Chad Smith: «Una giornata con Charlie Watts» | Rolling Stone Italia
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Chad Smith: «Una giornata con Charlie Watts»

Il batterista dei Red Hot Chili Peppers racconta la classe dell’uomo e lo stile del musicista. «Vedi Chad, ci sono tanti batteristi che suonano velocemente e invece la cosa più importante è saper ascoltare»

Chad Smith dal vivo coi Red Hot Chili Peppers

Foto: Santiago Bluguermann/Getty Images

Nell’autunno del 1994 Chad Smith stava facendo il soundcheck al Rose Bowl, dove i Red Hot Chili Peppers aprivano per i Rolling Stones. Il tecnico della batteria gli fece strani gesti. «Guardo il monitor e vedo che c’è Charlie Watts. Eravamo a Los Angeles, faceva un gran caldo e lui era lì col suo bel completo. E io intanto pensavo: “Oh cazzo, Charlie fuckin’ Watts mi sta osservando”».

Il batterista degli Stones non era lì per criticarlo. Voleva parlare dello strumento. «Una volta finito, vado da lui: “Charlie, piacere di conoscerti”. “Suoni alla grande”. “Oh, grazie”. Avevo un drum kit verde brillante. “Ne ho uno anch’io e anche Mel Lewis ne ha uno come quello”. Capisci? Gli interessava il colore della batteria».

Per Smith, quell’episodio esemplifica sia il basso profilo tipico del batterista degli Stones, sia il suo senso estetico. Gli ci sono voluti altri 25 anni, ma alla fine è riuscito a passare del tempo con Watts che ha intervistato per Drum Channel e con cui ha passato una giornata a Oxnard, California nel quartier generale del marchio di batterie DW. (Hank Shteamer)

Che fortuna ho avuto a passare una giornata con Charles. Usavamo entrambi i rullanti DW e perciò abbiamo fatto un giro della loro fabbrica. Con noi c’era Jim Keltner, suo amico nonché altro grande batterista. L’ho intervistato per un’ora e mezzo e lui non è uno che si espone granché, ma è stato molto cortese e ha parlato di batteria e di jazz. «Il giorno in cui ho sentito Charlie Parker» disse «m’è venuta la voglia di trasferirmi a New York».

Siamo andati fuori a pranzo in un piccolo ristorante, forse era un martedì o un mercoledì, ci saranno state sì e no sei persone. Era vestito in modo impeccabile: un bel completo azzurro in lino con le scarpe non delle stesso colore della camicia, ma comunque abbinate con gusto. Era super cool, come sempre. I batteristi hanno la fama d’essere tipi burberi che per guadagnarsi da vivere menano colpi a destra e a manca. Lui non era così. Era intelligente e si esprimeva bene, aveva un sacco d’interessi. Era molto curioso, chiedeva di tutto. Aveva un che di giovanile.

I camerieri andavano e venivano e lui era super gentile con tutti, in modo autentico. Non si dava arie, non si atteggiava, parlava coi tecnici della DW che costruivano le batterie e faceva loro un sacco di domande sul loro lavoro, riempiendo tutti di complimenti. Aveva una grazia tutta sua.

Gli interessava parlare di jazz. Collezionava le batterie di jazzisti come Elvin Johns e Mel Lewis. «Ma non vedo mai quegli strumenti», mi disse, «li tengo in un magazzino, voglio che si sappia che me ne prendo cura». E insomma aveva questo deposito pieno di batterie meravigliose, ma non era un collezionista, uno di quelli che compra e vende. Voleva solo assicurarsi che avessero un posto, che fossero protette. È un gesto di grande dolcezza e gentilezza.

«Vedi Chad», mi disse, «ci sono tanti batteristi che vogliono suonare velocemente e fare un sacco di note, ed è grandioso. Li ammiro. Ma la cosa più importante sono le tue orecchie, la cosa più importante è sapere ascoltare. Tutti i grandi jazzisti improvvisavano e per questo dovevano essere in grado di ascoltare gli altri. È una cosa che ho imparato quand’ero giovane».

Batteristi come John Bonham contano sulla tecnica, Ginger Baker era famoso per i lunghi assoli. Non credo che Charlie Watts abbiamo mai fatto un assolo in vita sua. Il suo compito era dare supporto agli altri: «È quello che faccio, è il mio ruolo nel gruppo. E so come farlo». Non ha mai smesso. Anche Ringo Starr è un musicista incredibile, ma i Beatles hanno smesso di suonare nel 1966. Gli Stones non hanno mai mollato e hanno continuato a fare dischi, dandoci un ampio spettro di musica.

Era molto curioso. Mi chiedeva che musica ascoltassi. Gli interessava scoprire nuove cose, non per copiarle, ma perché era aperto a ogni influenza che finisce per filtrare nel modo in cui si suona. Ecco perché il suo modo di suonare piaceva a gente con gusti tanto diversi. Per come la vedo io, gli Stones non cercavano di adattarsi a un certo stile in modo razionale. Era il modo in cui suonavano loro, restando Mick, Keith, Charlie, gli Stones. Prendete la cassa in quattro di Miss You. Non sembrava un’imitazione della disco music. Erano comunque gli Stones e questo perché amavano davvero quel che facevano.

Adoro in particolare il periodo con Mick Taylor, dischi come Exile e Sticky Fingers… Mettete su Brown Sugar e a meno che non siate morti vi metterete a ballare. Che meraviglia. E non c’è niente di ricercato, c’è lo spirito giusto. Che suonasse velocemente o lentamente, perché suonava anche le ballate come Wild Horses, Charlie Watts e i suoi backbeat erano sempre grandiosi. Ditemi voi il titolo di un pezzo dei Rolling Stones che non ha un gran feeling. Un musicista può essere fortunato e imbroccare una o due registrazioni forti, ma 58 anni di seguito di hit leggendarie sono un’altra cosa. Ecco, avremo sempre a disposizione la loro opera, la potremo ascoltare all’infinito. E questo sì che è un gran regalo.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.