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10 canzoni per festeggiare il 25 aprile senza cantare ‘Bella ciao’

D'accordo, abbiamo i canti della Resistenza, ma negli ultimi 25 anni gli artisti italiani hanno scritto pezzi originali per raccontare la liberazione e la lotta al nazifascismo. Ecco qualche esempio, dai C.S.I. ad Appino

Racconti partigiani con un nome e un cognome, tributi alla Resistenza, eredità storiche o direttamente ricordi d’infanzia. C’è un po’ di tutto nella letteratura partigiana della musica italiana, la quale – oltre ad aver reinterpretato i canti della Resistenza – ha anche scritto canzoni originali per tramandare ai posteri la lotta al nazifascismo. Non è un canzoniere ricchissimo, stretto nei 90s fra i titani dell’alternative, il combat folk e qualche cantautore, ma in occasione dei 75 anni dalla Liberazione ecco dieci brani originali che raccontano gli uomini e le donne che quei giorni fecero la storia: i paesaggi, le vittime, l’orgoglio battagliero.

“Compagna Teresa” Il Teatro degli Orrori (2007)

Mi piace aprire questa rassegna con Compagna Teresa del Teatro degli Orrori perché è il primo pezzo che rende esplicito omaggio alle donne della Resistenza e al ruolo che hanno avuto nella Liberazione. Teresa, protagonista della canzone che sogna di cambiare il mondo ma resta uccisa, potrebbe essere Irma Bandiera, Anna Cherchi o una qualsiasi altra partigiana vittima del nazifascismo, a lungo rimossa dalla memoria di quei giorni, prima di essere riscoperta 50, magari 60 anni dopo. Per il resto, le chitarre di Giulio Ragno Favero, il solito spoken incendiato e violento di Pierpaolo Capovilla e, in generale, tutto il muro di suono costruito dalla band, be’, sono una garanzia.
Frase chiave: “Compagna Teresa / ogni giorno ci porti la vita”.

“Linea Gotica” C.S.I. (1996)

Uno dei grandi classici del 25 aprile è Linea Gotica dei C.S.I., che dà anche il titolo a un album immenso che è pura rievocazione partigiana, oltre a essere il perno attorno a cui ruota il suggestivo concerto La terra, la guerra, una questione privata, fatto dalla band in memoria di Beppe Fenoglio. E in effetti anche questo pezzo – con le sue chitarre scure, l’incedere marziale e la voce caldissima di Ferretti – sembra proprio un romanzo di Fenoglio: al di là delle citazioni, racconta una RSI blindata nel suo quotidiano livido attraverso piccole immagini, come le marce dei militari e le staffette, le divisioni ideologiche, le ansie da quartiere, i sospetti. E il non restare a guardare, mai.
Frase chiave: “La mia piccola patria dietro la Linea Gotica / sa scegliersi la parte”.

“L’unica superstite” Modena City Ramblers (1996)

Impossibile non citare i Modena City Ramblers e il loro combat folk in una lista di canzoni sulla Resistenza, visto l’enorme contributo dato dalla cover di Bella ciao all’album collettivo di Appunti partigiani. L’unica superstite racconta la storia di Liliana Del Monte, cugina di secondo grado del fisarmonicista della band, Alberto Cottica. Siamo nel 1944, e la donna, all’epoca dei fatti poco più che adolescente, fu l’unica sopravvissuta all’eccidio della Bettola, quando i nazifascisti uccisero per rappresaglia 31 civili inermi in una locanda in provincia di Reggio Emilia. Rimase ferita ma riuscì a scampare alla morte, diventando testimone – come anche la canzone – di quella notte.
Frase chiave: “È molto difficile scappare lontano / a 11 anni con la gola ferita”.

“Quel giorno d’aprile” Francesco Guccini (2012)

Evidentemente anche Francesco Guccini ci teneva a scrivere una canzone sulla Liberazione, prima di congedarsi. Quel giorno d’aprile è una dolce ballata d’autore contenuta nel suo ultimo album, L’ultima Thule, impostata come una sorta di quadretto storico, ovviamente d’autore, che racconta il 25 aprile con malinconia. Da una parte, descrizioni paesaggistiche; dall’altra, le storie di alcuni innamorati che si aspettano, e sono pronti a riabbracciarsi. Era un giorno di primavera, un giorno di rinascita.
Frase chiave: “Ed ognuno ritorna alla vita come i fiori dei prati / come il vento di aprile”.

“Hanno crocifisso Giovanni” Marlene Kuntz (1995)

La compilation Materiale resistente, pubblicata nel 1995 dal Consorzio Suonatori Indipendenti per i 50 anni della Liberazione, ha raccolto il meglio della scena alternative di allora, fra chi ha reinterpretato canti partigiani (gli stessi C.S.I. con Guardali negli occhi, o i Modena City Ramblers con Bella ciao) e chi ha preferito cimentarsi in pezzi originali. In questo senso, l’alt rock Hanno crocifisso Giovanni dei Marlene Kuntz è uno degli episodi più emozionanti: su ispirazione dell’omonima poesia di Lea Ferranti, racconta l’uccisione di un combattente e di come, in quel momento, il confine fra chi resta in vita a uccidere e chi, invece, muore diventi labile.
Frase chiave: “Hanno crocifisso Giovanni alla porta / come un cane bastardo / In posizione verticale / è la vita, l’albero / il pagliaio, la casa”.

