Cinque volte ‘Echoes’: omaggio alla suite che ha cambiato i Pink Floyd | Rolling Stone Italia
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Cinque volte ‘Echoes’: omaggio alla suite che ha cambiato i Pink Floyd

Chitarre cosmiche, un testo che anticipa le allucinazioni di 'Dark Side', passaggi visionari: per festeggiare i 50 anni del capolavoro di 'Meddle', ecco cinque versioni che ne certificano la grandezza

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I Pink Floyd

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Per chi scrive rappresenta l’apice luminoso dei Pink Floyd. Echoes sono quasi 24 minuti di sogno spalmati in una composizione che non ha bisogno di cambi continui per colpire l’attenzione, ma che anzi si sviluppa in maniera fluida. È l’arte di quattro visionari, con la batteria tanto essenziale quanto attenta a ogni passaggio musicale di Nick Mason, la Fender ora graffiante, ora cosmica di David Gilmour (impegnato anche alla slide guitar), il piano, gli organi Hammond e Farfisa di Rick Wright e il basso ruvido e infuocato di Roger Waters. Questi confeziona anche un testo immaginifico che già anticipa le alienazioni di The Dark Side of the Moon, testo che viene scandito dalle voci di Gilmour e Wright in perfetta armonia.

Pubblicata nell’album Meddle il 31 ottobre 1971, Echoes amplia le possibilità di una band sempre più matura e sarà il perfetto preludio ai successivi successi. Per celebrarla degnamente, ora che compie 50 anni, abbiamo recuperato cinque versioni del brano che ne certificano il valore assoluto, in studio e dal vivo.

In studio per “Meddle” (1971)

La suite è inaugurata da una nota di pianoforte (un Si ripetuto varie volte facendo passare il piano in un Leslie) che germoglia in una lenta introduzione che poi sfocia nel canto a due. Segue un sensuale assolo di chitarra, un momento funky con la sei corde a infervorarsi in urla estreme, un momento sospeso e nebuloso nel quale richiami di gabbiani metallici squarciano l’aria (suono ottenuto collegando un pedale wah-wah al contrario) e un lento rinascere che in un crescendo sempre più intenso riporta al canto iniziale. La coda sfuma tornando alla nota di pianoforte che aveva aperto il brano mentre un coro che continua a discendere di tonalità copre tutto il paesaggio sonoro. Echoes prende vita dalla lavorazione di tutta una serie di frammenti musicali messi insieme in un unicum intitolato provvisoriamente Nothing, parts 1-24. Da 24 spezzoni si passerà poi ai 36 che daranno vita a The Son of Nothing e poi a Return of the Son of Nothing. Infine l’assemblaggio cambierà definitivamente nome in Echoes. Ma non è finita, sfruttando la sua pungente ironia Roger Waters si divertirà a rinominare la suite in concerto, una volta usa We Won the Double per celebrare la vittoria dell’Arsenal, in altre la presenta come Looking Through the Knothole in Granny’s Wooden Leg (in riferimento alla trasmissione radiofonica inglese The Goon Show) o The Dam Busters. La versione di Meddle è composta, assemblata e registrata sfruttando tre studi: Abbey Road, gli Associated Independent Recording (AIR) e i Morgan Studios.

Dal vivo per il “Live at Pompeii” (1972)

Suddivisa in due parti che aprono e chiudono il film, Echoes diventa quasi simbolo della pellicola filmata a Pompei. La versione non si discosta molto da quella in studio, a fare la differenza sono gli accostamenti tra l’arte dei Pink Floyd e i resti della città romana, con mascheroni e affreschi a contrappuntare musica e protagonisti agli strumenti. Dopo una lenta carrellata in avanti durante tutta l’introduzione è il volto di Rick Wright a spalancare le porte della suite, da lì in avanti è pura magia, specie nel torrido assolo funky con un Gilmour più che mai possente e nell’ampia sezione ambient registrata in uno studio televisivo di Parigi. Nella coda finale la carrellata si sposta indietro.

Dal vivo all’Empire Pool di Wembley (1974)

Durante il tour a supporto di The Dark Side of the Moon i Floyd propongono una versione di Echoes con gli interventi di Venetta Fields e Carlena Williams ai cori e di Dick Parry al sax. Se da un lato arricchiscono il tessuto musicale dall’altro contribuiscono a smorzare un poco l’afflato “cosmico” della suite.

Dal vivo a Philadelphia (1987)

Messa da parte per molti anni, Echoes rispunta a sorpresa nel 1987 quando, orfani di Roger Waters, i tre membri rimanenti più una pletora di guest musicians si imbarcano nel tour di A Momentary Lapse of Reason. La versione proposta è lievemente accorciata e vede uno scambio vocale tra Gilmour e Wright, con il primo a sostenere le parti alte e il secondo quelle basse, al contrario di quanto sempre avvenuto. Echoes resta in scaletta solo alcune date, verrà poi sostituita da Shine On You Crazy Diamond.

Dal vivo a Danzica, nel tour di David Gilmour (2006)

Durante il tour di On an Island David Gilmour ripesca la suite eseguendola con gioia insieme al suo amico di sempre, Rick Wright. All’unisono i due interpretano le parti vocali basse mentre il tastierista Jon Carin si misura con le alte. Wright per l’occasione rispolvera il suo glorioso organo Farfisa. L’esecuzione è perfetta e si sente che ci sono musicisti d’eccellenza ad accompagnare gli storici componenti dei Floyd. Nonostante ciò si avverte la mancanza del tocco più imperfetto di un Mason e di un Waters. Qui c’è tanta perfezione, ma poco “sangue”.

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