Aurora
I Cani
Gennaio 2016
Se nel 2016 Tommaso Paradiso e i suoi Thegiornalisti usavano arrangiamenti simil-anni ’80 esprimendo un senso di calore e d’intensa nostalgia per quell’epoca presunta felice, Niccolò Contessa lo faceva per raccontare con apparente freddezza uno stato d’infelicità condiviso e forse anche un po’ la vita che avremmo fatto e visto negli anni a venire. Come se non bastasse, nel finale piazza la dissoluzione di questo mondo cane, la morte, Finirà, Sparire. È l’esistenzialista che non avevamo visto nel cantore di Roma Nord. Questo nostro grande amore è un pezzo d’Italia futura, quasi lo storyboard dei Ferragnez senza il brutto finale. Altra grande fotografia è Il posto più freddo. Su una musica che t’inganna, da tempo delle mele, lui dice “la notte è finita e la droga è scesa, ecco a voi la creatura più sola su questo pianeta”, roba che ancora la gente la canta col magone ai concerti. “Riportiamo le ideologie in cantina con le religioni e la PlayStation 2”, canta Contessa in Non finirà su un groove che sembra la versione tascabile di quello di Another One Bites the Dust. L’unica cosa da aggiornare al 2026 è la versione della Play.
Hellvisback
Salmo
Febbraio 2016
Dopo il successo di Midnite del 2014, Hellvisback rilancia e sottolinea la capacità di Salmo di flirtare con il rock. Nelle 13 tracce della versione originale del disco – un frullato di Elvis in chiave Salmo – troviamo una forte presenza di strumenti tipici del rock, dallo sporco riff di chitarra su cui è costruito il singolo 1984 agli interventi alla batteria di Travis Barker dei Blink-182 in Il messia e Bentley vs Cadillac. Sopra ci sono gli incastri e i giochi di parole di Salmo, sganciati come proiettili di una pistola che spara all’impazzata nel Far West. In un momento dove i dischi rap faticavano a farsi ascoltare dall’inizio alla fine, Salmo ha messo in campo tutta la sua versatilità sonora, dimostrandoci il suo ruolo nella scena e allargando le possibilità del genere nel nostro Paese.
La fine dei vent’anni
Motta
Marzo 2016
«Questo pezzo non è stato registrato con il La standard a 440 Hz», ha scritto più volte Motta quando dieci anni fa gli abbiamo chiesto di raccontare le canzoni del debutto solista. Poco standard per l’Italia era anche la musica di questo autore, all’epoca noto ai pochi ma buoni per aver fatto parte dei Criminal Jokers, che canta di relazioni, amicizia, famiglia, passaggi di tempo, ma anche di maternità, di una trans e di chissà che cosa in Prenditi quello che vuoi. Si è imposto per motivi generazionali, con quel titolo poi, e perché dotato di un registro suo, di un linguaggio che avrebbe sviluppato negli anni successivi, del gusto nell’arrangiare le canzoni in chiave elettro-acustica con qualche richiamo etno-folk e un senso della ripetizione forse vagamente ispirato alla musica africana. «Sono stato […] un ragazzo ossessionato dalle fantasie, dalla libertà, dall’immaginazione. Spero di essere diventato un adulto capace di stare con sincerità e schiettezza in questo mondo», ha scritto in un passaggio del libro Vivere la musica che useremmo volentieri come chiave di lettura del disco e del suo titolo. È il 2016, lui canta anzitempo la fine dei suoi vent’anni e un pezzo d’Italia scopre il cantautorato alternativo fatto da uno nato «fuori dallo spartito». Targa Tenco per l’opera prima.
