Davies (che si piazzò in terza posizione nelle classifiche britanniche). Perché Dave non ha mai tentato di approfondire la sua carriera solista? «Ero molto depresso in quel periodo» ha detto. «Ricordo che componevo sempre in accordi minori, che ben rispecchiavano il quel periodo malinconico. A volte avrei preferito mi avessero lasciato in pace, me ne sarei potuto stare tranquillo senza pensare a fare pubbliche relazioni».

“Incense and Peppermints” Strawberry Alarm Clock (1967)

Questo gruppo di pop psichedelico di Los Angeles (il chitarrista era Ed King, che poi entrò a far parte dei Lynyrd Skynyrd) non era affatto contento che il loro produttore avesse commissionato la scrittura del testo di una delle loro canzoni al paroliere John Carter. Per questo motivo, nessuno dei due cantanti della band (Lee Freeman e Mark Weitz) si è impegnato troppo per registrare quella che doveva essere una B-side, né opposero resistenza quando Carter suggerì di farla cantare a un ragazzino amico della band che bazzicava in studio, Greg Munford. Ovviamente Incense and Peppermints diventerà l’unico pezzo del gruppo a raggiungere la prima posizione in classifica.

“Happy” The Rolling Stones (1972)

«Non era un pezzo da Rolling Stones», ha detto Keith Richards, che ha scritto e registrato Happy in quattro ore durante le session di Exile on Main St., mentre aspettava l’arrivo del resto della band nella cantina della Villa Nellcôte: Jimmy Miller alla batteria, Bobby Keys al sax baritono, chitarra e basso sovraincisi da Richards stesso. In ogni disco degli Stones una canzone è sempre affidata a Keith Richards, e Happy è quella che è diventata una hit: numero 22 negli Stati Uniti, numero 5 in Francia, il Paese dove l’ha composta. «Ho scritto io le parole di Happy, ma non so da dove mi siano uscite», ha detto.

“We’re an American Band” Grand Funk Railroad (1973)

È notte fonda quando in un bar di Baton Rouge i Grand Funk Railroad iniziano una discussione con gli Humble Pie: cos’è meglio, il rock britannico o quello americano? Don Brewer, batterista dei Grand Funk, inizia a snocciolare nomi: Jerry Lee Lewis, Fats Domino, Little Richard ed Elvis Presley. Poi grida: «Siamo una band americana!» Una volta smaltita la sbornia, Brewer plasmerà quel sentimento nazionalista in una canzone, e quando la band andrà in studio per registrarla con il produttore Todd Rundgren, sarà proprio Brewer (e non il leader della band, Mark Farner) a cantare. Il singolo raggiungerà il primo posto in classifica, diventando così l’inno distintivo dei Grand Funk Railroad.

“Take It to the Limit” The Eagles (1975)

Questa seducente ballata country, l’unico singolo degli Eagles cantato dal bassista della formazione originale Randy Maisner (che ne è anche l’autore principale), raggiunse la quarta posizione in classifica diventando uno dei maggiori successi della band. «È stato il nostro primo disco d’oro per un singolo, forse l’unico», disse Glenn Frey. «Mi ricordo che ero molto felice per Randy. Avevamo cercato, senza successo, di trovare un pezzo adatto a lui, o scritto da lui, che potesse diventare un singolo di successo… E alla fine ci siamo riusciti con Take It to the Limit». Due anni dopo, tra Meisner e Frey scoppierà una lite furibonda nel backstage a Knoxville, quando un Meisner in preda ai dolori si è rifiutato di cantare un pezzo con note così alte. Meisner finirà poi per lasciare la band.

“Beth” Kiss (1976)

Il più grande singolo dei Kiss: una ballata con una sessione d’archi e il batterista Peter Criss alla voce, che di questa canzone ha detto: «Il giorno in cui l’abbiamo incisa [il produttore] Bob Ezrin voleva tutti in smoking, la New York Philarmonic. Quando arrivammo al Record Plant per registrare le voci, Gene [Simmons] e Paul [Stanley] erano in regia. Non mi dimenticherò mai il loro sguardo: mi fissavano come se fosse tutto un enorme scherzo. E io non riuscivo a concentrarmi. Bob lo capì e li mandò fuori. Una volta usciti, l’ho fatta in cinque take. Ed era bellissima».

“Love Machine pt. 1” The Miracles (1976)

No, Miracles non significa solo Smokey Robinson. Dopo l’uscita di scena del musicista, la band registrò un concept album dal titolo City of Angels, un disco che parla del viaggio verso Los Angeles di una coppia di provincia in cerca di notorietà. Una volta che la coppia avrà raggiunto il proprio obiettivo, il ragazzo – accompagnato da un agile beat disco – si autodefinisce una Love Machine. Con Billy Griffin alla voce solista, il singolo è arrivato al primo posto ed è rimasto per 28 settimane nella Hot 100, più a lungo di ogni altra canzone dei Miracles.

“(Don’t Fear) the Reaper” Blue Öyster Cult (1976)

Le canzoni che parlano dell’ineluttabilità della morte non sono esattamente materiale da Top 40, eppure (Don’t Fear) the Reaper è diventata il più grande successo dei Blue Öyster Cult. Nonostante il cantante del gruppo fosse Eric Bloom, il pezzo è stato scritto e cantato dal chitarrista Buck Dharma (altrimenti conosciuto come Donald Roeser, che anni dopo avrebbe scritto e cantato il secondo grande successo della band, Burnin’ for You). Per inciso, le ultime ricerche suggeriscono che a livello globale il numero giornaliero di morti sia vicino a 140 mila uomini e donne, non 40 mila.

