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10 canzoni per capire il genio di Ginger Baker

Dai Cream ai Blind Faith fino a Fela Kuti e Public Image Ltd, ecco le performance che mostrano perché Baker era uno dei batteristi più iconici e versatili della storia del rock

Ginger Baker era un paradosso: un batterista rock rivoluzionario che insisteva a dire che non aveva mai suonato rock, un antesignano dell’heavy metal che non sopportava il genere, un londinese capace di assimilare alla perfezione i ritmi delle percussioni africane. Ecco perché, se lo conoscete solo in un contesto – l’influente trio blues-rock dei Cream, il supergruppo Blind Faith, al fianco della leggenda dell’afrobeat Fela Kuti, o uno degli ultimi gruppi jazz della sua carriera – sappiate che non avrete modo di comprendere a pieno il contributo che quest’icona irascibile ha portato alla sua forma d’arte.

Baker conquistò per la prima volta il successo a fine anni ’60, incanalando il suo amore per il bebop nell’R&B del tastierista-cantante Graham Bond. Nel 1966 fondò con Eric Clapton e Jack Bruce il power trio dei Cream. «Cazzo se eravamo bravi – per questo abbiamo scelto il nome Cream», ha detto nel documentario del 2012 Beware of Mr. Baker.

Dopo i Cream, Baker si avventurò lontano dal rock, un genere che frequenterà solo sporadicamente. Il suo curriculum contiene un ampio spettro di artisti che include non solo Fela Kuti e l’ex Sex Pistols John Lydon, ma anche il chitarrista avantgarde Sonny Sharrock, lo stimato trombettista jazz Ron Miles, gli eccentrici Masters of Reality e il percussionista ghanese Abass Dodoo, una delle ultime collaborazioni della sua vita. Qui sotto 10 tracce che mostrano la sua incredibile versatilità e che vi faranno capire la profondità e l’ampiezza del suo universo musicale.

”Toad” Cream (1966)

Prima di Moby Dick, In-A-Gadda-Da-Vida o della parte di Ringo Starr in The End, c’era Toad, l’ultimo brano di Fresh Cream, il debutto dei Cream, e una performance che diventò il termine di paragone per tutti gli assolo di batteria del periodo. Preceduta da un breve riff blues, la traccia suona come un riassunto dei punti di forza di Baker, dal rullante stiloso ai fill con i tom, dal caos della doppia cassa all’agile ritmo bebop. Lo stile e la tecnica innegabile dimostrati in Toad ispireranno intere generazioni di batteristi, ma per il collega di band Jack Bruce, gli assolo di Baker avevano una funzione più pratica. Una volta disse che li apprezzava perché gli permettevano «di uscire a fumare una sigaretta».

”Sunshine of Your Love” Cream (1967)

La canzone simbolo dei Cream è spesso indicata come una delle prime forme di heavy metal. Ma la parte di Baker in Sunshine of Your Love non ha nulla delle esagerazioni mascoline che definiranno la fase successiva del rock più aggressivo e rumoroso. Invece di accompagnare con violenza l’iconico riff di Jack Bruce, Baker preferisce un ritmo minimale che accarezza l’arrangiamento invece che aggredirlo. Baker ha sempre detto che la parte era farina del suo sacco, ma il fonico Tom Dowd ha rivendicato l’idea. «Avete mai visto quei western con le percussioni indiane?», avrebbe chiesto in studio. «Quando Baker ha iniziato a suonare in quel modo, tutte le parti dell’arrangiamento sono andate al loro posto, i musicisti erano esaltati».

”White Room” Cream (1968)

Lo stile tipico di Baker è ovunque in questo classico scritto da Jack Bruce. Qui il batterista accompagna le strofe con un ritmo heavy, tiene il tempo con cassa, rullante e charleston ma lo arricchisce di diversi ornamenti – piccoli fill di rullante e tom, per esempio – che danno alla parte un tiro intenso e funky. La sua performance, qui, suona ancora fresca, ma negli ultimi anni Baker non era felice di sentirsi fare i complimenti per le canzoni dei Cream. «Dio, i Cream sono un peso attaccato al collo».

”Spoonful (Live)” Cream (1968)

I Cream brillavano più intensamente sul palco, dove avevano spazio per approfondire il loro materiale. Il classico del blues di Willie Dixon, Spoonful, reso famoso da Howlin’ Wolf, era un punto di partenza ideale per le divagazioni strumentali del gruppo, e in questa versione di 17 minuti registrata al Winterland di San Francisco potete sentire Baker mentre guida la band partendo con uno shuffle e concludendo con un incendiario ritmo hard rock. Tutti i musicisti spiccano in questa registrazione, ma la cosa più impressionante è la chimica, il modo con cui sembrano sfidarsi ad andare sempre oltre. «L’idea iniziale era che i Cream fossero un gruppo dadaista», ha detto Clapton nel 2012. «Volevamo che sul palco succedessero un sacco di cose strane, sarebbe stato sperimentale, divertente e ribelle. Ma alla fine ci divertivamo così tanto a suonare solo gli strumentali… che siamo diventati conosciuti per quello».

