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Chi sono i Turnstile e perché parlano tutti bene di loro

Non si curano dei confini fra i generi, collaborano con Blood Orange, fanno musica tutto istinto e poca ragione. E così il loro album hardcore-non-hardcore ‘Glow On’ è uno dei più acclamati dell’anno

Turnstile

Foto: Jose Rojas

Hanno solide radici nella scena hardcore punk, ma il loro terzo album – Glow On, appena uscito per Roadrunner – raccoglie consensi nel pubblico e nei media mainstream. Di chi stiamo parlando? Ovviamente dei Turnstile di Baltimora, Maryland.

Il loro è un nome piuttosto noto, fin dal 2010, nella community di chi in qualche modo si interessa di novità e uscite in ambito hardcore punk. Esordirono con un paio di EP (nel 2011 e 2013), seguiti dal primo album Nonstop Feeling, sempre su Reaper Records, del 2015: tre lavori di hardcore potente, forse un po’ scolastico, ma magistralmente derivato dalle migliori istanze del cosiddetto NYHC più muscolare (ad esempio quello dei Madball e dei Cro-Mags dell’epoca della formazione originale, con Flanagan e Joseph non ancora ai ferri corti), con striature groove metal.

Poi il sorprendente ingresso nel mondo delle major che arriva, per i Turnstile, nel 2015 – attenzione – per mano nientemeno che di un rapper, ovvero Cody B Ware (all’anagrafe Cody Morgan Verdecias), che è anche un attento talent scout/A&R che si occupa di scovare nuovi artisti. L’album che consegnano al mercato è Time and Space, una collezione di brani crossover, hardcore e groove metal con qualche fresca incursione pop e indie, unanimemente salutato con benevolenza.

Fast forward a un venerdì di fine agosto 2021, quando esce Glow On. Il disco è accolto con grande entusiasmo – ne parla ottimamente anche il Guardian, per intenderci – e al netto delle molte recensioni (secondo l’aggregatore Metacritic, con un metascore di 92 su 100 è al momento il secondo disco con le migliori recensioni di tutto il 2021, ndr), la domanda legittima che viene da porsi è: come mai questo trasporto? Cosa è successo ai Turnstile? Cosa rende questo disco di una hardcore band così appetibile?

Partiamo dall’elemento più riconoscibile e tipico del sound del gruppo, ossia il punk nella sua accezione hardcore. C’è, è riconoscibile e gode di un songwriting in cui i riff sembrano provenire da quello che nelle teorie del neuroscienziato statunitense Paul MacLean viene definito “cervello rettiliano”, ossia l’area cerebrale più antica, che si ritiene deputata a gestire gli istinti primari (attacco-fuga, digestione, sonno-veglia, riproduzione), riff quindi dalla costruzione basic e condivisibile, che fanno leva appunto su istinti primordiali che tutti possiedono e assecondano, in maniera più o meno marcata. Questo crea inequivocabilmente un minimo comune denominatore – attenzione: non fatto di banalità, come superficialmente si potrebbe concludere, ma di suoni che toccano corde legate alla nostra natura più istintuale.

Come intuibile, non è tutto riconducibile solo a questo. Glow On è un album dalle sonorità assai contaminate in cui l’hardcore – pur restando in sempre gioco – non è l’orizzonte principale. Anzi a dirla tutta i Turnstile giocano un jolly pericoloso, ma pigliatutto se gestito con tempismo e oculatezza: quello del rinnovamento di un ambito musicale in ottica genre fluid. Ossia un livello di contaminazione che travalica i mix e i meticciamenti dell’hardcore punk già ben noti, inglobando nel panorama anche elementi pop, indie ed elettronici (ma anche rap, shoegaze, worldbeat, grunge, post punk e R&B). Anzi, probabilmente non è neppure più lecito parlare di contaminazione, ma piuttosto di metabolizzazione, implementazione e rilettura.

In pratica i semi gettati con Time and Space sembrano essere germinati nel suolo creativo della band: quelli che erano intermezzi, inserti e accenni di altri generi sono divenuti interi brani di genere (ad esempio Alien Love Call con Blood Orange, New Heart Design e No Surprise) che coesistono con quelli più marcatamente di matrice hardcore – e senza creare contrasti stridenti o distopie respingenti. In questo album i Turnstile paiono avere trovato il sentiero che li porta dall’hardcore anche per chi non ascolta hardcore (del lavoro precedente) di ottima fattura all’abbattimento delle barriere sonore – al genre fluid a cui si accennava. Un concetto molto contemporaneo che, in qualche modo, porta alla mente anche ciò che sta accadendo in ambito rap-trap con i meticciamenti e le decisissime virate verso il pop-punk.

Se cominciamo a unire i puntini, intravediamo piuttosto nitidamente una forma che ritrae l’immediatezza e l’urgenza del miglior hardcore, ma arricchita e mutata tramite la disintegrazione dei compartimenti di genere. Lo spirito è quello di derivazione punk, ma a rendere il tutto nuovo, curioso, appetibile c’è un consapevole e programmatico annientamento del concetto di schema, regola, stilema. Insomma, quello che a Hollywood chiamerebbero il MacGuffin (di hitchcockiana memoria) di questo album è proprio l’assoluta noncuranza dei Turnstile nei confronti della tradizione del loro genere di elezione, che resta come impronta nel dna, ma si evolve in direzioni imprevedibili con coloriture e tonalità che spaziano in un’ampia tavolozza. E lo fanno riuscendo a essere convincenti, compatti e sicuri di sé.

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