“No One Is Innocent” Sex Pistols (1978)

Quando uscì il loro quinto singolo, i Sex Pistols si erano già sciolti in seguito all’abbandono di Johnny Rotten e Sid Vicious. Ma Steve Jones e Paul Cook andarono in Brasile e registrarono questo pezzo con Ronnie Biggs, un loro connazionale famoso per aver preso parte alla grande rapina al treno postale Glasgow-Londra del 1963, e che viveva a Rio per evitare l’estradizione. Biggs non era un granché come cantante – disse che se non fosse stato ubriaco l’avrebbe fatta meglio – ma la canzone è stata comunque inclusa in The Great Rock ‘n’ Roll Swindle e, contro ogni aspettativa, è entrata nella Top 10 britannica.

“Tempted” Squeeze (1980)

Scritta da Chris Difford e Glenn Tilbrook, la coppia di compositori degli Squeeze, Tempted è cantata dall’esperto tastierista Paul Carrack, che rimarrà con la band solo il tempo di un album per poi intraprendere una brillante carriera solista e insieme ai Mike and the Mechanics. Tilbrook, il cantante degli Squeeze, ha comunque cantato qualche verso nella seconda strofa, insieme a un quasi irriconoscibile Elvis Costello (produttore del pezzo). La canzone, che per prima riuscì a sfondare nelle classifiche americane, è diventata una delle più importanti della band.

“Africa” Toto (1983)

Band di eccellenti professionisti, i Toto non erano soliti dare grande risalto al cantante, e di solito erano Bobby Kimball e Steve Lukather a occuparsi della voce. Eppure, nel loro unico singolo numero uno, è stato il coautore David Paich a impugnare il microfono. Quel pezzo aveva fatto andare in confusione la band. «Prima ci provò Bobby, poi tentò di cantarla Lukather. Ma quella canzone era ciò che definirei uno ‘scioglilingua alla Elton John’: c’erano un sacco di parole in un lasso di tempo molto piccolo. Quindi alla fine l’ho cantata io perché ero l’unico che riusciva a pronunciarle in modo abbastanza veloce», racconta Paich.

“Sister Christian” Night Ranger (1984)

A meno che non siate legati alla band per vincoli di sangue o che siate sposate a uno di loro, probabilmente non ricorderete che durante gli anni ’80 i Night Ranger hanno avuto ben cinque singoli in Top 40, nessuno di essi intitolato Sister Christian, tra cui When You Close Your Eyes e Don’t Tell Me You Love Me. Sfortunatamente per il vocalist Jack Blades, il successone Sister Christian – una power ballad scritta dal batterista Kelly Keagy per la sorellina Christine – è cantato proprio da Keagy ed è l’unica canzone dei Night Ranger che ricordano tutti.

“These Dreams” Heart (1986)

Le sorelle Ann e Nancy Wilson avevano una divisione dei compiti molto chiara: Nancy suonava la chitarra, Ann cantava. Ma nel 1986, dopo qualche anno senza successi, l’etichetta le ha offerto due canzoni scritte a quattro mani da Martin Page e Bernie Taupin. Hanno scelto These Dreams e deciso che a cantarla sarebbe stata Nancy, che l’ha registrata mentre cercava di riprendersi da un brutto raffreddore. Quella voce un po’ rauca ha portato alla band il primo singolo numero uno in classifica. La canzone scartata era We Built This City, che diventerà un successone degli Starship.

“Battleship Chains” Georgia Satellites (1986)

Mentre cantava con i George Satellites (famosi principalmente per Keep Your Hands to Yourself) e ne scriveva la maggior parte delle canzoni, Dan Baird ha proposto alla band un pezzo accattivante scritto da Terry Anderson per i Woodpeckers (conosciuti anche come Fabulus Knobs), la band di cui Baird aveva fatto parte. Battleship Chains è arrivata fino alla 76esima posizione nella classifica americana (in quella britannica si piazzerà al 44esimo posto). Warren Zevon ne ha fatto una cover, e anche i R.E.M. nell’album Hindu Love Gods. Ma nella versione dei Satellites, era l’irsuto chitarrista Rick Richards a cantare.

“Don’t Look Back in Anger” Oasis (1996)

Per (What’s the Story) Morning Glory?, secondo album degli Oasis, Noel Gallagher ha proposto al fratellino minore Liam (voce principale della band) due pezzi, entrambi potenziali singoli di successo. Gli disse di sceglierne uno da cantare; l’altro se lo sarebbe tenuto per sé. Liam scelse saggiamente Wonderwall, lasciando a Noel questa power ballad che schizzò in vetta alle classifiche britanniche. Noel si è abituato in fretta a cantare al posto del fratello: quando Liam decideva di dare buca perché non stava bene o era arrabbiato, era il chitarrista a interpretare tutti i pezzi, come nel famoso  MTV Unplugged del 1996 dove Liam se ne rimase tutto il tempo seduto.

Questa lista è stata pubblicata su Rolling Stone USA nel luglio 2014.

Iscriviti