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C’è chi spende 450 euro per la riproduzione su nastro di un master di De André: ecco perché

È possibile ascoltare i grandi dischi italiani anni '60/70 così come li sentivano Venditti o Dalla in sala d'incisione? Per scoprirlo abbiamo testato i Master Tapes prodotti usando i nastri originali e venduti on demand

Foto press

C’è un posto in Germania dove mi piacerebbe trascorrere giornate intere, sono le stanze dell’archivio Sony, dove si possono trovare, assiepati e in parte ancora ignoti persino a chi in Sony di quest’archivio si occupa da tempo, molti nastri originali della casa discografica che ospita anche tutto il materiale di quella che fu la RCA italiana. In queste stanze, che contengono una quantità di oggetti ancora segreti e ignoti e chissà quali tesori pronti a essere riportati alla luce, ci sono impianti in grado di regolare la presenza di ossigeno e azoto secondo la necessità dei nastri che è opposta alla nostra, sono aree dove l’azoto, infatti, abbonda rispetto all’ossigeno, spazi in cui un essere umano può restare non oltre i tre quarti d’ora: poi bisogna uscire a respirare perché manca l’aria, è come essere a 3000 metri di altezza.

Di quest’isola dei tesori mi racconta entusiasta il suo massimo esploratore, Roberto Rossi, Director A&R (Artisti e Repertorio) Columbia, in occasione della recentissima pubblicazione della collana Legacy Master Tapes: undici album italiani appartenenti al catalogo storico della casa discografica pronti a raggiungere ora le case degli acquirenti in una versione su nastro con le registrazioni analogiche originali.

Incontro Rossi negli studi di Analog Planet, in un bellissimo spazio bucolico tra Pavia e Milano, dove ogni giorno Alessandro Molinari lavora direttamente su nastri originali di album di ieri e di oggi, è qui che la maggior parte dei dischi che ascoltiamo doverosamente ristampati (anche in versione rimasterizzata da nastri originali, come accade per il catalogo Sony Legacy) trova forma, in queste stanze pieno di macchine che sembrano provenire da un mondo perduto (registratori a bobina come se piovesse che stanno accanto a banchi da studio di ultimissima generazione) e che invece sono ancora utili e, in parte, a quanto pare, in grado di generare veri e proprio oggetti di culto.

Quella di vendere lavori fondamentali della storia della musica italiana – si va da Sabato pomeriggio di Claudio Baglioni a Lilly di Antonello Venditti, passando per l’omonimo album di Lucio Dalla del 1979, Fetus di Franco Battiato, Storia di un minuto della PFM, Il mio canto libero di Lucio Battisti e altri ancora – non su disco ma direttamente su nastro è, infatti, non solo un’operazione di culto ma di audiofilia hard e voglio farmi raccontare direttamente da chi ha progettato (Rossi) e lavorato (Molinari) a questa scelta, cosa ci sia all’origine di una simile produzione e quale sia, specificamente, il pubblico di riferimento di questi oggetti prodotti su misura (si prenotano dallo store Sony) e venduti a un prezzo (450 euro l’uno) che all’apparenza non è esattamente economico.

L’idea – mi racconta Rossi – è arrivata in modo naturale con il desiderio di rendere disponibile a un pubblico di audiofili appassionati un prodotto che fosse davvero non solo originale ma originario, in modo da poter offrire loro la possibilità di ascoltare la più pura, reale, effettiva registrazione di ognuno di questi dischi. Questi nastri permettono infatti di ascoltare questi album così com’erano stati pensati e registrati.

Il vinile, anche quelli di altissima qualità realizzati partendo dai nastri originali, rispetto ai nastri stessi hanno naturalmente una qualità nettamente inferiore, proprio perché il supporto nastro ha una dinamica di maggiore qualità che preserva la sonorità originale dell’opera senza che siano effettuate modifiche al segnale di alcun genere (come riduzione di rumore o equalizzazioni). Sono state evitate insomma tutte le possibili alterazioni del segnale e qualsiasi altra interferenza, utilizzando filtri di rete, stabilizzatori e cavi di segnale di altissima qualità. Dal nastro originale, mi raccontano Rossi e Molinari, venivano realizzate le copie di distribuzione, poi copie utili a tagliare i vinili, poi le lacche primo ascolto, gli acetati, e infine la stampa per l’ascolto, quelle che arrivano nelle case di ciascuno di noi: il processo, dunque, è lunghissimo, e nonostante si possa arrivare a ottenere un’ottima resa su vinile, è facile comprendere come ascoltare un disco su nastro significhi eliminare in modo del tutto naturale una serie di sbavature sorte a posteriori che, seppur lievi, incidono sulla purezza del suono ascoltato.

Per arrivare a questi nastri che vengono preparati singolarmente e appunto venduti in modo dedicato, su prenotazione (il che significa no stock e nessuna giacenza in magazzino) si fa prima una copia dal nastro originale, quella che si chiama working copy e che è effettivamente identica alla copia zero, e da quella si possono fare poi le varie copie per chi le prenota, copie per le quali Sony garantisce includendo all’acquisto un certificato di originalità.

In questo studio sono venuta per capire anche, direttamente, la differenza all’orecchio, l’effettiva pasta del suono di questi lavori su nastro. Per prima cosa Alessandro mi mostra le copie zero, quelle originarie, le prime, da cui appunto arriva la working copy: mi ritrovo dunque tra le mani questi nastri di quaranta, cinquant’anni fa nelle loro commoventi confezioni in cartone, con le scritte apposte direttamente da chi era in studio al momento della registrazione: ci sono scritte le tracce e le rispettive durate dei brani del lato A e del lato B di Storia di un impiegato di Fabrizio De André oppure del primo omonimo disco del Banco del Mutuo Soccorso, il famoso disco del salvadanaio ripubblicato a oggi in una quantità di ristampe in vinile non conteggiabile – se ne trovano anche di colore giallo – e venduto, come molta parte del catalogo prog, anche all’estero, nel mercato statunitense o in quello giapponese.

