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Che cinema Freak Antoni e i suoi fratelli

'Freak e i suoi fratelli' non è un documentario tradizionale, ma una specie di blob sul cantante degli Skiantos che diventa uno e trino. Dentro c'è un bel pezzo di Antoni: lo spirito e la velocità di pensiero, ma anche il disincanto e la malinconia

Freak Antoni nel 2009

Foto: Morena Brengola/Getty Images

Siamo davvero sicuri che per riscoprire la grandezza degli Skiantos e di Freak Antoni servisse l’aiuto di Iggy Pop in versione speaker radiofonico? O meglio, fa sorridere che per riempire le pagine di giornale con il nome della band bolognese sia stato necessario attendere l’endorsement dell’autore di Lust for Life, come da proverbiale incapacità nostrana a valorizzare artisti destinati a rimanere per sempre di culto.

In questo senso, l’omaggio di Roberto Quagliano all’amico Freak giunge al momento opportuno, dando la possibilità di scavare un po’ più nel profondo nella geniale follia di uno degli uomini di cultura che più mancano al nostro Paese da qualche anno a questa parte. Partiamo subito col dire che Freak e i suoi fratelli, che è stato presentato in anteprima a giugno ed è in attesa di distribuzione, non è né un documentario sulla vita di Antoni, né tantomeno un biopic sulla scia delle produzioni straniere degli ultimi anni. Si tratta piuttosto di una pellicola assemblata inevitabilmente dopo la sua morte che contiene spezzoni di diverse parti della vita artistica di Antoni e ce lo restituiscono nel suo lato più surreale e fuori dagli schemi. Insomma, una sorta di puntatona di Blob dedicata all’autore di Eptadone, che di sicuro troverebbe l’appoggio incondizionato di Ghezzi e degli amanti dello storico format di Rai 3. Qualcosa per certi versi simile al lavoro che il regista aveva svolto ai tempi del video di Vasco di Dimentichiamoci questa città.

Nato inizialmente con intenti differenti, il film ha finito per trasformarsi in una panoramica delle mille sfaccettature di Freak, che nella pellicola vediamo all’opera in situazioni e location differenti e in immagini completamente inedite. Da questo archivio disomogeneo di materiale è nata quindi l’idea di suddividere la pellicola in frammenti, ognuno dei quali ha per protagonista uno dei fratelli di Freak, che non sono altro che lo stesso artista impegnato in diverse fasi della propria vita, ma tenuti insieme alla perfezione dalla sua demenziale comicità. Una comicità non di battuta, ma basata su tempi comici stranianti e sulla distorsione di senso dei luoghi comuni e delle convenzioni sociali vigenti nella società contemporanea, che allo stesso tempo non perde mai il contatto con la realtà e le sue infinite contraddizioni.

Chi sono dunque Freak e i suoi fratelli? In primis il protagonista della puntata pilota del progetto RadioFreak (format televisivo depositato nel 2006 dall’autore del film), dove Roberto interpreta un ex militante di fede leghista emigrato in Nebraska, che, per nostalgia della madre patria italiana, ascolta in continuazione stazioni radio in lingua italiana, intervenendo telefonicamente dalla baita in stile tirolese fattasi costruire in terra americana. Poi abbiamo il Freak musicista, impegnato in sala di registrazione insieme a Guido Elmi e agli Skiantos nell’incisione di Lardo ai giovani e con la compagna Alessandra Mostacci. In quest’ultimo caso, assistiamo ad alcune scene dell’ultima parte della sua carriera, meno nota ma non meno dissacrante della precedente. In questo senso, strepitosa è la resa musicale delle lettere in cui Mozart raccontava le proprie esperienze con la defecazione, così come gli interventi di Mostacci, che racconta aneddoti tra lo spassoso e il malinconico, come quello della difficoltà di Freak a partecipare a Sanremo che porterà alla nascita di Porto Dio, una delle sue ultime dissacranti perle musicali. Commoventi anche i ricordi di Fabio Testoni, in arte Dandy Bestia, che recita una poesia di Freak e si cimenta in una sentita versione acustica di Sono un ribelle mamma. Infine, il terzo fratello, un giornalista improbabile al lavoro nel Mar dei Caraibi, tra Cuba e Giamaica.

Quello che tiene insieme queste tre parti della personalità e dell’arte di Freak è inevitabilmente la sua capacità di farsi beffa degli stereotipi e del pensiero razionale, capace di portarci in un universo in cui umorismo, sfottò e apparente disimpegno fanno da padroni. L’aspetto che più colpisce ancora dell’umorismo di Freak è la capacità unica di rimanere costantemente a metà tra il nonsense o l’assurdo tout court e il mantenere uno sguardo costante sui temi che ne hanno caratterizzato per intero la vita artistica. Ecco quindi comparire spesso la critica sociale e politica, così come lo stare dalla parte degli ultimi o l’impegno verso un modo diverso di considerare la tossicodipendenza e le pene verso di essa. Il tutto nascosto nel mezzo di scenette al limite dell’assurdo, di cui spesso finiscono per essere protagonisti personaggi improbabili incontrati da Antoni durante il suo peregrinare. Gente che spesso pare convinta di poter avere la meglio su di lui, quando invece viene regolarmente presa bellamente per il culo dal suo genio.

Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Freak nel corso degli ultimi anni della sua vita e l’omaggio di Quagliano e i contributi delle persone a lui più care riescono a rievocare appieno tanto la velocità di pensiero di Freak, che quell’ombra di disincanto e malinconia che ne caratterizzava l’animo e l’arte. Quanto ne avremmo bisogno in questi strani giorni.

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