10 album proto-prog | Rolling Stone Italia
Le radici

10 album proto-prog

Inghilterra, anni ’60. Ecco il percorso di avvicinamento al progressive, dai Beatles che usano lo studio come un laboratorio agli Who che trasformano la canzone rock in una piccola sinfonia composta da più movimenti

10 album proto-prog

The Who

Foto: RB/Redferns

Dando per assodato l’inizio di quella che possiamo definire l’era del progressive rock – 10 ottobre 1969, con l’uscita di In the Court of the Crimson King – resta da capire che cosa abbia portato fin lì. Perché il disco dei King Crimson, oltre che un punto di partenza, appare come una sorta di condensazione decisiva di istanze musicali che si erano sviluppate nel corso degli anni precedenti. Dentro In the Court sono presenti, in forma compiuta, praticamente tutti gli elementi che diventeranno distintivi del progressive rock: l’alternanza di sezioni diverse all’interno dello stesso brano, le invenzioni ritmiche, le aperture sinfoniche e i testi metaforici. È come se Robert Fripp e i suoi avessero raccolto materiali che circolavano da qualche tempo e li avessero portati a una sintesi coerente.

Alle spalle ci sono innanzitutto la rivoluzione dei Beatles e poi una costellazione di formazioni che, da un certo punto, cominciano a mettere in discussione i dettami del rock. Il principio è quello della contaminazione: generi diversi che entrano in contatto, nuovi strumenti e possibilità timbriche disponibili grazie alla tecnologia e un uso sempre più consapevole dello studio di registrazione. Tutto al fine di sradicare le regole della canzone standard: il rock può dilatarsi, i brani possono crescere, articolarsi in movimenti per accogliere umori diversi. Possono diventare piccoli film, romanzi in musica capaci di sviluppare un racconto non soltanto attraverso le parole, bensì tramite la successione delle sezioni musicali.

Sono intuizioni che, in forme e con gradi di consapevolezza differenti, percorrono gran parte della musica inglese della seconda metà degli anni ’60. Ed è a questo insieme di esperienze, oggi riconoscibile come proto-prog, che bisogna guardare per capire come si sia formato il terreno sul quale nascerà il progressive.

  • Revolver

    The Beatles Agosto 1966

    In Revolver si possono individuare almeno due momenti topici per ciò che sarebbe diventato il progressive. Il primo è Eleanor Rigby, che approfondisce quanto già sperimentato in Yesterday nel 1965, introducendo nel pop-rock un confronto con la musica classica. Non è soltanto la presenza degli archi, è il modo in cui questi diventano parte integrante della scrittura, sostituendo di fatto la tradizionale fisicità della band rock e costruendo attorno alla voce una trama cameristica. Nel progressive questa intuizione verrà sviluppata in infinite direzioni: attraverso il Mellotron, gli arrangiamenti sinfonici e le scritture che aspireranno a una dimensione più ampia e articolata. Il secondo è Tomorrow Never Knows: i nastri manipolati, i loop, gli effetti, le voci trattate, le sovrapposizioni e i suoni provenienti da fonti differenti. È un principio che il progressive farà proprio, usando lo studio di registrazione come laboratorio. Tomorrow Never Knows contiene inoltre un’altra anticipazione fondamentale: la forma non procede secondo il consueto schema della canzone pop. Non c’è bisogno di una successione rassicurante di strofe e ritornelli: il brano si sviluppa come un flusso ipnotico, costruito sulla ripetizione e sulla trasformazione degli elementi sonori. La canzone comincia a liberarsi dall’obbligo di essere articolata in sezioni riconoscibili e si fa esperienza sonora completa. Sono due strade apparentemente lontane: da una parte gli archi cameristici, dall’altra i nastri manipolati. Eppure entrambe conducono verso il superamento dei confini del rock.

  • The Piper at the Gates of Dawn

    Pink Floyd Agosto 1967

    I Pink Floyd sono da sempre al centro di una delle dispute più accese quando si parla di prog: appartengono al genere oppure no? La discussione potrebbe andare avanti all’infinito ma non è questa la domanda che interessa qui. Ciò che conta è l’indubbia presenza, in The Piper at the Gates of Dawn, di alcuni semi del futuro progressive. Uno di questi riguarda la libertà con cui i Pink Floyd improvvisano, anticipando certe scorribande free dei King Crimson. Ciò che però nei Floyd è libero istinto nei Crimson diverrà architettura, attraverso composizioni sempre più rigorose. In The Piper at the Gates of Dawn c’è poi un’altra componente, forse ancora più interessante se si guarda alle successive evoluzioni del progressive: l’immaginario di Syd Barrett. Brani come Matilda Mother, The Gnome, The Scarecrow e altri sembrano provenire da un’Inghilterra fantastica e infantile, popolata da filastrocche, creature bizzarre e immagini surreali. È un mondo profondamente British, nel quale si evocano le nursery rhymes, la letteratura per l’infanzia, i nonsense e alcuni temi delle ballate popolari. È difficile non pensare, ascoltando quelle brevi canzoni, a ciò che pochi anni dopo realizzeranno i Genesis, soprattutto in album come Nursery Cryme. E si può avanzare un’ipotesi: se Syd Barrett fosse rimasto nei Pink Floyd, forse la traiettoria della band si sarebbe avvicinata maggiormente al prog più teatrale, narrativo e visionario.

