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Billie Joe Armstrong racconta la sua vita in 15 canzoni

Dalle avventure nel “peggior quartiere di Oakland” all’ultimo singolo scritto contro “la paranoia creata da Trump”, il frontman dei Green Day ripercorre la sua carriera traccia dopo traccia

Foto: Getty Images

Billie Joe Armstrong ricorda di aver fatto al suo insegnante di chitarra una domanda che gli avrebbe cambiato la vita per sempre. «Ho chiesto: ‘come si scrive una canzone?’», dice il cantante e chitarrista dei Green Day, 47 anni, dal suo studio di Oakland. «Ha detto solo: ‘Ci sono strofa, ritornello, strofa, ritornello, bridge, strofa, ritornello – mischia queste parti come vuoi’». Armstrong non riusciva a pensare ad altro. A partire dal disco di platino Dookie, i suoi inni di tre accordi sull’adolescenza – storie di solitudine, ansia, abuso di droghe e masturbazione – hanno toccato un’intera generazione. Non importa se sta lavorando a un pezzo punk o a una rock opera, Armstrong segue sempre le stesse regole: «La cosa più importante è cercare di essere il più onesto possibile con il pubblico», dice. «Chi trova una connessione profonda con le tue canzoni lo fa perché anche tu fai lo stesso dentro di te. Credo che sia questo che fa trascendere la musica».

Ha scritto alcune hit in cinque minuti, altre in molto più tempo. Di recente ha finalmente finito un pezzo a cui lavorava dal 1993 e a febbraio, dopo 30 anni di carriera, i Green Day riveleranno un suono tutto nuovo con il 13esimo album Father of All… Armstrong dice che è il risultato di una sbandata per il soul – Motown, Prince, Amy Winehouse e altri – passato attraverso “il filtro Green Day”. Nella title track, canta in falsetto mentre il batterista Tré Cool costruisce un ritmo selvaggio, un po’ in stile Mitch Mitchell, che il frontman descrive come «una delle parti più folli che abbia mai suonato». «Billie si è costretto a cercare una strada diversa», dice il bassista Mike Dirnt. «E dovevamo accompagnarlo. Non è una novità, nessuno va più a fondo di lui».

Di persona Armstrong è amichevole, anche se un po’ riservato, e parla del suo metodo prendendo lunghe pause. «Non voglio sembrare un tonto», dice dopo essersi interrotto. Cool, collega nella band e amico da tre decenni, una volta l’ha descritto come un uomo «talentuso e tormentato. Il cervello di Billie sembra fatto di 18 registratori che suonano contemporaneamente in cerchio. A volte prova a fare conversazione… poi ti guarda negli occhi come per dire ‘eh?’».

«Fanculo!», dice ora Armstrong, ridendo, dopo aver sentito la frase del batterista. «Che ne sa lui?». In ogni caso, ammette di non essere sicuro di come funzioni il suo cervello durante la scrittura. Nonostante abbia composto tantissime canzoni, se non lo fa per un po’ sente ancora l’ansia. «Finisci per pensare: ‘Dio, riuscirò mai a scriverne un’altra?’ Poi, all’improvviso, succede qualcosa e se prima ti sentivi un perdente ora sei il re del mondo». Abbiamo chiesto al frontman dei Green Day di scegliere le 15 canzoni più importanti della sua carriera. 

“409 In Your Coffeemaker” Slappy EP (1990)

«Avevo appena lasciato il liceo, e mi sentivo perduto – come un sognatore incompreso. Non sapevo come sarebbe stata la mia vita. È in questi momenti che riesco a diventare un autore davvero onesto, quando mi sento perduto. Ho preso questi sentimenti così tristi e li ho trasformati in qualcosa che mi desse forza: ‘My interests are longing to break through these chains/These chains that control my future’s aims’. Fino a quel momento avevo scritto solo canzoni d’amore. Questa sembrava raccontare una versione diversa di me stesso. Ricordo quando abbiamo iniziato a suonarla, la gente reagiva davvero bene, soprattutto i punk  dell’epoca. Non avevamo ancora pubblicato un album o un EP, ma è in quel momento che ho sentito di aver trovato un modo per scrivere le mie canzoni. Avevo 18 anni».

