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10 grandi canzoni di Sinéad O’Connor

Una manciata di pezzi, fra cover e originali, per addentrarsi nel repertorio della grande cantante irlandese, una masterclass su come cercare bellezza e riscatto nella musica

Foto: Alain Benainous/Gamma-Rapho/Getty Images

Sinéad O’Connor ha inziato col botto. «Credo d’essere la dimostrazione vivente del pericolo che comporta non esprimere i propri sentimenti», disse a Mikal Gilmore di Rolling Stone nel 1990, l’anno in cui il suo secondo album I Do Not Want What I Haven’t Got l’ha trasformata in una superstar internazionale. I brani che ha inciso in quegli anni suonano ancora vivi come allora, forse anche di più, oggi che il mondo ne piange la morte prematura a 56 anni. Chiunque esplori la sua discografia troverà performance emozionanti, oltre alle hit note. «Per anni non sono riuscita a esprimere quello che provavo», spiegava nella stessa intervista. «Credo che la musica mi abbia aiutata in questo senso, è il mezzo più potente che esista perché esprime i sentimenti che non si riesce a manifestare, ma che hanno bisogno di uscire. Se non li esprimi, e non importa che si tratti di rabbia, di amore o di altro, finirai per esplodere».

Nothing Compares 2 U

1990

«Per quanto mi riguarda, la canzone è mia», ha detto una volta O’Connor. E aveva ragione. Forse Nothing Compares 2 U è l’unico caso di canzone fatta meglio dall’interprete che da Prince che l’ha scritta. O’Connor riversa l’angoscia di una vita in una delle più grandi ballate strappalacrime mai incise. La sua cover è la più grande performance di blue-eyed soul gaelico fin dai tempi di Van Morrison, una canzone così grande da creare (e segnare, forse fin troppo) una carriera. Il video era eccezionale, con O’Connor che piange pensando al rapporto tragico con la madre, mentre la telecamera fa un primo piano sul suo volto su sfondo nero.

Drink Before the War

1987

O’Connor aveva 15 anni ed era un concentrato di rabbia adolescenziale quando ha scritto questo pezzo devastante su un uomo (il preside della scuola cattolica che aveva frequentato, a quanto pare) deciso a soffocare la sua creatività. A 15 anni di distanza, in un’intervista concessa al critico rock Steve Morse, la cantante ha dichiarato di non sentirsi più rappresentata dalla canzone, che è inclusa nel suo debutto del 1987 The Lion and the Cobra. «Odio Drink Before the War», ha detto, «mi fa venire i brividi». I fan hanno continuato a identificarsi nella sfida lanciata del testo: “Be’, ci dite che abbiamo torto / E ci dite di non cantare la nostra canzone”, sussurra O’Connor prima che il brano si trasformi in uno sfogo catartico. «È come leggere il mio diario».

Mandinka

1987

La testa rasata sulla copertina di The Lion and the Cobra comunicava subito che O’Connor era unica. Mandinka ha messo in chiaro che avrebbe pure riscritto le regole del pop. Chitarre corrosive e un titolo ispirato all’omonimo popolo dell’Africa occidentale non erano roba fatta per stare fianco a fianco, in un disco pop degli anni ’80, e all’epoca niente suonava come il lamento da banshee del ritornello. Molto più che la sua immagine, il tono metallico della sua voce in Mandinka annunciava l’arrivo di un’artista che sarebbe stata tra le più intransigenti del rock.

The Emperor’s New Clothes

1990

È uno dei pezzi migliori di I Do Not Want What I Haven’t Got, è allegro, persino scanzonato, ma l’argomento non è esattamente solare. Si tratta di una lettera dettagliata e tagliente, a quanto pare indirizzata a un ex e alla gente che continuava a giudicare O’Connor (i “milioni di persone che dispensano consigli e mi dicono come dovrei essere”). All’epoca O’Connor era una neomamma single e la canzone parla di «come una gravidanza possa cambiarti», prima di concludersi con una ferma dichiarazione d’intenti: “Vivrò secondo le mie regole / Dormirò con la coscienza pulita / Dormirò in pace”.

