«Chi ci governa non ha neppure idea di come sia fatta, una discoteca»: la parola ai gestori milanesi | Rolling Stone Italia
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«Chi ci governa non ha neppure idea di come sia fatta, una discoteca»: la parola ai gestori milanesi

Abbiamo intervistato i gestori di due dei locali più iconici di Milano, per capire che aria tira in un settore duramente colpito dalla pandemia e che, ieri sera, ha avuto finalmente la possibilità di ripartire

Foto di Pau Barrena / AFP via Getty Images

Tra i settori che hanno maggiormente risentito di questo lungo periodo di precarietà e distanziamento, quello delle discoteche è stato uno dei più duramente colpiti. A confermarlo sono i numeri: mille delle 5.200 discoteche che operavano prima del Covid hanno dovuto chiudere i battenti, con ricadute dolorosissime in termini occupazionali – 30mila posti di lavoro persi nello spazio di appena 24 mesi, secondo le stime di Assointrattenimento.

Da ieri, però, dopo due anni molto difficili all’insegna di restrizioni, incertezze e perenne discontinuità, le discoteche hanno avuto finalmente la possibilità di poter tornare a funzionare, seppur col freno a mano un po’ tirato. Com’è facile intuire non si tratta di una riapertura indiscriminata: per poter ripartire, i gestori hanno dovuto accettare una soluzione di compromesso e rinunciare all’obiettivo primario rilanciato dalle associazioni di categoria negli scorsi mesi, ossia la garanzia del 100% della capienza; l’ingresso ai locali è consentito soltanto ai possessori di un Green pass rafforzato (quello che viene rilasciato dopo vaccinazione o la guarigione) e, ovviamente, bisogna indossare la mascherina negli ambienti al chiuso – mentre all’esterno è obbligatoria in tutte quelle occasioni in cui non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro. Tornando al nodo centrale, quello della capienza, il limite non potrà superare il 75% per le discoteche all’aperto ed il 50% per quelle al chiuso.

In ogni caso, anche al netto delle limitazioni residuali, il via libera che il governo ha confermato nella giornata di ieri rappresenta un passo in avanti importantissimo per i gestori dei locali, e sembra segnare il preludio di un “ritorno alla normalità” che, ormai, viene decantato da troppo tempo. 

Dello stesso avviso anche Carlo Mognaschi, storico dj che ha vissuto i fasti del clubbing italiano e fondatore del Q Club, una delle discoteche milanesi più iconiche per la comunità Lgbt meneghina. Ieri Carlo ha potuto riaprire le porte del suo Q Club dopo mesi difficili, ovviamente ritagliandosi il tradizionale spazio – «quello dalle 3 alle 5 del mattino, quando sono tutti già belli carichi» – per il suo dj set.

«Tornare a contatto con le persone è stata un’esperienza quasi estatica, abbiamo dato vita a una grande festa collettiva», ci racconta Mognaschi, «tornare a fare il proprio lavoro dopo 2 anni è fantastico, anche perché poche categorie hanno sofferto come la nostra, che non ha potuto neppure contare sulle riaperture “a singhiozzo”, come accaduto con i ristoranti». Sulle soluzioni individuate dal governo, Mognaschi non riesce a non tradire una certa delusione: «Il comparto della notte è stato il grande capro espiatorio di questa pandemia, in cui il nostro destino è stato deciso da un Comitato tecnico e scientifico che non ha la minima idea di come funzioni questo settore: come si può avere la pretesa di ballare rimanendo distanziati di un metro? Tuttavia, il Carlo politically correct che è in me deve riconoscere che, tutto sommato, è giusto così: a questo punto, dopo tutto questo caos, tanto vale che il “ritorno alla normalità” sia graduale e vediamo di non rovinarci l’estate». 

Anche Tiberio Carcano, titolare del Rollover Milano, storica sala dei navigli, proviene da due anni difficili: «È stato il venerdì più bello della mia vita, vedere la gente divertirsi di nuovo dopo un periodo di grande angoscia è un’emozione impagabile». Da quando il coronavirus ha iniziato a correre, la vita di Carcano non è stata più la stessa: «Le serate rappresentano il 90% del mio fatturato, sono riuscito a navigare a vista grazie ai progetti paralleli che porto avanti con l’Apollo, l’altro locale che gestisco, ma ho trascorso due anni da incubo». Carcano ha una doppia anima: non è soltanto un organizzatore di eventi, ma anche un avvocato, uno che il diritto lo mastica quotidianamente; e, infatti, la sa lunga sulle norme che regolano le capienze dei locali, «che sono datatissime, erano già inadeguate prima della pandemia e ora sono totalmente disancorate dalla realtà». Ma, come Mognaschi, anche Carcano si fa andare bene il ritorno “step by step” prefigurato dal collegio del Cts: «Andiamo avanti così, facendo attenzione e rispettando le regole in maniera rigorosa: vogliamo soltanto tornare a fare il nostro lavoro al massimo delle potenzialità di cui disponiamo, capienza massima compresa; ma ci va ancora bene aspettare».  

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