“2000 Light Years Away” Kerplunk (1992)

«Ai tempi dell’esordio in tour dei Green Day ho conosciuto mia moglie, Adrienne, a una festa a Minneapolis. Ci siamo scambiati gli indirizzi perché avevamo finito i vinili al banchetto del merchandising. Abbiamo iniziato a scriverci, siamo diventati amici di penna, parlavamo di continuo e accumulavamo bollette telefoniche. Poi la band è partita per un mini-tour, e dalla California abbiamo guidato fino in Minnesota. Nessuno riusciva a capire perché avessimo deciso di andare in macchina fino in Wisconsin e Minnesota per suonare qualcosa come quattro concerti, ma io volevo solo rivederla. Sulla strada del ritorno ho scritto 2000 Light Years Away. La canzone, in realtà, si è scritta da sola. Ho poggiato la chitarra acustica e le ho mandato una cassetta con la registrazione. Quando scrivi una canzone per la persona di cui ti stai innamorando, è difficile prevedere come reagirà ascoltandola. Nel caso peggiore direbbe: “Oh, sei uno stalker!”. In realtà è diventata presenza fissa nella scaletta dei nostri concerti, e ha generato le tante, tante canzoni che ho scritto per Adrienne nei 30 anni successivi».

“Welcome to Paradise” Kerplunk (1992); Dookie (1994)

«Mi ero appena trasferito a West Oakland, abitavo in un capannone infestato dai ratti in quartiere davvero incasinato, pieno di amici e folli punk. Pagavo 50 dollari al mese di affitto, una cifra fantastica perché, sai, quando fai parte di una band ogni tanto devi spendere un po’ di soldi – e in quel posto era facile pagare l’affitto, mangiare Top Ramen e comprare erba.

È stata un’esperienza illuminante. All’improvviso ero da solo in uno dei quartieri peggiori di Oakland. Mi guardavo incontro e vedevo strade distrutte, famiglie rovinate e un’atmosfera da ghetto. Ti senti spaventato, pensi: “Come faccio ad andarmene?”. Poi, all’improvviso, ti sembra di stare a casa. Sviluppi una certa empatia per quello che hai intorno se passi le giornate vicino a drogati, senzatetto e guerre tra gang. “A gunshot rings out at the station / Another urchin snaps and left dead on his own” – descrivevo esattamente quello che vedevo. Non c’è niente che non sia vero in quella canzone. Anche questo è un bel pezzo da suonare dal vivo. Credo che la musicalità del bridge anticipasse quello che abbiamo scritto in futuro, ma non so quanto ne fossimo consapevoli».

“She” Dookie (1994)

«Stavo con una ragazza, Amanda, una studentessa. Grazie a lei ho imparato molto sul femminismo. Mi ha educato nel momento giusto. Ero un scemo, uno che aveva lasciato la scuola. Lei mi spiegava le ragioni per cui le donne erano trattate come oggetti, e io la ascoltavo. Questa è una canzone d’amore che ho scritto per lei, ma allo stesso tempo era un modo per conoscere le cose per cui lottava. Quando dico: “Scream at me until my ears bleed”, era il mio modo per farle capire che ero pronto ad ascoltare. Con ogni tipo di attivismo la prima cosa di cui hai bisogno è qualcuno che sappia ascoltare. La canzone parla anche di comprensione. È davvero bello cantarla. Ne vado orgoglioso; è semplice, tre accordi. Non era un singolo, ma ha avuto una vita tutta sua. Le canzoni così sono speciali».

“Longview” Dookie (1994)

«Ho sempre adorato Message of Love, il pezzo dei Pretenders, e volevo scriverne anche io uno così, ma avevamo bisogno di una linea di basso. Abitavamo tutti in una casa a Richmond, in California, e credo di essere uscito per andare a vedere un film. Tutti gli altri erano a casa fatti di acido. Sono tornato e ho visto Mike seduto in cucina. Era nel bel mezzo di un trip e aveva in mano il basso, mi ha detto: “L’ho trovata, amico! L’ho trovata”. Era la prima volta che suonava la linea di quel pezzo. Non sapevo cosa pensare, mi dicevo: “Beh, è sotto acidi, non so se riuscirà a ricordarsela”. Il giorno dopo l’abbiamo suonata un’altra volta, ed è rimasta così.

