Cesare Cremonini, Tommaso Paradiso e la vecchia canzone che non muore mai | Rolling Stone Italia
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Cesare Cremonini, Tommaso Paradiso e la vecchia canzone che non muore mai

I loro nuovi singoli ‘La ragazza del futuro’ e ‘Lupin’ sono diversissimi, ma hanno una cosa in comune: cercano di superare le paure del presente usando il linguaggio musicale dei grandi degli anni ’70 e ’80

Cesare Cremonini e Tommaso Paradiso

Foto press

C’è una bella scena che Lucio Dalla ha raccontato anni fa. Si svolge suppergiù nel 1979. Lui per qualche motivo è a Berlino e si fa portare a Checkpoint Charlie per vedere il Muro. «Mi sono fermato a guardare», ricorda in una vecchia intervista. «Poi è arrivato un taxi. Dentro c’era Phil Collins dei Genesis, che erano in città. È sceso, e si è messo anche lui a guardare, senza dire niente. Non sono andato a parlargli, anche se mi sarebbe piaciuto. Perché non avrei sopportato che, in quel momento, qualcuno fosse venuto a parlare con me».

Fatto sta che lì, seduto su quella panchina, a Dalla è venuta l’idea di una canzone chiamata Futura, un amplesso fra due amanti, uno del blocco occidentale e l’altro del blocco orientale, da cui nascono una nuova vita e un domani senza paura.

Sarà che Cesare Cremonini ha sempre amato Dalla. Sarà la suggestione derivante dalla notizia del film su Dalla che il cantante di Poetica dovrebbe scrivere e dirigere, pare di capire partendo dal mistero creativo di Come è profondo il mare, il primo Dalla senza i testi di Roberto Roversi, che è enigmatico e allo stesso tempo allunga una mano verso il pubblico. Saranno l’assonanza del titolo e il tema. Fatto che ascoltando La ragazza del futuro m’è venuta in mente Futura.

Per la canzone che s’intitola come l’album che pubblicherà il 25 febbraio, anche Cremonini sceglie di personificare il futuro in una ragazza, “una stella ubriaca”, una “figlia del sole” che canta e balla su note di pianoforte ribattute. Il ritmo (Steve Jordan, il batterista che va in tour con i Rolling Stones), certe fioriture, certi passaggi armonici e il feeling fanno tanto anni ’70. Non c’è alcun tentativo di imitazione, ma non è difficile immaginarla interpretata dalla voce di Dalla. Dice Cremonini che pensa spesso ai ragazzi e ragazze del futuro, ai figli e alle figlie di quelli della sua generazione cioè. Dice che avverte un futuro «pervaso di femminilità, sensualità, coraggio, libertà» come in questo «canto leggero e radiofonico che ci invita a vivere il presente ballando sulle sue rovine, amando liberamente, lasciandosi alle spalle le paure del nostro tempo per andare verso ogni emozione possibile. Non abbiamo più nulla da perdere».

Viene in mente quel che ha detto Cremonini un paio di mesi fa alla Festa dell’Ottimismo del Foglio, e cioè che crede nel valore profetico della musica. Che la musica «è un’arma di comunicazione di massa fra le più potenti che abbiamo» e che «una pandemia come questa mette a nudo un artista, mette a nudo le intenzioni degli artisti. E secondo me anche una canzone pop – il campo in cui mi muovo io – ha una responsabilità». Ecco, La ragazza del futuro sembra una canzone con una responsabilità.

L’idea di usare il pop di quarant’anni fa per raccontare le paure del presente torna anche nel pezzo che Tommaso Paradiso ha pubblicato stanotte. Sarà contenuto in Space Cowboy che uscirà il 4 marzo, s’intitola Lupin, ma non ha granché a che fare col fumetto, a parte un paio di riferimenti. Ha scritto Paradiso che la canzone è la sua reazione a giorni in cui era terrorizzato a stare da solo a casa, da cui credo la frase “Lupin è di nuovo scappato”. Ha raccontato la nascita della canzone con tono epico-casalingo: «Una mattina mi sono svegliato e non c’era nessuno. Avrei potuto o cadere nel panico o rialzarmi. Ho visto il pianoforte e mi ci sono aggrappato. E tutta quella adrenalina è confluita lì, in una canzone. Nata di getto, per sofferenza o forse per sopravvivenza. Ma alla fine grazie alla musica ce l’avevo fatta un’altra volta. Ed è così che è nata Lupin. Ascoltatela e ci sentiremo meno soli».

A differenza di Cremonini, che gioca il testo su un piano immaginifico, Paradiso descrive immagini volutamente semplici e ordinarie: l’aria fresca respirata sul balcone, la pubblicità in tv mentre la gente cena, la “bibita”, la coda per la spesa, le piccole cose che non deludono mai. La descrizione del quotidiano diventa conforto di fronte alla paura e all’ignoto. È “splendida normalità”.

E ancora: a differenza di Cremonini, che può permettersi visioni musicali più complesse, Paradiso gioca con gli archetipi della canzone su cui si è formato e lo fa in modo spudorato. In Lupin si sentono echi ad esempio di Canzone e di altri pezzi di Vasco Rossi, e tutto concorre ad evocare un’altra epoca in cui forse si era più felici e le cose erano apparentemente più semplici. Sembra di stare in un film anni ’80. Anzi, sembra di stare in un film del 2022 che fa leva sulla nostalgia degli anni ’80. Pur essendo molto diverse, l’epoca che La ragazza del futuro e Lupin evocano è simile. La fine degli anni ’70, la prima metà degli anni ’80. Futura è del 1980, Canzone è del 1982, siamo lì.

Se Cremonini e Paradiso sembrano appartenere a due generazioni diverse è perché il primo ha avuto un successo incredibile a 20 anni, mentre il secondo ha dovuto superare i 30 per riempire i palasport. In realtà non molti anni li separano, uno è del 1980, l’altro del 1983. Sono autori diversissimi, musicisti di talento difforme, uno ha dimostrato d’essere più incline all’azzardo dell’altro, fanno musica in modi a volte radicalmente diversi, ma con La ragazza del futuro e Lupin fanno una cosa simile. In quest’epoca che appare crepuscolare per la canzone tradizionale italiana, coi giovani che si dedicano ad altro mescolando pop e rap e i giganti d’un tempo passato che sono morti oppure invecchiati o a mezzo servizio o ritiratisi dalle scene, Cremonini e Paradiso ribadiscono ognuno a modo suo la loro incrollabile fede nella vecchia canzone d’autore, quella più incline al pop.

Entrambi usano il passato per raccontare il presente. Uno imbocca una strada quasi favolistica, l’altro cerca il conforto nell’ordinarietà, ma comunque scrivono per superare le paure di questi mesi, di questi anni. Questo hanno in comune: scrivono per sentirsi, per farci sentire meno soli.

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