L’ultima festa
Cosmo
Aprile 2016
Dopo una carriera come frontman dei Drink to Me e un primo disco solista, Disordine, molto piaciuto alla critica ma non in grado di irrompere in classifica, Marco Bianchi in arte Cosmo si era dato un’ultima possibilità nella musica. Il tutto sotto forma di un’ultima festa. È forse nei momenti in cui non abbiamo più nulla da perdere che troviamo il meglio di noi, o almeno così è stato per lui. Otto pezzi, a partire proprio dal successo radiofonico de L’ultima festa, in cui pop, spirito indie ed elettronica si abbracciano gioiosi. Si parla di provincia e grandi temi della vita, con un occhio a Battisti e l’altro al futuro, flirtando con i suoni dell’epoca (i Moderat, ad esempio), ma con l’intento di scrivere un nuovo pop possibile. Vedendo poi come è andata, questo è il disco che ci ha consegnato Cosmo in tutta la sua brillantezza.
Le canzoni della cupa
Vinicio Capossela
Maggio 2016
Per anni ci siamo vergognati delle nostre tradizioni, dei canti popolari, dei miti contadini. Che ce ne facevano noi affamati di novità e trend di quel bagaglio ammuffito e imbarazzante? Capossela lo ha recuperato in una vasta operazione che comprende il libro Il paese dei coppoloni, il film Nel paese dei coppoloni e il doppio (quadruplo su vinile) Le canzoni della cupa, sorta di western calitrano diviso in due parti, Polvere (con in mente Matteo Salvatore) e Ombra. L’operazione non è per niente filologica. Capossela prende da tante fonti, non solo italiane, in un’internazionale folk che comprende canti di lavoro delle tabacchine pugliesi e tex-mex, folclore da matrimonio e musiche da circo. Ne fa quello che gli va in un disco lento e lungo in cui trasla quel materiale nel territorio del mito. Non è la cosa migliore che ha fatto, ma dieci anni dopo ci teniamo volentieri l’idea che la tradizione non debba rimanere nei musei, ma possa, anzi debba essere usata, trasfigurata, se necessario strapazzata. E che prima che scompaia del tutto, come i migranti sul treno nella canzone che chiude l’album, valga la pena ricordare la natura perduta della nostra nazione. Numero uno in classifica, oggi sarebbe impossibile.
Folfiri o Folfox
Afterhours
Giugno 2016
Senza troppi giri di parole: Folfiri o Folfox è un disco pesante. Per i temi, per il tono, per le musiche, per il canto. Eppure nel 2016, quando Spotify in Italia aveva appena tre anni, un disco del genere poteva arrivare al numero uno in classifica, anche solo per una settimana. Folfiri e Folfox sono regimi chemioterapici che Manuel Agnelli ha imparato a conoscere a causa della malattia del padre. La morte del genitore segna alcune canzoni del disco, a partire da Grande sul patto immaginario fatto col padre, “noi non morremo mai”. Altre sembrano frutto di una sorta di liberazione, un gesto audace per cercare di mettere a punto una versione adulta del rock che è tale per i temi, i dettagli strumentali (la band era super, c’erano Xabier Iriondo, Stefano Pilla, Roberto Dell’Era, Rodrigo D’Erasmo, Fabio Rondanini), per la ricerca di libertà fuori da ogni circoletto alternativo. E anche per l’accettazione della fine delle illusioni che diventa l’inno Il mio popolo si fa, con quel riferimento alla “rivoluzione che giochi sul web” che dieci anni dopo suona ancora bene. È a tutt’oggi l’ultimo album in studio degli Afterhours ed è uscito poco dopo la notizia dell’incarico a Agnelli di giudice a X Factor che ha aperto un gran dibattito online.