Il testo parla di cosa vuol dire sentirsi un perdente, guardare la televisione, farsi le seghe e sentirsi soli. All’epoca ero molto spaventato. Ero in un limbo. Non avevo una ragazza – io e Adrienne ci siamo messi insieme dopo quattro anni, dal ’90 al ’94. Avevamo firmato per una major, e all’epoca ci criticarono molto perché eravamo una band underground. Mi sembrava di aver perso il controllo delle cose. Questa canzone ha un suono unico, se ci pensi bene. Nessuno suonava ritmi con lo swing, o ritornelli così potenti. Il grunge si era imbastardito, e credo volessimo suonare musica più potente e più allegra. Questo pezzo era super-ballabile, e la gente è impazzita».

“Brain Stew” Insomniac (1995)

«Questa canzone era una vera incognita. Avevo appena comprato nuova attrezzatura per registrare, e ho scritto il riff mentre la provavo per la prima volta: “Oh, fico, sembra quasi un pezzo dei Beatles, tipo While My Guitar Gently Weeps”. Parla di metanfetamine, insonnia, restare svegli tutta la notte. Era un problema di tutta la scena punk dell’epoca, e anche io ho avuto le mie esperienze. È una droga orrenda.

Era tutto piuttosto spaventoso. Sono un musicista e un autore coscienzioso, e quando Dookie è diventato un successo – sembrava potesse essere uno dei dischi pop più venduti di sempre – io mi ripetevo: “Sono un rocker. Sono un punk. Sono queste le cose importanti, non diventare una popstar”. Tutto il disco è nato pensando a queste cose.

È cambiato tutto. Mi sono sposato, è nato il primo bambino. Avevo 23 anni e c’era gente che si arrampicava sugli alberi per spiare dentro casa mia. Era il lato spaventoso del successo, qualcosa del genere. Non puoi controllare la tua vita. Con questo pezzo volevo mostrare il lato sporco dei Green Day».

“Good Riddance (Time of Your Life)” Nimrod (1997)

«Ho scritto questo pezzo all’epoca di Dookie. Era per una ragazza che stava per partire per l’Ecuador. Sono andato a questa festa a Berkeley e c’erano tutti questi tipi del college che si passavano la chitarra acustica, cantavano – uno di quei momenti da “maschi con il codino e la chitarra”. Ricordo di aver pensato: “Cavolo, vorrei scrivere un pezzo acustico”, quindi ho scritto questa canzone su di lei e la fine della nostra relazione. “Tattoos of memories and dead skin on trial” – mi ero tatuato il suo nome.

La canzone parla di farsi scivolare le cose addosso, di accettare che nella vita le persone prendono direzioni diverse. La mia era follemente diversa: stavo per partire in tour con Dookie, il mio singolo era in radio, stava per succedere tutto. Lei si sarebbe trasferita in Ecuador per continuare gli studi e vivere con una famiglia del posto. A volte le persone irrompono nella tua vita, ma spesso vanno via con la stessa velocità con cui sono arrivate. La canzone parla di questo.

L’ho scritta nel ’93 – tutto il pezzo – ma non pensavo andasse bene per i Green Day. Poi abbiamo registrato Insomniac, ho fatto una demo, ma non andava bene neanche per quell’album. Non sapevo che farmene. Quando abbiamo iniziato Nimrod, mi sono detto: “Vediamo che succede”. Abbiamo aggiunto un quartetto d’archi, una soluzione molto lontana dai soliti Green Day. La canzone diventò bellissima. Ci ha aperto un mondo, abbiamo pensato: “Oh, cazzo, possiamo fare un sacco di cose”.

Il brano ha preso vita. Non pensavo a matrimoni e lauree quando l’ho scritta, ma una volta una ragazza mi ha scritto su Instagram che il fratello era appena morto, e che la sua famiglia ascoltava quella canzone per superare il momento. È davvero bello, se ci pensi».

“Minority” Warning (2000)

«Dopo Time of Your Life ho iniziato a suonare di più la chitarra acustica, e per Warning volevo più canzoni così. In quel periodo il pop punk era in una brutta fase, e io volevo andare controcorrente. Quel disco sembrava un passo necessario. All’epoca ascoltavo molto i Kinks e gli Who, band che riuscivano a essere potenti anche nelle canzoni acustiche e usavano la chitarra come se fosse una percussione. Pinball Wizard è un brano davvero percussivo. Ho scritto questo pezzo prima delle elezioni con Bush e Al Gore. Mi sembrava che politicamente il mio paese stesse diventando un po’ più conservatore. Credo che quella canzone fosse una sorta di inno per chi non si sentiva parte del branco, di chi cercava una sua individualità. Mi sembrava stessimo scrivendo qualcosa di più concettuale.

