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Blackbear, il re dell’alt pop emotivo per ragazzini viziati e depressi

Ecco la storia pazzesca del cantante e produttore che mischia emo e trap, diventa ricco grazie ai Bitcoin, si trasforma in pop star e finisce al pronto soccorso per colpa di un hamburger

Blackbear

Foto: ufficio stampa

Un bel giorno, senza che neppure avessimo il tempo di accorgercene, si è consumato un matrimonio tra due generi musicali che sulla carta sembravano agli antipodi: la trap e l’emo rock. Se dalle nostre parti amoreggiano ancora di nascosto, negli anfratti del web frequentati solo dagli adolescenti, oltreoceano la loro è un’unione solida, amorevole e benedetta da numerosissimi figli, tra cui Blackbear, che è sicuramente uno di quelli che ha accumulato più dischi d’oro e di platino. In America è una star di portata galattica, anche per via delle sue frequentazioni eccellenti (dai Linkin Park a Kylie Jenner), delle sue celebri fidanzate (da Bella Thorne alla modella Michele Maturo, che è in attesa del loro primo figlio) e delle collaborazioni da far girare la testa (da Miley Cyrus a Pharrell Williams, Billie Eilish, Gucci Mane e Childish Gambino, tra gli altri). Nonostante qui non sia altrettanto conosciuto, è ben felice di trovarsi a Milano per il suo primo concerto in Italia. In primis perché è la terra d’origine della sua famiglia (il ragazzo all’anagrafe fa Matthew Musto); in secundis, perché buona parte della curiosità generale è ancora focalizzata sulla sua musica, che è poi l’unico motivo per cui vorrebbe essere ricordato, confessa tra una svapata di sigaretta elettronica e l’altra.

Classe 1990, Blackbear è un grande fan del rap fin da giovanissimo. Ma inizialmente fonda una rock band, i Polaroid, e fa sul serio al punto da mollare la scuola a 14 anni per concentrarsi solo sulla carriera musicale. I Polaroid non vanno molto lontano, ma in compenso un loro demo arriva alle orecchie di Ne-Yo, uno dei cantanti R&B più in voga degli anni ’00, che propone a Blackbear un contratto come autore di canzoni. Così a 19 anni comincia a scrivere per altri e a 21 imbrocca la sua prima hit mondiale: Boyfriend di Justin Bieber, sei volte disco di platino nei soli Stati Uniti. Si scopre incredibilmente ricco, investe parte del suo patrimonio in Bitcoin («Ci ero rimasto sotto con le criptovalute, ma ormai le ho vendute tutte») e comincia a lanciarsi negli eccessi tipici di chi diventa milionario all’improvviso. «Avrei potuto continuare a scrivere per altri ancora per molti anni: è un modo divertente e facile per fare soldi con la musica» racconta con semplicità. «Ma come tutti i ventunenni non vedevo l’ora di salire sul palco, e così ho scelto di provare a lanciare una carriera tutta mia, pensando che per tornare a fare l’autore c’era sempre tempo».

In realtà per un lungo periodo continua a fare entrambe le cose, e anche a produrre: il suo stile è un mix vincente di influenze emo e alt rock, trap distorta e pop orecchiabilissimo, e i più grandi artisti della discografia mondiale fanno la fila per lavorare con lui. Ma trova anche il tempo di buttare fuori continuamente nuove canzoni a suo nome, e lo fa in maniera piuttosto paradossale, almeno per un artista che ha già guadagnato milioni di dollari come songwriter: le pubblica su SoundCloud, come un qualsiasi rapper/cantante/producer emergente, squattrinato e senza contatti nell’industria musicale. Ed è lì che diventa enormemente famoso. «Mi capita ancora di andare su SoundCloud per cercare nuovi produttori con cui collaborare» spiega. «Si può dire che sia il mio hobby: trovo un ragazzino che non ho mai sentito nominare, lo ascolto e se mi piace gli scrivo. Quando andrò in pensione come artista, voglio aprire un’etichetta tutta mia». Quando gli chiedo se ha intenzione di andarci a breve, in pensione, risponde con un’alzata di spalle. «Non penso, ma chi può dirlo». Sicuramente, però, in questi pochi anni di attività ha già sfornato abbastanza dischi per un’intera carriera: dal 2015 ad oggi siamo arrivati a quota quattro album e un mixtape, più altri due progetti collaborativi, rispettivamente con Mod Sun e Mike Posner, due eroi dell’hip hop alternativo. «Mi piace che la gente resti aggiornata in tempo reale sulla musica a cui sto lavorando», sorride. «La mia canzone più bella è sempre la prossima che scriverò».

