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Chi è Ariel Pink, l’uomo più odiato dell’indie

Tweet discutibili su razzismo e matrimoni gay. E mercoledì scorso la partecipazione alla manifestazione pro Trump a Washington. Ritratto del Morrissey di Beverly Hills, scaricato dalla sua etichetta

Ariel Pink

Foto: Sasha Eisenman

Avevamo appena finito di postare su Instagram meme nei quali il 2020 viene salutato con un calcio nel culo, che il 2021 ci ha subito allungato un biglietto da visita tra i meno rassicuranti in assoluto: l’invasione di Capitol Hill a Washington ad opera dei sostenitori del (fra poco ex) presidente (dei rosiconi) Trump è indubbiamente uno degli eventi più assurdi, inspiegabili e tristi di sempre. Se non ci fossero purtroppo state cinque vittime (di cui due poliziotti), ci sarebbe quasi da riderne: sciamani con corna di bisonte che sembrano usciti da Vikings se fosse stato diretto dai Monty Python, poliziotti fuori servizio che usano il badge mostrandolo ai poliziotti che cercavano di contenere i manifestanti dicendo «tranquillo, sono un collega» per entrare in Senato e scattarsi delle foto coi piedi sulle scrivanie di membri del congresso, Jay Kay dei Jamiroquai che fa un video in cui spiega che il tipo con quel buffo copricapo nel Congresso non è lui…

Era però presente un altro musicista, decisamente meno mainstream ancorché importantissimo nell’ambito indie statunitense: tra i manifestanti a Washington qualcuno ha infatti avvistato il profeta del pop psichedelico a bassa fedeltà, Ariel Pink. A confermarlo è qualche ora dopo lo stesso interessato, rispondendo via Twitter che era «a DC per dare pacificamente il mio supporto al presidente. Ho partecipato al rally sul prato della Casa Bianca poi sono tornato in hotel a fare un pisolino. Caso chiuso».

Ma il caso non si è chiuso affatto. La documentarista Alex Lee Moyer, sempre su Twitter, ha postato lo stesso giorno un selfie che la ritrae sul letto king size di un hotel di Washington in compagnia di Ariel Pink con la didascalia «il giorno in cui siamo quasi morti ma invece ci siamo divertiti». La foto rivela la presenza anche di un’altra guest star: John Maus, compagno prima di college poi di merende di Pink e anche lui esponente di spicco della scena pop ipnagogica.

Immediata la reazione dei fan: «ho chiuso con questi due», «ora mi toccherà cancellare tutti i brani di Ariel Pink dalla mia playlist di Spotify», «e vi stupite? Questo è uno che ha dichiarato di non credere al femminismo». Anton Newcombe, leader della cult band Brian Jonestown Massacre, è stato nei suoi confronti leggermente più diretto: «Fanculo Ariel Pink. Le sue idee migliori erano comunque sempre scopiazzate da qualcun altro… viscido piccolo fascio sacco di merda di Beverly Hills allevato in una fottuta gabbia… che si fotta». Sabato 9 gennaio c’è stata la più tangibile delle conseguenze: con un comunicato ufficiale la sua etichetta Mexican Summer dichiara di aver cessato ogni rapporto con lui.

Eppure per chi lo conosce e lo segue sin dai suoi primi exploit discografici tutto questo forse non è una sorpresa. Qualcuno potrebbe a questo punto legittimamente chiedersi: ma chi minchia è Ariel Pink? Dato che in Italia non è un nome notissimo (anche se il nostro Paese è sempre stato una tappa fissa di ogni suo tour) ripercorriamo brevemente le vicende umane ed artistiche di questo carneade dello sperimentalismo pop indipendente.

Ariel Marcus Rosenberg nasce a Los Angeles il 24 giugno del 1978. Il padre, Mario Z. Rosenberg, è un ebreo cresciuto a Città del Messico e trasferitosi, dopo una laurea in medicina ad Harvard, a Los Angeles dove diventa uno stimato gastroenterologo nonché multimilionario. La prima lingua di Ariel è lo spagnolo. Quando ha 2 anni i genitori divorziano e da qui inizia il classico bagaglio esperienziale del giovane americano figlio di separati che abbiamo visto in centinaia di serie o film: cambi di città, di scuole, episodi di bullismo, fino al ricongiungimento col padre e all’iscrizione alla Beverly Hills High School. Qui, come una sorta di Leopardi del DIY, imbocca un tunnel senza ritorno dell’autoproduzione musicale chiudendosi per anni nella sua cameretta e utilizzando strumenti di fortuna: un basso, un ampli, un registratore a cassette trovato nel garage del babbo e svariati utensili da cucina. Nei suoi lavori confluiscono tutte le influenze che da vero onnivoro con pochissima vita sociale ha assimilato in anni di ascolti e visioni televisive: Michael Jackson, Bauhaus, Cure, il Krautrock, pubblicità, ecc. Il primo punto di svolta del suo percorso verso i vertici dell’indie avviene intorno al 1999, quando conosce R. Stevie Moore, figura di culto assoluto nell’allora affascinante e sconosciuta galassia dell’home recording e iperprolifico fin dagli anni ’60.