Black Boys on Mopeds

1990

O’Connor ha spiegato di aver scritto questa ballata struggente dopo che due adolescenti neri, in sella a dei motorini presi in prestito e che la polizia pensava fossero rubati, sono stati inseguiti dalle forze dell’ordine e si sono schiantati, morendo. La canzone, come l’autrice ha fatto ironicamente notare durante un’esibizione decenni dopo, «in pratica ti fa passare la voglia di vivere in Inghilterra». Black Boys on Mopeds è una delle prese di posizione più profonde e penetranti della cantautrice, e negli ultimi anni è tornata alla ribalta grazie alle cover di Sharon Van Etten, di Phoebe Bridgers e della cantautrice Shea Rose, mentre le proteste del movimento Black Lives Matter hanno portato maggiore consapevolezza sugli omicidi perpetrati dalla polizia di cui O’Connor aveva scritto più di 30 anni prima.

I Am Stretched on Your Grave

1990

Declamando una poesia tradizionale irlandese su una storia d’amore proibito, accompagnata da un loop preso da Funky Drummer, O’Connor mette in campo la sua voce sovrannaturale, offrendo una performance che trascende la sua produzione dei primi anni ’90 per approdare in un luogo quasi senza tempo. Chi altro potrebbe cantare versi come “Mio albero di mele, mia luce, sarebbe ora che ci incontrassimo” e farli suonare potenti? Il fatto che abbia cantato questa strofa risalente al 1600 con la stessa intensità e partecipazione dei suoi altri successi la dice lunga. Nell’ultimo periodo, il brano era uno dei momenti salienti dei suoi concerti, dove spesso lo eseguiva in un arrangiamento a cappella magico; nel 2012, l’ha dedicato a Whitney Houston, poche settimane dopo la morte della cantante.

The Last Day of Our Acquaintance

1990

Con il suo passare da uno strimpellare delicato e un sussurro a un’esplosione rock di chitarra, percussioni e voce potente, The Last Day of Our Acquaintance è probabilmente la canzone più devastante a livello emotivo di I Do Not Want What I Haven’t Got. Pubblicata l’anno prima di divorziare dal primo marito, il produttore John Reynolds (che suona nel pezzo e ha collaborato con lei nell’arco di tutta la sua carriera), è la storia della fine di una relazione. I due futuri ex si “incontreranno più tardi nell’ufficio di qualcuno”, ma come canta Sinéad “tu non mi ascolterai”. L’onestà, la sfrontatezza e la purezza della voce di Sinéad trasformano il dolore di ciò che sta finendo in un inno travolgente su come liberarsi e andare avanti.

All Apologies

1994

Nel 1994 sembrava che tutti piangessero la morte di Kurt Cobain, anche i suoi eroi come Neil Young (che gli ha dedicato l’album Sleeps with Angels) e Patti Smith, che più avanti avrebbe rifatto Smells Like Teen Spirit. O’Connor gli ha reso uno dei tributi più toccanti interpretando una All Apologies straziante, pochi mesi dopo la sua scomparsa. La rilettura è ancora più scarna dell’originale, con la voce delicatissima che sostiene il peso emotivo dei versi. Inclusa in Universal Mother del 1994, è stata sempre messa in ombra da un’altra cover, Nothing Compares 2 U, ma dopo la morte di O’Connor assume un significato fortissimo.

Thank You for Hearing Me

1994

Ispirato, a quanto pare, dalla sua breve relazione con Peter Gabriel, il brano di chiusura di uno dei migliori album di O’Connor, Universal Mother, potrebbe essere la canzone più amichevole di sempre che parla di una separazione. Ogni strofa ripete gli stessi versi (“Grazie per avermi incontrata” e “Grazie per essere stato con me”), donando al brano una qualità quasi da inno religioso. Se, poi, aggiungiamo la voce pacata di Sinéad e un’atmosfera riflessiva e matura, otteniamo una canzone di rottura senza rancore e con tanto apprezzamento per ciò che è stato.

No Man’s Woman

2000

La rabbia, specie se suscitata da una qualche oppressione, è un tema ricorrente nel repertorio di Sinéad O’Connor. In questo pezzo di Faith and Courage del 2000 va dritta al punto: “Ho dell’altro lavoro che voglio portare a termine / Non ho viaggiato così tanto per diventare / La donna di qualcuno”. Ma, dal suo bellissimo ritmo hip hop al ritornello, No Man’s Woman è tutt’altro che un atto di rivolta. L’artista trascende il suo turbamento e trova, ancora una volta, bellezza e liberazione nella musica.

Da Rolling Stone US.

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