Santeria
Marracash & Guè
Giugno 2016
Prima dell’epidemia dei joint album degli ultimi anni, mettere due pesi massimi assieme su di un disco assieme era rarità. Forse per questo Santeria è stato, e rimane, un disco fondamentale della discografia rap italiana. Marra e Guè, dopo tante collaborazioni, decidono di diversi lo spazio e la posta in gioco, tirando fuori il meglio dall’altro come due pugili amici che si sfidano in palestra per migliorare le proprie abilità. Un disco volutamente cazzone, divertente, disimpegnato, un divertissement stilistico tra due rapper che hanno fatto la storia del rap game della penisola. Per entrambi il disco è servito come passaggio importante per la percezione esterna. Quindici brani, zero featuring: emancipazione rap, la storia di due ragazzi in grado di portare un genere lungamente snobbato ai vertici. Non è un caso che entrami i rapper portino live alcuni brani di Santeria ancora oggi, a dieci anni di distanza. Il flow non si discute.
Sfera Ebbasta
Sfera Ebbasta
Giugno 2016
Non è certamente il miglior disco di Sfera Ebbasta, ma dopo il clamoroso esordio a quattro mani con Charlie Charles di XDVR dell’anno precedente, il self titled è il lavoro che consacra il trapper di Ciny come esponente di punta della trap in Italia. Co-prodotto dalla Def Jam, l’album conferma la simmetria della coppia formata con Charlie Charles, che definirà proprio in quei momenti la trap italiana, cambiando per sempre la storia della musica nel nostro Paese. È da quel momento che vedere la trap in classifica è diventata normalità. Sfera Ebbasta, l’album, è trascinato da uno street anthem come Visiera a becco e da due featuring internazionali con il rapper marsigliese SCH (Balenciaga e Cartine Cartier). Il flow di Sfera qui si codifica: tono basso quasi parlato nelle strofe e i registri alti con l’Auto-Tune nei ritornelli. Al contempo i beat di Charli segnano il sound di quello che ai tempi è un genero nuovo, riuscendo nell’impresa di rendere qualcosa di nuovo appetibile a molti. Se il 2016 è stato l’anno della trap, questo disco (e i suoi due interpreti) ne è il motivo.
Completamente sold out
Thegiornalisti
Ottobre 2016
Completamente sold out, spudoratamente piacione, sfacciatamente rétro. Il Juno, le melodie da intonare a squarciagola, i riferimenti agli anni ’80 di Vasco Rossi e Antonello Venditti, il vanzinismo che si fa inno, l’amore e poi l’amore e di nuovo l’amore: Completamente sold out è il disco in cui il cosiddetto indie italiano non si vergogna di diventare pop di massa, forse un attimo prima che la frammentazione del mercato e dei pubblici renda impossibile l’affermazione di un solo mainstream condiviso dal tutti, autenticamente popolare. Tra melodie facili e testi semplici, nel quarto (e penultimo) album i Thegiornalisti cercano un minimo comune denominatore tra il pop italiano di ieri e quello del 2016, fregandosene del ridicolo (“sono completamente fatto… fatto di te”). Pop italiano, indietro tutta. Le citazioni sono come l’amore, andava dicendo Tommaso Paradiso in quel periodo, nel senso che entrambe le cose fanno parte della vita. «O la gente si innamora delle tue turbe psichiche, oppure non gliene fregherà niente a nessuno», pare abbia detto la madre dopo avere ascoltato il disco. La prima delle due.
Persona
Lorenzo Senni
Ottobre 2016
È sempre un piacere quando un artista italiano viene riconosciuto anche all’estero. In particolar modo quando a farlo è un’etichetta simbolo dell’elettronica e della controcultura come Warp, che ha pubblicato Aphex Twin, Autechre, Boards of Canada, giusto per citare i più importanti. Il rave-voyeurismo di Lorenzo Senni, costruito su un susseguirsi di supersaw (una particolare onda sonora) velocissime ritmate dagli arpeggiatori della Roland Jp-8000, trova in Persona la sua massima espressione e espressività. Qui si balla senza percussioni, ci si emoziona senza parole, si poga senza contatto. Si può tirare fuori emotività dal freddo rincorrersi di melodie di un sintetizzatore? Assolutamente sì, se si ha un concept e lo si tratta con grazia come ha fatto Lorenzo Senni.