Un po’ come capita ai critici che si trovano a recensirlo, Blackbear non ha una definizione specifica per il suo sound: «Per me è semplicemente musica emo», spiega. «È un alt pop emotivo e un po’ angosciante per ragazzini viziati e depressi. Ma non in senso negativo: molti fan mi hanno detto che le mie canzoni li hanno aiutati nei momenti peggiori». Una delle più apprezzate in questo senso è Anxiety, che contrariamente al titolo avrebbe un effetto anti-ansia negli ascoltatori, a detta del suo creatore. «La salute mentale è una questione che mi sta molto a cuore, e sono felice se posso aiutare altre persone e, contemporaneamente, me stesso. Per me fare musica è una vera terapia». È un argomento controverso, dato il genere musicale: spesso gli artisti emo trap sono stati accusati di pubblicizzare sfacciatamente l’abuso di ansiolitici e calmanti, usandoli come una droga ricreativa. Qualcuno di loro ci è anche morto, uno su tutti Lil Peep. Blackbear, però, non è d’accordo sulla correlazione automatica tra le due cose. «Penso che in realtà, per molti, fare o ascoltare musica emo sia proprio un mezzo per calmare l’angoscia evitando di rivolgersi ai farmaci o ad altre sostanze. Personalmente sono contento di avere a disposizione questo strumento per poter stare meglio», afferma.

Nel caso di Blackbear, stare meglio non significa solo venire a patti con i suoi momenti bui, ma anche convivere con una malattia cronica. Qualche anno fa ha avuto una pancreatite necrotica causata dall’abuso di alcol, che rischiava di rivelarsi fatale. Per fortuna non lo è stata, ma da allora il suo pancreas non si è mai più ripreso, costringendolo a lunghi ricoveri in ospedale, a diversi interventi chirurgici e, soprattutto, a non poter toccare mai più una goccia di alcol. «Il primo anno è stato molto duro», ammette. «Mi chiedevo: ‘Come si fa a divertirsi senza bere?’. E anche sul palco era uno strazio: mi sentivo in imbarazzo, volevo solo un drink. Ci ho messo un po’ a capire che era tutto nella mia testa, e che se non ti stai divertendo per il solo motivo che sei astemio, forse sei nel posto sbagliato, con le persone sbagliate, a fare le cose sbagliate». Ancora oggi la normalità è un traguardo lontano, anche perché gli è sufficiente assaggiare qualcosa che non dovrebbe, come l’hamburger di un fast food, per finire al pronto soccorso. Per fortuna la prende con filosofia. «La pancreatite è stata una maledizione e una benedizione. Da una parte non è per niente facile, per un musicista in tour tenere sotto controllo la propria salute; dall’altra oggi la mia vita è migliorata tantissimo, perché mi ha costretto a cambiare in meglio».

Ci sono cose che però Blackbear non ha nessuna intenzione di cambiare, come la sua passione per scovare nuovi talenti online. «La maggior parte delle volte che contatto un tizio con all’attivo poche centinaia di streaming, non crede nemmeno che sia davvero io, pensa a uno scherzo», ride. «Ma continuo a farlo comunque, perché io sono stato quel tizio, e avrei voluto che qualcuno lo facesse con me. Avevo un gran bisogno che qualcuno mi dicesse ‘Ehi, ti sto ascoltando, anche se pensi che nessuno lo stia facendo’». Per lo stesso motivo, quando è in tour all’estero chiede sempre al driver di accendere la radio: «Voglio sapere cosa sta succedendo là fuori, e il modo migliore per farlo è questo», dice. Purtroppo a Milano ha avuto sfortuna: durante il tragitto dall’albergo al soundcheck è capitato su una stazione che trasmetteva solo un un mix di hit internazionali, quindi non è riuscito ad ascoltare niente di italiano. Il che non è un buon motivo per gettare la spugna, sottolinea. «La mia mail è info@beartrapsound.com, se avete della roba interessante da farmi sentire, scrivetemi». #Sapevatelo.

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