“Suona Rosamunda” Vinicio Capossela (2000)

Ispirata a Se questo è un uomo di Primo Levi, la scalcinata Suona Rosamunda di Vinicio Capossela racconta (anche) un’altra resistenza: quella dei partigiani che, come lo stesso scrittore, erano prigionieri nei campi di concentramento nazisti. L’originale Rosamunda, da cui il titolo prende spunto, era infatti una canzone che veniva suonata ad Auschwitz per scandire la vita dei prigionieri, e la cui macabra esecuzione qui diventa paradossalmente un soffio di calore, una dolce ubriacatura all’inferno. Una forma musicale di resistenza, soprattutto, per quei dei ragazzi che prima erano sulle montagne e poi sono stati catturati.
Frase chiave: “Suona la banda prigioniera / suona per me e per te / Eppure è dolce nella sera / il suono aguzzo sul nostro cuor”.

“Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio” Giorgio Canali (2010)

Quindici anni dopo Materiale resistente, nella compilation celebrativa dell’anniversario ci sarebbe dovuta essere anche Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio di Giorgio Canali, salvo poi rimanerne esclusa all’ultimo. Schiumante di rabbia partigiana, la canzone è una dedica al Colonnello Valerio, alias Walter Audisio, esecutore materiale dell’uccisione di Benito Mussolini, ed è una sfuriata sporca, con l’armonica, in pieno stile Canali. Si pensa che il motivo per cui sia rimasta fuori dalla raccolta sia la presenza, nel testo, di due bestemmie, ma non è ancora chiaro. Certo è che, oltre a una serie di riflessioni sul ‘dopo’, proprio quel linguaggio violento offre un’altra chiave di lettura, spesso sottovalutata, della Resistenza: quella della rabbia. Che non è finita certo il 25 aprile.
Frase chiave: “Poi venne maggio, l’ordine di disarmarci / Caro Valerio, non dovevamo fermarci”.

“I campi in aprile” Ligabue (2015)

È bello che, in mezzo a questo giro lunghissimo nell’alternative anni ’90, che evidentemente ha avuto veramente a cuore il tema, il 25 aprile possa tornare anche nel mainstream. Ed è bello pure come, in tutto ciò, trovi spazio proprio nel pop-rock di Ligabue, uno che è di Correggio, vicino Reggio Emilia, e non ha mai nascosto queste radici nelle sue canzoni. I campi in cui è cresciuto, e che tornano nella ballata de I campi in aprile, sono gli stessi dove, appunto, nella primavera di 75 anni fa si faceva la Storia d’Italia. E anche questa vicenda, questa dedica, ha un nome e un cognome: quello di Luciano Tondelli, combattente emiliano ucciso da giovanissimo, appena dieci giorni prima della Liberazione. E in questo valzer folk ci racconta la sua storia.
Frase chiave: “Se fossi lì in mezzo avrei novant’anni / Avrei dei nipoti con cui litigare / Ma ho fatto una scelta”.

“Sequoia” Offlaga Disco Pax (2008)

Ancora l’Emilia, stavolta con gli Offlaga Disco Pax. Sull’elettronica felpata di Enrico Fontanelli, la voce di Max Collini sembra portarci lontano, negli anni ’70, quando da bambino giocava intorno a una quercia secolare vicino Puianello, Reggio Emilia, ed ebbe un piccolo incidente. Siamo in uno dei luoghi simbolo della Resistenza, ma negli occhi di lui da ragazzino non c’è spazio per la consapevolezza di tutto ciò. Questa, semmai, arriva in fondo alla canzone, nell’età adulta, quando il pianoforte scocca i primi rintocchi e l’ascoltatore scopre che proprio accanto a quella sequoia venivano torturati i partigiani nel 1944. E allora Sequoia diventa un tuffo in memorie mai vissute, nell’eredità gigante dei nonni, fino alla rivelazione finale: “Penso che sia una bella cosa, una lieta meraviglia, che ancora non c’abbia toccato, né guerra, né miseria”.
Frase chiave: “La sequoia è là, in Via Chiesa, proprio a pochi passi dalla vecchia Villa Rossi dove nel ’44 stava il comando di quelli che torturavano i ribelli venuti giù dalle montagne”.

“La festa della liberazione” Appino (2013)

L’ultimo pezzo della lista è il più – diciamo – atipico. La festa della liberazione di Appino racconta il 25 aprile dei giorni nostri: è una rilettura post moderna e grottesca delle canzoni partigiane, ambientata a metà fra i propri tormenti e la realtà di provincia, coi suoi rituali da un giorno di festa. Non c’è spazio per la rievocazione storica: là, fra le case dove una volta combattevano i partigiani, ora non resta che la voglia di andarsene, o gente senza memoria, ossessionata in maniera ridicola dalle manie di paese, dai pregiudizi e dalle dicerie delle piccole realtà, vittima dei cliché più ottusi. E, dice Appino, buon 25 aprile a tutti noi.
Frase chiave: “La festa della liberazione / ce ne son molti di cui mi libererei”.

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