  • Tangerine Dream

    Kaleidoscope Novembre 1967

    Come certi Pink Floyd degli esordi, i Kaleidoscope indugiano su brani delicati e fiabeschi. La band di Peter Daltrey costruisce un tessuto a base di chitarre acustiche, tastiere, flauti e armonie vocali. È una musica sospesa fra il pop psichedelico, il folk e una certa sensibilità barocca, con arrangiamenti pieni di piccoli dettagli e colori. I testi si muovono fra personaggi stravaganti, re e regine, sogni e paesaggi immaginari. Mr. Small, the Watch Repairer Man, The Murder of Lewis Tollani e soprattutto The Sky Children mostrano quanto certa psichedelia inglese si sia trasformata in una sorta di fiaba, lontana tanto dal realismo del rock quanto dall’acidità più esasperata di altre formazioni coeve. Musicalmente, poi, Tangerine Dream arricchisce la canzone pop: la maggior parte dei brani resta breve, ma gli arrangiamenti sono pieni di deviazioni e strumenti inconsueti

  • Days of Future Passed

    The Moody Blues Novembre 1967

    Days of Future Passed muta il microcosmo di Eleonor Rigby (e di altre piccole pop-sinfonie beatlesiane) in un’operazione assai più ambiziosa: la fusione fra rock e orchestra. Ma la vera novità non sta soltanto nell’impiego degli strumenti, sta soprattutto nel fatto che i brani cominciano a somigliare essi stessi a composizioni classiche. Non si tratta di prendere una canzone rock e vestirla con un’orchestra, si creano movimenti, sviluppi, intermezzi, temi ricorrenti, passaggi strumentali e una continuità fra un brano e l’altro. Days of Future Passed anticipa anche un altro elemento destinato a diventare centrale nella storia del prog: il concept album. Il disco segue idealmente una giornata nella vita di un uomo, dal risveglio al sonno, organizzando le diverse canzoni secondo il trascorrere delle ore. Non è ancora un concept monumentale come quelli che il progressive svilupperà negli anni successivi, ma introduce l’idea che un album possa essere concepito non come una semplice raccolta di canzoni, ma come un’opera unitaria.

  • The Who Sell Out

    The Who Dicembre 1967

    Nel percorso verso il progressive gli Who sono forse gli insospettabili per eccellenza. Se c’è infatti una band che, almeno in apparenza, sembra aliena dalle elaborazioni e dalle ambizioni del futuro prog, sono proprio loro: irruenti, fisici, rumorosi, legati a un’idea del rock profondamente terrena. Eppure Pete Townshend e compagni finiranno per avere un ruolo tutt’altro che marginale nell’espansione delle forme rock, fino ad arrivare alla prima vera opera rock con Tommy. Ma già nel 1967, nell’album The Who Sell Out, gli Who mettono a segno un esperimento destinato ad avere conseguenze importanti. Al suo interno trova posto A Quick One, While He’s Away, una composizione di nove minuti che può essere considerata una delle prime mini-suite rock. Il principio è semplice ma rivoluzionario: prendere una serie di episodi musicali caratterizzati da atmosfere differenti, e concatenarli all’interno di un unico flusso. Non più, dunque, una successione di canzoni autonome, ma una composizione che si sviluppa per sezioni, ciascuna con una propria identità e una propria funzione all’interno dell’insieme. Naturalmente, siamo ancora lontani dalle monumentali suite; il brano degli Who conserva un carattere giocoso, persino sgangherato; non cerca certo quella solennità che diventerà uno dei tratti distintivi del prog. Ma A Quick One, While He’s Away mette in pratica l’idea secondo cui una canzone può diventare una piccola sinfonia.

  • The Thoughts of Emerlist Davjack

    The Nice Marzo 1968

    Con i Nice si entra nel territorio della psichedelia, un ambito fondamentale per la nascita del progressive che non va confuso con esso. Anzi, per certi aspetti, psichedelia e progressive rappresentano due modi opposti di intendere la musica. La prima tende alla perdita dei punti di riferimento, all’esperienza capace di alterare le percezioni. Il progressive, al contrario, indugerà su una sempre maggiore razionalizzazione della materia sonora, sulla costruzione formale e sul controllo. Eppure è proprio in seno alla psichedelia che maturano molti dei semi che il progressive svilupperà: la dilatazione delle forme, la sperimentazione e la libertà compositiva. Nel caso dei Nice, poi, entra in scena una figura destinata a diventare centrale: Keith Emerson, futuro protagonista negli Emerson, Lake & Palmer. Nel 1967, con The Thoughts of Emerlist Davjack, il tastierista condensa rock, folk, classica e jazz grazie a un Hammond che diventa una sorta di orchestra nelle mani di un solo musicista. Emerson prende Blue Rondo à la Turk di Dave Brubeck (derivante da una danza popolare turca) e lo trasfigura attraverso il suo strumento. Il futuro è già in nuce: la centralità del tastierista-compositore, l’idea del musicista come virtuoso e la possibilità di amalgamare generi diversi in costruzioni rock.