”Do What You Like” Blind Faith (1969)

Baker e Clapton portarono lo stesso spirito avventuroso nella loro band successiva, i Blind Faith, e il finale del loro primo album, un brano di 15 minuti firmato da Baker, mostra quanto fossero a loro agio nel lasciarsi guidare dal momento. Il batterista dà forma al brano con un ritmo jazz tenuto col ride che non avrebbe sfigurato in album Blue Note degli anni ’60, e a metà si lascia andare a un assolo che combina il funk con percussioni ipnotiche e atletismo proto-thrash metal. «Quando siamo andati in tour sapevamo che avremmo suonato hard rock», ha detto il cantante e tastierista della band Steve Winwood, «e Ginger se l’è cavata parecchio bene!».

”Aiko Biaye” Ginger Baker’s Air Force (1970)

Dopo i Cream e i Blind Faith, Baker andò ancora più in profondità nelle sue influenze più singolari, e il primo album del suo gruppo Air Force – una celebrazione della musica africana, del funk più rumoroso e della psichedelia – suona come un’estensione della sua mente musicale. Aiko Biaye è un geniale pezzo di musica da festa avantgarde. Co-firmata da uno degli altri batteristi del gruppo, il ghanese Remi Kabaka, e dal leader degli Osibasa Teddy Osei, la canzone ha un ipnotico ritmo in 12/8, esplosioni selvagge di sassofono, canti celebratori e un break esteso in cui Baker duetta con una delle voci del gruppo, mostrando quanto fosse capace a suonare ritmi tribali e ad attingere a fonti ben più antiche del rock.

”Let’s Start” Fela Kuti and the Africa 70 (1970)

«Capisce i ritmi africani meglio di qualsiasi occidentale», ha detto di Baker il leggendario batterista afrobeat Tony Allen. La sua insolita comprensione dell’afrobeat – che all’energia del funk americano preferisce ritmi più sottili e sincopati – è in bella mostra in questa traccia live del 1971, registrata nello studio messo in piedi dal batterista in Lagos. L’esperienza di Baker con le lunghe jam strumentali si rivelò utile in quel contesto: il groove che costruisce per Let’s Start potrebbe andare avanti all’infinito.

”Love Is” Baker Gurvitz Army (1974)

Dopo gli Air Force, Baker unì le forze con i fratelli Adrian e Paul Gurvitz, precedentemente nel gruppo hard rock londinese dei Gun, per fondare i Baker Gurvitz Army, un gruppo con un suono complesso e drammatico perfetto per un nome così altisonante. Se avete sempre desiderato sentire come suonerebbe Ginger Baker in un gruppo prog, i primi due album dell’Army sono due ascolti essenziali. È difficile scegliere un brano da questi LP così sottovalutati – non perdetevi la straordinaria intro di cowbell in People, da Elysian Encounter (1975) –, ma Love Is, uno strumentale dal debutto omonimo del 1974, riassume l’inconfondibile mix del gruppo tra teatralità e durezza, con gli archi ad accompagnare il groove strisciante del batterista. Baker è perfettamente a suo agio, qui, disegna fill sincopati di tom per rispondere alle acrobazie di Adrian. Com’è successo con molte delle collaborazioni di Baker, il rapporto tra i due era essenzialmente musicale. «È un tipo difficile», ha detto una volta Adrian del collega, ridendo.

”Ease” Public Image LTD (1986)

Il contesto potrebbe sembrare sorprendente, ma quando entra la batteria, con quel fill brusco e lo shuffle pieno di stile, non c’è dubbio su chi ci sia dietro le pelli. La straordinaria performance di Baker completa perfettamente il suono del brano dei PiL. «Lydon aveva fondato una band di ragazzini in California. E io volevo avere un gruppo heavy, quindi ho invitato Tony Williams, Ginger Baker e Steve Vai», ha detto il produttore dell’album Bill Laswell, in cabina di comando anche per alcuni album solisti di Baker dell’epoca (non perdetevi il desert blues di Time Be Time). «Abbiamo licenziato la band di John, e per qualche giorno la discussione si è trasferita in alcuni bar. Quando si sono calmate le acque abbiamo registrato un classico, un album insolito per l’epoca».

”Do What You Like” Blind Faith (1969)

Baker ha orgogliosamente esibito le sue influenze jazz per tutta la vita, ma ha registrato il suo primo album del genere solo quando aveva già 50 anni. Per farlo scelse i collaboratori perfetti: il chitarrista Bill Frisell e il bassista Charlie Haden, due maestri dell’improvvisazione che condividevano con Baker l’amore per i ritmi spontanei e le trame sonore più primitive. I brani più forti di Going Back Home, come il folk di Rambler – scritta da Frisell ed esaltata dal sublime shuffle di Baker –, mostrano un intreccio tra i generi unico. Non è rock, jazz o Americana, ma ha un po’ di tutte e tre le cose. È difficile immaginare un altro batterista capace di sentirsi a suo agio in una musica così indefinita. Baker, invece, farà sporadiche incursioni nel jazz per il resto della vita (soprattutto nel recente Why?), dando il suo contributo al genere che l’ha così influenzato nel suo percorso musicale. «Puoi far suonare lo stesso pezzo a 100 batteristi, ma sta sicuro che Ginger avrebbe comunque trovato qualcosa di nuovo», ha detto Frisell.

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