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Chi possiede Spotify?

Dietro al maggiore servizio di streaming musicale al mondo c’è una rete incestuosa di interessi che comprende giganti della finanza ed etichette discografiche. In gioco ci sono miliardi di euro

Foto: Mohammed Elshamy/Anadolu Agency/Getty Images

Nel 2019, il sangue freddo degli azionisti di Spotify è stato messo a dura prova. Il valore della società, che si è quotata in borsa a New York nel 2018, è salito fino a 28,34 miliardi di dollari (157,66 dollari per azione l’8 agosto) per poi scendere a 19,65 miliardi (112,52 dollari per azione il 1° ottobre) durante un terzo trimestre decisamente movimentato. A fine anno è nuovamente salito a 27,57 miliardi (149,55 dollari per azione il 31 dicembre).

Si potrebbe pensare a milioni di piccoli investitori che tengono il fiato sospeso mentre le azioni della maggiore compagnia al mondo di streaming musicale vanno su e giù. E invece, a giudicare dai documenti della Securities and Exchange Commission [SEC, l’ente statunitense preposto alla vigilanza della Borsa], alla fine del 2019 oltre un terzo della società era nelle mani di investitori istituzionali fra cui Morgan Stanley, ognuno con un 5% o più del totale.

Il 65% di Spotify è di proprietà di sei soggetti: i co-fondatori dell’azienda Daniel Ek e Martin Lorentzon (30,6% delle azioni ordinarie in totale); Tencent Holdings Ltd. (9,1%); e tre specialisti del risparmio gestito, ovvero Baillie Gifford (11,8%), Morgan Stanley (7,3%) e T.Rowe Price Associates (6,2%). Questi ultimi tre possedevano a fine 2019 più del 25% di Spotify. Ricordiamolo la prossima volta che ci troveremo a discutere degli interessi a cui risponde Spotify quando fa mosse controverse come il ricorso contro l’aumento delle royalties per gli autori di canzoni negli Stati Uniti.

Secondo le stime del sito Music Business Worldwide, che alcune fonti ritengono ancora solide, le due grandi case discografiche Sony Music Entertainment e Universal Music Group detengono fra il 6 e il 7% di Spotify (Sony circa il 2,35, Universal circa il 3,5). Se contiamo anche loro, i nomi succitati hanno nelle loro mani più del 70% della società.

I documenti SEC che rivelano questi dettagli (vedi SC-13G) sono pensati per rendere pubblici i nomi dei soggetti che a fine 2019 detenevano più del 5% delle azioni, ma mostrano anche i nomi di chi in passato ha posseduto la stessa quota minima. Ci fanno capire, cioè, chi ha acquistato pezzi di Spotify e chi li ha venduti. Si scopre così che Tiger Global Private Investment Partners, ramo del gestore di fondi speculativi statunitensi Tiger Global, ha venduto azioni per 11,5 milioni di dollari nel 2019, portando la sua quota dal 6,6% ad appena lo 0,1%. L’operazione potrebbe aver fruttato a Tiger una cifra compresa tra 1,29 e 1,81 miliardi di dollari.

Morgan Stanley, che nel 2019 ha acquisito tra il 2,3% e il 7,3% di Spotify per una somma compresa tra i 550 milioni e 1,75 miliardi di dollari, ha quotato Universal Music Group 42 miliardi di dollari – Universal è il più grande detentore di diritti sulla musica e quindi il maggiore fornitore di contenuti di Spotify. Morgan Stanley è anche il bookrunner della IPO di Warner Music Group e ha dato il via a un prestito a Tencent Holdings di 1,1 miliardi di dollari per consentire alla società cinese di acquistare il 10% di Universal. È una situazione incestuosa resa ancora più complicata dal fatto che Tencent Holdings sta per comprare il 10% di Universal, che a sua volta possiede circa il 3,5% di Spotify, che a sua volta possiede circa il 9% di Tencent Music Entertainment, che a sua volta è in parte di proprietà dei due principali rivali di Universal (Warner e Sony), pur rimanendo in maggioranza nelle mani di Tencent Holdings, che a sua volta possiede il 9,1% di Spotify. E questa è la versione breve della faccenda.

Ma c’è una cosa ancora più sorprendente dell’assetto proprietario di Spotify. Daniel Ek e Martin Lorentzon mantengono il 77,4% del potere di voto nella società (con Ek al 33,6% e Lorentzon al 43,8%), nonostante detengano nel complesso solo il 30,6% delle azioni ordinarie. Titani della finanza come Morgan Stanley e Baillie Gifford potrebbero rivendicare una grossa fetta di Spotify, e quindi esercitare un’influenza significativa sul suo futuro. Ma a 12 anni dal lancio della piccola start-up col logo verde a Stoccolma, sono ancora i co-fondatori a prendere le decisioni.

Tim Ingham è fondatore ed editore di Music Business Worldwide, sito che dal 2015 fornisce notizie e analisi sull’industria musicale

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