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Buon compleanno, Peter Gabriel

Non fa un disco di inediti da una vita, ma l’artista inglese, che oggi compie 70 anni, ha apportato tali e tante innovazioni al pop da vivere di rendita

Peter Gabriel nel 1982 a Roma, col trucco di 'Shock the Monkey'

Foto: Luciano Viti/Getty Images

Peter Gabriel ha portato il teatro all’interno della musica rock, Peter Gabriel ha inventato il punk e la new wave, Peter Gabriel ha elevato il pop a forma d’arte, Peter Gabriel ha sdoganato la world music, Peter Gabriel ha reso i videoclip oggetti artistici, Peter Gabriel ha inventato il concerto multimediale, Peter Gabriel ha unito musica e politica. L’artista inglese spegne 70 candeline oggi, 13 febbraio 2020. È incredibile pensare a quanti cambiamenti e quante innovazioni abbia apportato alla musica pop-rock negli ultimi 50 anni.

Ha portato il teatro nel rock

Nei primi anni ’70, quando ancora videoclip e You Tube erano di là da venire, Peter Gabriel ha l’idea di visualizzare la musica tramite travestimenti e trovate sceniche che portano il rock a misurarsi con la performance teatrale. In questo periodo un ventenne Gabriel – magro, diafano e bellissimo – incanta le platee con il suo carisma e la sua voce, abbattendo i generi maschile-femminile (spesso si presenta vestito da donna con una testa di volpe calata sul capo). Lui e David Bowie sembrano fare a gara per chi riesce per primo a far parlare di sé con il tramite di costumi e atteggiamenti provocatori. Con una grande differenza: Bowie usa il trucco e i travestimenti per sfidare le convenzioni sociali, Gabriel si traveste per visualizzare i testi surreali dei brani che interpreta ed esternare sogni e incubi. Dalla famosa maschera da vecchio di The Musical Box a quella da fiore in Supper’s Ready con i Genesis, fino alla trasformazione in uomo-scimmia di Shock the Monkey, la maschera rappresenta sempre una parte dell’inconscio che viene alla luce.

Ha inventato punk e new wave

Non è vero, ma quasi. Nel 1974 Peter Gabriel mette in scena un personaggio che potremmo definire punk. È Rael, l’anti-eroe di The Lamb Lies Down on Broadway, giubbotto di pelle, faccia sporca, capelli corti e atteggiamento rabbioso. Un graffitaro che riempie i muri di New York con il suo nome e viaggia tra reale e immaginario sulle ali di un suono mai udito prima. In The Lamb Gabriel canta spesso con fare sfrontato e decisamente poco aggraziato. E poi c’è il suono, acido e distorto a tratti, a cavallo con tentazioni elettroniche che caratterizzeranno l’evoluzione del punk in senso artistico, la new wave.

Ha elevato il pop a forma d’arte

Dopo i Genesis, Gabriel vola alto. Cresce in lui l’idea di una nuova forma di pop che non sia solo intrattenimento ma anche, e soprattutto, arte. I quattro album con lo stesso titolo (il suo nome) sono emblematici nel loro unire fruibilità a invenzioni sensazionali. Il terzo e il quarto in particolare, con uno stravolgimento del suono grazie anche a un accorgimento riguardante l’uso della batteria. L’assenza di molti pezzi di piatti e metalli vari crea infatti un sound scarnificato e potente, con le prime influenze di musiche di altri continenti e un parco uso dell’elettronica, alla quale Gabriel si dimostra sempre più interessato. Questo e altri esperimenti futuri porteranno l’artista a concepire un mondo sonoro tutto suo.

Ha sdoganato la world music

Dal terzo album in avanti Gabriel sviluppa un forte interesse per le musiche del mondo, soprattutto quelle provenienti dell’Africa. Il quarto volume (1982) è una vera discesa nel continente nero, ancora batteria usata come una percussione sciamanica, elettronica e la sua voce che sa essere un grido disperato e sensuale. La fondazione dell’etichetta discografica Real World, nel 1989, contribuirà a portare all’attenzione di molti suoni dai più svariati angoli del globo, senza barriere. L’idea di Peter di distruggere i confini, prima nella musica e poi tra gli uomini, trova perfetto compimento. Gabriel non è il colonialista che ruba i suoni per darli in pasto all’opulento occidente. Si è invece sempre battuto affinché i musicisti di quei luoghi potessero trovare ampia risonanza nel resto del mondo. Oltre a invitarli a suonare nei suoi dischi e in tour e a dargli l’opportunità di incidere per la sua etichetta, Gabriel lancia il festival Womad (World of Music, Arts and Dance) che mette in luce i migliori talenti della musica etnica mondiale. Peter ci crede così tanto che nel 1982 finisce in bancarotta per un’edizione andata male. Ci penseranno gli ex compagni dei Genesis ad aiutarlo con una reunion per un unico concerto (a Milton Keynes, il 2 ottobre 1982) il cui incasso servirà a sanare i debiti.

Ha reso i videoclip oggetti artistici

Nel 1986 Peter torna ai suoi amori di gioventù: il soul, il rhythm & blues, la musica nera in generale. Il singolo Sledgehammer sfonda le classifiche di tutto il mondo, il relativo videoclip diretto da Stephen R. Johnson e firmato dalla Aardman Animations è realizzato con la tecnica dello stop motion animata, una tecnica che in quel periodo è totalmente all’avanguardia. Il clip fa incetta di premi per la sua innovativa qualità, vincendo 9 MTV Video Music Awards e un BRIT Award nel 1987. Da lì in avanti ogni disco sarà sempre accompagnato da video di grande spessore artistico e testi all’innovazione del linguaggio visivo.

Ha inventato il concerto multimediale

Sin dai tempi dei Genesis i concerti di Peter Gabriel si caratterizzano per la presenza di elementi multimediali. Dalle maschere degli anni ’70 ai faraonici palchi dotati di schermi, scenografie, posizioni inedite dello stage e ogni tipo di stimolo visivo e sonoro che possa offrire all’ascoltatore un’esperienza sensoriale inedita, con esibizioni che faranno scuola e ancora oggi sono copiate da molti.

Ha unito musica e politica

Nel 1980, all’interno del terzo album, compare un brano intitolato Biko, dedicato alla figura di Stephen Biko, attivista sudafricano torturato e ucciso dalla polizia nel 1977. Da quel momento Gabriel si fa carico di comunicare al mondo le ingiustizie in ogni parte del pianeta, dagli inumani trattamenti dei prigionieri politici in America Latina cantati in Wallflower alla lotta contro l’apartheid e all’incarcerazione di Nelson Mandela. Tutti messaggi che grazie al successo di massa vengono amplificati.

Ma non incide un disco di inediti da quasi 20 anni

Us (1992) e Up (2002) sono i due ultimi dischi di inediti di Gabriel, dischi art pop pieni di sfumature che influenzeranno decine di artisti, dai Radiohead a Sufjan Stevens passando per Björk. Seguiranno tanti album dal vivo, rivisitazioni con l’orchestra, canzoni sparse in colonne sonore, concerti. Il motivo per il quale non pubblica un disco di inediti è un mistero. Si parla della sua estrema lentezza, del suo non essere mai soddisfatto, della difficoltà con la scrittura dei testi. La verità la conosce solo Peter. Si può ipotizzare che non sia ancora giunto al punto di avere una manciata di canzoni che possano competere con quelle del passato, una scelta saggia che lascia i suoi estimatori con una gran fame e curiosità. In qualunque modo vadano le cose, senza artisti come lui la musica degli ultimi 50 anni sarebbe stata molto meno eccitante.

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