Oltre a guardare queste scatole contenenti queste vere reliquie sonore della musica italiana, ho l’opportunità dunque di ascoltare e di carpire la differenza che esiste fisiologicamente tra i due mondi, tra un pur ottimo remaster in vinile e quello che succede qui su questi nastri. Il primo che ascolto, seduta su una poltrona al centro della stanza mentre girano le bobine, è Lilly ed è effettivamente difficile evitare i brividi quando parte la voce di Venditti che esce tanto calda, vicina, “avanti” – come si dice in studio – che quasi sembra investirti in Compagno di scuola quando sale di tono. Basta questo ascolto per chiedere di  far mettere sul registratore il nastro di Storia di un impiegato per cogliere immediatamente dettagli nella chitarra di De André o nel basso di Patucchi che, nonostante le reali centinaia di ascolti che ho fatto in vita mia sui formati più disparati (dalla prima stampa originale del vinile a un nastro Stereo8 fino a una musicassetta di discutibile qualità) non mi era parso di sentire mai prima.

L’effetto è così potente che si colgono nettamente anche le differenze di registrazione dei vari album – che appartenengono alla stessa fase storica, primi/metà anni ’70 – pur senza essere dei tecnici: in Sabato pomeriggio arriva forte l’impianto sinfonico e la voce di Baglioni qui è indietro, non più “avanti” come quella, si diceva, del Venditti di Lilly; ascoltando Crac! degli Area, poi, succede qualcosa di sorprendente, si ha cioè l’impressionante sensazione di trovarsi dall’altra parte del vetro dello studio di registrazione ma senza il vetro, di assistere cioè in presa diretta alla registrazione, a questa lunga session in sette atti dove, in particolare, l’ascolto della sezione ritmica è commovente, straniante, da puro giramento di testa e il lavoro di Ares Tavolazzi sembra fisicamente investire chi ascolta.

Foto: Giulia Cavaliere

A quel punto la domanda nasce spontanea: cosa serve avere in casa per poter provare tutto questo, per ascoltare questi nastri? «Per ascoltarli», mi risponde Alessandro Molinari, «basta un Revox B77 da 1000/1500 euro, 1800 al massimo, molti l’hanno già in casa, ce ne sono nelle abitazioni molti più di quanti si pensi: è la macchina di questo tipo più venduta al mondo, dopo di lei c’è la PR99 presente storicamente nelle radio. Basta poi collegarla a un amplificatore di qualità esattamente come un giradischi: va detto che alcune famiglie facoltose, ma non troppo, avevano queste macchine già in casa, all’epoca costavano magari cinque milioni di lire, di questi in tanti l’hanno riscoperta negli ultimi tempi, noi qui ne riceviamo da revisionare quindici o venti esemplari al mese, e il bello è che ancora oggi ogni pezzo di ricambio si trova facilmente». Ci sono persone poi, prosegue Molinari, «che sono appassionate di meccanica o micromeccanica e magari hanno in casa varie macchine di questo tipo, alcuni ne hanno anche più di quante ne abbiamo noi qui ad Analog Planet, persone che uniscono la passione per la musica a quella per questo mondo più specifico, tecnico».

Va detto che queste persone, fino a oggi, non avevano praticamente modo di reperire nastri originali: un po’ come accadeva per certe macchine del passato tipo le camere Super 8 di cui non si trovano più nastri o come, in un certo periodo, è accaduto alle Polaroid le cui pellicole sono oggi tornate in vendita, queste macchine sopravvivevano infatti alla sparizione dei supporti necessari a renderle funzionanti. Questi nastri sono stati a lungo acquistabili solo raramente, da realtà di vendita internazionale, dal Giappone o dagli Stati Uniti, cosa che naturalmente rendeva la spesa già onerosa ancor più consistente e, oltretutto, lasciava l’acquirente in una certa vaghezza circa le effettive provenienze e originalità dei nastri.

Sony è la prima realtà italiana a vendere nastri originali ma non solo: è la prima casa discografica tra le major a rendere effettivamente disponibile il proprio materiale in questo formato prezioso. Il prezzo, raccontano Rossi e Molinari, non solo è in linea con il prezziario internazionale ma permette naturalmente un sostanzioso risparmio su distribuzione e spedizione e include una garanzia di provenienza e una certificazione di originalità inedite per il genere. La certezza è che oltre agli appassionati audiofili italiani, alcuni titoli, specialmente appunto quelli più legati al mondo prog, andranno a interessare anche l’estero.

Roberto Rossi sottolinea anche la volontà di proseguire nell’offerta dei titoli in catalogo in futuro – magari esplorando anche le discografie internazionali – e spiega come la scelta dei titoli da rendere disponibili dipenda naturalmente anche dalla presenza di nastri originali del tutto intatti. Alcuni nastri di Edoardo Bennato o Francesco De Gregori (di cui comunque in catalogo troviamo attualmente rispettivamente La torre di Babele e Viva l’Italia) non erano sufficientemente intonsi da garantire un ottimo lavoro; allo stesso modo, Rossi garantisce che questo tipo di lavoro non arriverà a coinvolgere uscite successive al 1990/1991, anni in cui arriva massiccia la produzione in digitale e in cui un lavoro del genere risulterebbe poco serio, ridicolo e privo anche di tutta la portata sentimentale che arriva dalla consapevolezza di avere tra le mani e nelle orecchie canzoni ascoltate così come sono state concepite dai loro autori.

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