  • Odessey & Oracle

    The Zombies Aprile 1968

    Gli Zombies anticipano il progressive più pastorale e malinconico. Odessey & Oracle è un disco con armonie e melodie tutt’altro che banali e un uso del Mellotron a dar vita a un pastiche sonoro fragile e incantato. Non c’è bisogno di ricorrere alla potenza dell’orchestra o alla complessità: bastano pochi elementi disposti con grande sensibilità. È un aspetto che rischia di essere trascurato quando si racconta il progressive, forse perché l’immagine più comune del genere è quella dei brani interminabili e dei cambi di tempo. Ma il prog è anche contrasto: alla furia segue la quiete, alla magniloquenza la delicatezza, ai grandi affreschi i brani più brevi intrisi di un lirismo romantico di ascendenza ottocentesca. In Odessey & Oracle si possono già intravedere le melodie sospese di I Talk to the Wind ed Epitaph dei King Crimson, certe oasi bucoliche dei Genesis e i momenti più trasognati degli Yes.

  • Music in a Doll’s House

    Family Luglio 1968

    Ascoltando Roger Chapman è difficile non pensare a Peter Gabriel. La voce del cantante dei Family, con il suo modo nervoso, teatrale, imprevedibile, rappresenta uno dei precedenti più evidenti per quella particolare concezione del canto che il frontman dei Genesis svilupperà da lì a breve. I Family non possiedono la raffinatezza e la precisione formale del progressive genesisiano, la loro musica è più ruvida, inquieta, bluesy, ma contiene un’idea che Gabriel & co. faranno propria: un rock teatrale con il cantante a trasformarsi in un vero personaggio all’interno della musica. Accanto ai momenti più ruvidi, i Family sanno inoltre creare squarci melodici e atmosferici. Alcune delle loro ballate acustiche sembrano indicare una strada che molti percorreranno qualche anno più tardi, come Mellowing Grey, dove sembra già affiorare la magia di Foxtrot.

  • Shine on Brightly

    Procol Harum Settembre 1968

    Se si parla delle origini del progressive, Shine on Brightly è un disco di importanza capitale. Naturalmente si potrebbe tornare un poco più indietro e citare anche A Whiter Shade of Pale, con la sua fusione fra pop e arie di Bach, ma è con il secondo album che i Procol Harum compiono un passo molto più significativo: In Held ’Twas in I, che occupa quasi per intero la seconda facciata, è già una delle grandi suite del progressive. L’ascolto rivela quanto il brano sia vicino a certe soluzioni che i Genesis svilupperanno pochi anni dopo (senza contare la sorprendente somiglianza tra il timbro di Gary Brooker e quello di Peter Gabriel): l’alternanza fra momenti raccolti e improvvise aperture infuocate, l’accostamento di intensità romantica e bizzarria circense. Oltre ciò, un elemento destinato a diventare fondamentale nelle suite progressive: la crescita della tensione fino alla risoluzione. Dopo avere attraversato diversi ambienti il percorso di In Held ’Twas in I trova sbocco in un Grand Finale di straordinaria potenza e magniloquenza, un’esplosione conclusiva che raccoglie tutto ciò che il brano ha sviluppato fino a quel momento e lo conduce alla sua risoluzione, lasciando all’ascoltatore la sensazione che il cerchio si sia finalmente compiuto.

  • S. F. Sorrow

    Pretty Things Dicembre 1968

    Se Days of Future Passed era un album concepito come un’opera unitaria, qui l’idea si sviluppa con un afflato letterario più approfondito: S. F. Sorrow segue le vicende del protagonista Sebastian F. Sorrow, la nascita, l’infanzia, l’amore, la guerra e la vecchiaia. Le canzoni non raccontano semplicemente diversi stati d’animo, costruiscono una continuità narrativa. La psichedelia viene organizzata e messa al servizio della vicenda, con effetti di studio, sovraincisioni, cambi di scenario e arrangiamenti elaborati che contribuiscono a dar vita al mondo di Sorrow. C’è una componente teatrale, quasi cinematografica nel modo in cui i diversi episodi si susseguono, e il disco chiede di essere ascoltato dall’inizio alla fine, seguendo l’evoluzione del protagonista e lasciandosi condurre da un’atmosfera all’altra, fondamenta sulle quali il progressive costruirà il proprio universo.