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Che c’entra il K-pop con la politica?

Il pop coreano è mainstream e apolitico, eppure dal comizio di Trump a Tulsa alla cancellazione dell’hashtag dei suprematisti bianchi #WhiteLivesMatter le fan base stanno dando piccole lezioni di attivismo digitale

I BTS agli American Music Awards del 2017

Foto: Chris Polk/AMA2017/Getty Images for dcp

L’8 gennaio 2016, due giorni dopo l’annuncio da parte del regime nordcoreano di aver effettuato un test nucleare, la Corea del Sud ha ripreso a diffondere messaggi propagandistici sul confine. Le trasmissioni comprendevano critiche al leader Kim Jong-un e al suo programma nucleare, ma anche una playlist di canzoni K-pop fra cui quelle di GFriend, Lee Ae-ran, Big Bang, Apink. Trasmettere pezzi ritmati, colorati e innocui può sembrare un esercizio bizzarro di soft power, ma quelle canzoni erano bandite dalla Corea del Nord e non erano state scelte a caso. In una di esse, Just Let Us Love, la protagonista invita “l’unico ragazzo che mi fa battere il cuore” a smettere di litigare. “A volte ci facciamo prendere dai dubbi e discutiamo, ma ti amo”. L’idea che Seul stesse invitando Pyongyang a comportarsi come come gli adolescenti protagonisti di una canzonetta pop è assieme folle ed eccitante. E dice qualcosa sulla potenza comunicativa del K-pop.

Quattro anni dopo, il K-pop è di nuovo ai margini di dispute politiche. Non in Corea, ma negli Stati Uniti. Non per una questione di propaganda, ma per iniziativa delle fan base. In preparazione del comizio di sabato 20 giugno a Tulsa, Oklahoma, le community di K-pop hanno prenotato in massa biglietti per l’evento per poi disertarlo, incassando fra gli altri l’apprezzamento di Alexandria Ocasio-Cortez. Non hanno causato lo svuotamento delle tribune del Bok Center – i biglietti non erano numerati e le prenotazioni eccedevano largamente la capienza dell’arena – ma hanno trasmesso allo staff di Trump una sensazione di popolarità falsata (anche se gli organizzatori pensavano che 300 mila del milione e 100 mila prenotazioni fossero fake) e soprattutto hanno reso più difficile l’analisi incrociata dei dati. Le prenotazioni servono infatti a raccogliere e-mail e dati dei potenziali partecipanti che vengono poi utilizzati per sollecitare donazioni e incrociati per fare micro-targeting.

A inizio giugno, i fan dei BTS e di altri gruppi coreani hanno annullato su Twitter l’hashtag #WhiteLivesMatter, impossessandosene. Usata da anni da suprematisti bianchi e gruppi neonazisti in reazione al movimento Black Lives Matter, l’espressione è stata ridicolizzata da un mare di tweet in cui erano abbinate foto delle boy band asiatiche. Quando la polizia di Dallas ha chiesto al pubblico di inviare tramite la app IWatch Dallas foto dei dimostranti di Black Lives Matter nell’atto di infrangere la legge, i fan hanno spedito immagini dei loro cantanti preferiti causando problemi al sistema. E quando i BTS, gli esponenti K-pop più celebri negli Stati Uniti, hanno donato un milione di dollari in beneficienza per la causa degli afroamericani, i fan sono entrati in azione e hanno avviato una raccolta fondi di pari importo andata a buon fine.

«Sono anni che dico che le strategie dei fan dei K-pop possono essere usate a scopo politico», ha twittato CedarBough Saeji, visiting professor all’Università dell’Indiana che studia il fenomeno. I nativi digitali che sostengono i gruppi pop coreani negli Stati Uniti hanno dimostrato di possedere una notevole forza mediatica. Sono motivati, si organizzano sui social che permettono loro di agire istantaneamente, restando dietro lo schermo dello smarphone. «Sono giovani, progressisti ed estroversi», ha detto Saeji. Vivono un un Paese il cui presidente si lamenta per l’Oscar a Parasite con toni fra il denigratorio e il nostalgico. E sono tanti: da tre anni oramai il gruppo su cui si twitta di più al mondo è quello dei BTS.