Fra i due scatta l’amore, come testimonia questo estratto dalla cover story di Pitchfork del 2012: «Spesso un sacco di nerd dell’autoproduzione mi mandano cassette, ma quelle di Pink venivano da un altro piano surreale. Ariel iniziò a mandarmi così tanto materiale che tutto divenne indistinto: non riuscivo a orientarmi fra le dozzine di suoi capolavori». Moore diventa per Ariel Pink una sorta di Obi Wan Kenobi, desideroso di far emergere il grande potenziale di questo giovane jedi del lo-fi. Diciamo pure che ci riesce: intorno alla metà degli anni 2000 Pink ha accumulato tra le 200 e le 300 cassette di musica inedita, una quantità di materiale semplicemente mostruosa. Il 2003 è l’anno del secondo turning point per il ragazzo: conosce gli Animal Collective, allunga loro uno dei suoi CD-R e quelli restano folgorati. Dopo poche settimane lo mettono sotto contratto per la loro label Paw Record e nell’ottobre del 2004 esce The Doldrums, la prima raccolta di brani di Pink a godere di un’ampia distribuzione che permette a estranei di entrare in contatto coi mondi sonori del giovane Rosenberg, fino ad allora appannaggio di una ristrettissima cerchia di amici e parenti.

La curiosità intorno al soggetto cresce vertiginosamente. Gli Animal Collective gli propongono di aprire i loro concerti e lui accetta di buon grado formando una vera e propria band, ma la bolla di rarefatta psichedelia in bassa definizione della sua musica registrata è destinata a schiantarsi contro la cruda realtà live: Pink non è un musicista nel vero senso della parola, dal vivo mugugna pezzi di strofe alternandovi ermetici silenzi, i suoi musicisti non vengono pagati, ma accettano di stare con lui solo per poter vedere altri posti, quindi diciamo che non danno proprio il meglio di loro. Aggiungiamoci che la musica da lui composta, stratificata e realizzata in casa con mezzi poco ortodossi mal si presta ad essere riprodotta dal vivo.

Nonostante le tragicomiche performance live Ariel Pink diventa in breve un fenomeno cult che spinge varie etichette a ristampare lavori dal suo sterminato catalogo sommerso. Un fatto abbastanza unico che testimonia la sua vivacità e il suo genio: tutta la musica che esce a nome Ariel Pink nel primo decennio del nuovo millennio (una decina di dischi) è stata da lui composta e registrata prima del 2004.

È verso la seconda metà dei 2000 che anche io finisco sotto il suo incantesimo, dopo aver visto il video di Are You Going To Look After My Boys? (tratto da Fast Forward, il suo quarto album autoprodotto) su YouTube. Quel mix di sintetizzatori mezzi scassati che sembrano provenire dal fondo di una piscina, la voce incerta le cui parole sono a stento comprensibili unite a quell’aspetto da Kurt Cobain in bassa definizione mi colpiscono al punto da diventare un avido ascoltatore della sua stralunata e copiosa produzione. Mi sembrò quello che sembrò a tanti, allora: un portale attraverso il quale fuoriuscivano suoni pop dimenticati, vecchi jingle pubblicitari filtrati dall’altoparlante gracchiante del vecchio televisore Mivar di mia nonna. L’illustre critico Simon Reynolds (autore dei fondamentali volumi Post Punk e Retromania) lo elegge figura di riferimento del nuovo movimento pop ipnagogico, un genere che in pratica ricontestastualizza l’immaginario degli anni ’80 un’ottica nostalgica non necessariamente positiva e deteriorata dalla memoria (qualcuno ha parlato di revisionismo della nostalgia). È il momento del grande salto.

Messo sotto contratto dalla prestigiosa etichetta 4AD (Pixies, Scott Walker, Cocteau Twins, Deerhunter) nel 2010 da alle stampe Before Today, il suo primo lavoro registrato in un vero studio di registrazione con, per la prima volta, un produttore e un tecnico del suono. La transizione non è indolore: ci sono tensioni durante le registrazioni, vari membri della sua band (tra cui lui) abbandonano, alcuni poi tornano, ma alla fine il disco è un successo di critica e (più o meno) pubblico: Pitchfork lo mette al nono posto della sua classifica dei migliori 50 dischi del 2010, mentre il brano Round and Round è al primo posto dei migliori singoli di quell’anno. Il successivo Mature Themes è il disco della consacrazione per Rosenberg, che mette in mostra un vocabolario sonoro ancora più ricco: canzoni che appaiono apparentemente pop, ad un ascolto più attento si sfilacciano in un puzzle sonoro di mille pezzi. Nel 2014 esce Pom Pom, l’ultimo per 4AD, un album che ancora più degli altri fonde in un miracoloso equilibrio elementi apparentemente inconciliabili come certe assurdità zappiane, la malinconia di Todd Rundgren, i Cure, Dolly Parton e il camp sornione di Kim Fowley (lo stesso Fowley, dal letto d’ospedale al quale lo costringe il cancro che se lo porterà via di lì a poco, contribuisce come autore a cinque brani).

