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Che cosa ci dicono dei Pink Floyd i nuovi bootleg

Ci dicono, anzitutto, che nei primissimi anni '70 erano un gruppo lontano dalla perfezione. Che i loro concerti non erano copioni già scritti. Che sfidavano il pubblico. Non è un po' punk?

I Pink Floyd nel giugno 1971 all'Abbazia di Royaumont, in Francia

Foto: Bernard Allemane / INA via Getty Images

Qualcuno ricorderà la famosa maglietta indossata nel 1976 da Johnny Rotten. Era una t-shirt con il nome del gruppo e i volti dei quattro Pink Floyd sopra la quale il leader dei Sex Pistols aveva scritto con un pennarello “I hate”. I Floyd erano la band più odiata dal neonato movimento punk che aborriva il loro essere ricchi sfondati e le scenografie gigantesche dei loro concerti. Rotten, che più tardi dichiarerà di non avere in realtà mai odiato la band di Cambridge, avrebbe dovuto sapere che, al contrario di Emerson Lake & Palmer o degli Yes, i Pink Floyd non erano musicisti virtuosi e che, esattamente come i punk, si esprimevano mettendo al primo posto la volontà di comunicare idee, sensazioni e visioni.

Ce lo ricorda la serie di bootleg che la band ha pubblicato inaspettatamente sulle piattaforme di streaming. Se c’è una cosa che i Pink Floyd hanno curato è la qualità sonora degli album, in quello sì che sono stati dei virtuosi. Questi bootleg sono invece registrazioni effettuate sul campo da fan con macchinari dell’epoca, che suonano come devono suonare: a volte benino, altre maluccio. Ma non è ciò che conta, a contare sono i documenti storici. Per i Floyd-nerds non sono una sorpresa, è materiale noto da decenni, ma per tutti gli altri sarà l’occasione di capire come e cosa suonavano i Pink Floyd dal vivo nel 1970-72, momento tra i più intensi della loro carriera, quando gli attriti interni non avevano ancora preso il sopravvento e il gruppo lavorava in maniera coesa e creativa. Non per nulla saranno gli anni nei quali uscirà fuori il massimo capolavoro, Echoes, e verrà concepito The Dark Side of the Moon.

La prima cosa che si nota è l’essenzialità dell’approcccio agli strumenti. Nick Mason ha un suo modo di portare il tempo e le sue rullate sono sempre splendidamente simili, David Gilmour suona e canta da dio ma fa le cose che fa da sempre: grandi soli, effettistica, voce celestiale. Rick Wright crea sopratutto atmosfere con le tastiere, senza bisogno di lanciarsi in cascate di note. Roger Waters infine va già bene abbia il basso accordato, ma si sente quanta passione esce fuori dallo strumento e dalla voce stentorea. Anche senza vederlo si capisce che il fuoco dei Pink Floyd è lui.

Non c’è perfezione, non c’è il suono pulito, anzi. I quattro sono al servizio di brani che sul palco trovano nuova vita. A differenza di ciò che faranno a partire dal grande successo, quando ogni suono inciso in studio dovrà essere riproposto dal vivo con maniacale attenzione, nella fase in cui questi bootleg sono stati registrati il gruppo si divertiva a dilatare i pezzi con improvvisazioni, trovate che nascevano sul palco ed erano irripetibili, correndo anche il rischio di suonare ora schifezze, ora cose sublimi. Prima che i computer e la tecnologia rendessero il concerto null’altro che la riproposizione pedissequa dei dischi, c’era chi dal vivo rischiava ogni sera la “pelle”, prendendosi la briga di deludere il pubblico trasfigurando le canzoni fino a renderle qualcosa di altro. Una bella sfida, ancora una volta molto punk.

Che dire ad esempio della A Saucerful of Secrets contenuta in Live in Montreux 18 & 19 Sept 1971? Dagli 11 minuti originari del brano si arriva ai 21 di questa versione nella quale accade di tutto, le quattro sezioni in cui è divisa la suite prendono realmente vita: Something Else è la tensione prima della devastazione di Syncopated Pandemonium sulle cui rovine si affievolisce Storm Signal che poi rinasce a nuova vita in Celestial Voices, una vera apoteosi.

I Pink Floyd avevano anche un’altra bella particolarità: presentavano i brani prima che questi venissero pubblicati. Dalla registrazione del concerto romano del 20 giugno 1971 ecco quindi una Echoes ancora intitolata The Return of the Son of Nothing, con testo provvisorio e varie altre sfumature da sistemare rispetto alla versione che finirà su Meddle. A volte invece suonavano rarità come Embryo, in una bella versione da dieci e passa minuti in They Came in Peace, Live, Leeds University 1970 & Washington University 1971. Da KB Hallen, Copenhagen, Vol II, Live 23 Sept 1971 arriva un pezzo inedito, Pink Blues, null’altro che un blues con pochi fronzoli e tanto divertimento.

Volete ascoltare una delle rare esecuzioni live di Atom Heart Mother con l’orchestra e il coro? Prendete Live at Grosser Saal, Musikhalle, Hamburg, West Germany 25 Feb 1971 e la troverete, in una esecuzione-monstre di oltre 28 minuti. E che dire della versione di The Dark Side of the Moon registrata un anno prima della sua uscita che si trova in Lyon 12 June 1971 & Tokyo 16 March 1972? Vi troverete davanti a una suite assai diversa da quella dell’anno successivo. The Great Gig in the Sky ad esempio è proprio un’altra cosa rispetto alla languida versione con Clare Torry.

Sono solo alcuni esempi che permettono di capire quanta inventiva ci fosse in casa Floyd in quegli anni. È materiale non solo utile per conoscere meglio il loro mondo, ma anche come testimonianza di un periodo nel quale il palco era un laboratorio dove ci si metteva in gioco e si rischiava.

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