Di solito gli obiettivi delle campagne dei fan non hanno nulla a che fare con la politica. Lanciano hashtag e iniziative online per spingere una determinata canzone in classifica o fanno pressione sulle radio affinché la trasmetta, o semplicemente lavorano affinché certe parole chiave diventino trend sui social. Ora questa disciplina organizzativa viene usata anche per prendere posizioni politiche. La domanda è: perché? Nonostante il successo di massa e lo stile pop globalizzato, negli Stati Uniti il K-pop non è stato ancora legittimato dal mainstream. In meno di 11 mesi i BTS hanno piazzato tre album al primo posto in classifica, un’impresa degna dei Beatles, ma ignorata dalla Recording Academy che organizza i Grammy Awards. Secondo Joe Coscarelli del New York Times, questa cosa conta. Se in Corea del Sud il K-pop è mainstream e in larga parte apolitico, «lo status di sottocultura che il K-pop ha negli Stati Uniti si presta ad azioni più radicali, soprattutto in un momento di crescente polarizzazione politica». Secondo T. K. Park, blogger di Ask a Korean! citato da Coscarelli, il messaggio di empowerment tipico del K-pop tende ad avere un forte impatto su donne e persone di colore e questa cosa «li spinge ad esprimersi in vari campi dell’esistenza, politica compresa». In più, le fan base di K-pop possono vantare una tradizione di iniziative di beneficienza in nome dei loro cantanti preferiti, che si tratti della costruzione di un pozzo in Cambogia o di offrire aiuto economico ai rifugiati siriani o agli abitanti delle filippine colpiti dall’eruzione del vulcano Taal.

Da una parte, gli amanti del K-pop stanno riscattando (almeno temporaneamente) l’immagine delle fan base in ambito pop che vengono solitamente considerate un mix di fanatismo cieco e disinteresse per il mondo. Mostrano cioè l’aspetto virtuoso della cosiddetta stan culture. Dall’altra gli artisti, schierandosi ad esempio al fianco del movimento Black Lives Matter, riconoscono il ruolo che la musica afroamericana ha avuto nel plasmare il K-pop. È il caso ad esempio della cantante CL, oggi solista e in passato membro delle 2NE1. Un paio di settimane fa ha spiegato su Instagram che il primo disco che il padre le ha comprato è The Miseducation of Lauryn Hill. «Dangerously in Love di Beyonce è il primo che ho comprato da me. Janet Jackson mi ha insegnato il potere e l’espressività del ballo. Da Missy Elliott ho ereditato ossessione per la parte visiva. Lil Kim è una delle pioniere della moda che mi ha insegnato a essere coraggiosa nel raccontare storie attraverso i vestiti. Aaliyah è il motivo per cui indosso ancora pantaloni larghi e stivaletti militari sul palco […]. Voglio dire ai fan del K-pop asiatici e non americani che pensano che quel che sta accadendo non li riguardi che invece siamo tutti connessi in un modo o nell’altro».

 

 
 
 
 
 
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«Muoio dal ridere», ha twittato pochi giorni fa uno studente di etnomusicologia e fan dei BTS. «In meno di un minuto siete passati dall’attivismo politico di base a JIKOOK VLIVE». Jikook è il modo in cui viene chiamata l’amicizia fra Jimin e Jungkook dei BTS, mentre V Live è un servizio di live streaming sudcoreano. In altre parole: l’attivismo è destinato a scemare? È difficile dire se potranno ripetersi episodi simili a quello di Tulsa. L’attivismo dei cancelletti è tanto eclatante (per chi sta sui social) quanto evanescente. E anche se dovessero continuare a mettere in atto iniziative, non ci sono segnali del fatto che esse possano trasformarsi in azioni offline come accade per i veri movimenti politici. Ci sono almeno tre cose, però, che i fan del K-pop ci hanno ricordato. La prima è che una massa di giovani può far sentire efficacemente la propria voce e partecipare alla conversazione pubblica in modo autonomo e coordinato. La seconda è che il K-pop non è un fenomeno unidimensionale.

Esiste infatti una tensione fra due elementi. Da una parte c’è la manipolazione tipica della fabbrica del pop coreano, dove gli idoli sono costruiti in una catena di montaggio spesso descritta come una cosa a metà fra la setta e l’organizzazione paramilitare. Dall’altra c’è l’adesione spontanea e convinta di chi definisce la propria identità culturale attraverso la musica, e spesso lo fa in un Paese ostile verso le minoranze asiatiche. Da una parte ci sono gli investimenti effettuati dal governo sudcoreano in questa macchina pop, un’industria da proteggere al fine di espandere l’influenza culturale del Paese. Dall’altra c’è un’idea positiva di globalizzazione che spinge i fan a raccogliere fondi e schierarsi per cause apparentemente lontane.

La terza cosa ha a che fare col significato culturale delle canzoni che ascoltiamo, significato che a volte ci sfugge. L’impatto culturale e persino politico della musica non ha a che fare necessariamente con i testi delle canzoni. In certe occasioni, in certi contesti, un pezzo pop sui bisticci con un ragazzo può liberare più energie di un testo articolato su Black Lives Matter. Nel K-pop si intersecano piani relativi all’età, all’etnia, ai consumi culturali e tutto ciò ha un significato che trascende il carattere apolitico dei dischi. Come insegnava Elvis, anche solo muovendo il bacino si possono fare piccole rivoluzioni pop. E difatti c’è già chi sta facendo i conti: quanti sono i fan del K-pop negli Stati Uniti? E hanno l’età per votare?

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