Ormai il nome di Ariel Pink è sinonimo di coolness ben al di fuori degli abituali giri indipendenti in cui circola da anni. A riprova di ciò arriva, strombazzato dallo stesso Pink, l’annuncio di una collaborazione nientemeno che con Madonna che è entrato nella storia come il peggior esempio di diplomazia lavorativa del ventunesimo secolo: «Mi ha chiamato la Interscope per aiutarla a scrivere le canzoni del nuovo disco. Il suo primo disco era bello perché aveva belle canzoni. Da allora è stato un continuo declino. Ray of Light, per dire, è brutto, e tutto quello che ha fatto da allora è irrilevante, perché ha mostrato una perdita di valori. La gente ha bisogno di sostanza […]. A Madonna serve qualcosa di estremo. Più che altro, le servono le canzoni. Non è che le basti il primo Avicii che arrivi con un pezzo techno e pretenda di vederla sculettare come se avesse vent’anni».

Che la possibilità di collaborare fosse reale o no poco importa: Grimes ne approfitta per dichiarare su Twitter che «l’imbarazzante misoginia di Ariel Pink è emblematica del genere di stronzate che ogni donna debba affrontare nell’ambiente discografico oggi», mentre il manager di Madonna, il potentissimo Guy Oseary twitta lapidario: «Ariel Pink non l’ho mai sentito: può darsi che l’etichetta l’abbia contattato in autonomia, ma so per certo che Madonna non ha nessun interesse a lavorare con le sirene», sapido gioco di parole che riprende il personaggio Disney de La Sirenetta, Ariel appunto. Pink nel frattempo risponde a Grimes per le rime, dichiarando di essere «l’uomo più odiato nell’indie rock» solo per via della sua franchezza. «Che incredibile campagna pubblicitaria. Io ho solo ripetuto quello che la Interscope mi ha detto sul perché avevano bisogno di me. Non sono opinioni mie. È giornalismo clickbait. I media ci mentono continuamente e noi gli crediamo sempre. Poi arriva Grimes – che, se crede a una sola parte di tutto questo, è completamente idiota – e dà la sua opinone. Non sono misogino. Forse lei è solo arrabbiata perché sono la sua versione maschile ed ero alla 4AD prima di lei».

I semiologi tra voi avranno senza dubbio notato alcune affinità fra lo stile comunicativo di Pink e quello del presidente uscente. Fioriscono in questo periodo i dubbi sulla sua figura: genio o ciarlatano? Provocatore o retrogrado? Sono tante le uscite a far alzare più di un sopracciglio: «non è illegale essere razzisti», «questa roba dei matrimoni gay mi infastidisce», «amo i necrofili», «amo i pedofili», anche se su quest’ultima chiarisce: «li amo come li ama Gesù. Il fatto di amare i pedofili rende me stesso un pedofilo?».

Foto: Grant Singer/4AD

Qualcuno tra i fan ha liquidato questi discutibilissimi exploit come esempi della sua incredibile maestria nell’arte del trolling. Eppure, dopo il suo ultimo lavoro Dedicated to Bobby Jameson uscito nel 2017 per la già citata etichetta Mexican Summer, la sua stella sembra essersi offuscata come i suoni di synth delle sue prime produzioni, fino al semidefinitivo tramonto di pochi giorni fa.

Un utente su Instagram commenta la sua partecipazione alla marcia su Capitol Hill scrivendo: «È come per Morrissey: LO SAPEVO che c’era una ragione per cui non mi piaceva quel tipo». Negli anni ho incontrato Ariel Pink varie volte facendoci due chiacchiere, sempre al termine dei suoi concerti: ad Amsterdam, Milano, Bologna, Firenze. Mi è parso sempre un ragazzo schivo dallo sguardo indagatore a cui non sembrava del tutto vero che la sua musica scalcagnata lo avesse portato fin lì. Mi viene anche in mente un’intervista che il mio amico Auroro Borealo gli fece per Noisey tre anni fa. Alla domanda su quale lavoro avrebbe fatto se non avesse fatto il musicista, Ariel risponde: «Beh, c’è ancora spazio per la politica nel mio futuro, forse un giorno potrei essere il presidente italiano, ha! […]. Ovviamente scherzo, ma c’è da dire che molti dei politici che sono stati votati in posizioni di governo sono tutti più vecchi di me, quindi ho ancora tempo. Onestamente non penso che la musica sia qualcosa su cui fare affidamento per sempre».

E forse, per Ariel Pink, il momento di non fare più affidamento sulla musica è arrivato.

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