Vorrei registrare di nuovo quel disco. L’abbiamo fatto quando ProTools era ancora una cosa nuova. Vorrei rifarlo tutto facendo più cose dal vivo, e Minority è molto meglio live che sull’album. È una di quelle cose a cui penso troppo spesso».

“Jesus of Suburbia” American Idiot (2004)

«Amavo A Quick One degli Who, e avevo deciso che avrei scritto un pezzo che sembrasse una mini-opera. Avevamo uno studio in cui potevamo sperimentare con un sacco di attrezzatura, e Mike, Tré e io scrivevamo vignette di 30 secondi e cercavamo di metterle insieme in studio.

Dopo aver scritto American Idiot ho pensato: “Di chi parla questo pezzo?”. Mi sono venute un sacco di idee: “I’m the son of rage and love / The Jesus of Suburbia / The Bible of none of the above”. Mi sembrava di essere in un territorio inesplorato. Avevo portato la mia scrittura su un altro livello. Il brano inizia in maniera quasi allegra, poi prende una strada alla Black Sabbath. È come un giro del mondo in otto minuti, qualcosa del genere. E “Jesus of Suburbia” è diventato il protagonista dell’intero album».

“Holiday” American Idiot (2004)

«Il nostro paese stava andando in guerra per ragioni fasulle. Molto aveva a che vedere con la politica e il petrolio. Sembrava che l’America stesse per spezzarsi. Credo che il catalizzatore del momento che viviamo adesso fosse proprio George W. Bush. Quella canzone era un modo per ritrovare la voce, la nostra individualità, mettere in discussione quello che vedevamo in televisione, quello che diceva la politica, la scuola, la famiglia e la religione.

Volevo interpretare un personaggio. Volevo qualcosa che suonasse pericoloso. Sicuramente cercavo di essere provocatorio. Dicevo cose come “Sieg Heil to the President Gasman”, invocavo vecchia propaganda nazista e attaccavo il governo americano. Con il riff ho cercato di usare gli accordi in modo diverso, ho usato l’echo e il delay, che hanno cambiato quello che facevo di solito. È così che ho costruito i nuovi riff».

“21 Guns” 21st Century Breakdown (2009)

«Ero davvero stanco, cercavo di portare le cose a un livello superiore sia musicalmente che nei testi, e tutto è diventato molto serio e oscuro. Mi sembrava di volermi arrendere. Vivevo come un’anima tormentata. Se stai così finisci per tormentare le persone che ti sono intorno, non importa se si tratta della famiglia o degli amici, e nessuno capisce cosa ti sta succedendo, se dipende dalla carriera d’artista o dal fatto che stai invecchiando. La canzone parla di questo, parla di quando ti senti così perduto in quello che stai facendo da voler tornare indietro. Di ritrovare la sanità mentale, forse. A volte devi capire con cosa stai combattendo, perché a volte quel qualcosa sei tu. Le sensazioni di chi si sente perduto sono una costante di tutte le mie canzoni».

“Fell For You” ¡Uno! (2012)

«Volevo che ¡Uno!, ¡Dos! ¡Tre! fossero la nostra versione power-pop di Exile on Main Street, ma so che suona un po’ rigido e che la produzione non è granché. Ma amo quelle canzoni, anche se molte sembrano fatte a metà. Era un periodo strano. Io stavo vivendo un esaurimento privato. Beh, non proprio privato. Credo che fossi solo esausto. Ci sono 36 canzoni in quel disco. È folle. Ma quando torno ad ascoltarlo, Fell for You spicca sempre su tutte le altre. All’epoca ascoltavo moltissima musica power-pop. Ho sempre detto che il power-pop è la musica migliore tra quelle che non piacciono a nessuno, sia i Cheap Trick che altri gruppi. Pensavo: “Voglio scrivere una canzone sui sogni e l’amore e tutte le cose che ci fanno sentire vivi”.

Tutte quelle cose non spariscono quando invecchi. Incontri sempre persone con cui vuoi passare del tempo, ma devi essere realistico. Quando sei un ragazzino è OK essere un po’ impulsivi. Da adulto puoi incasinarti la vita, quindi forse è meglio scriverci una canzone».

“Ordinary World” Revolution Radio (2016)

«Nel 2016 ho partecipato a un film intitolato Ordinary World e il regista, Lee Kirk, voleva una canzone che riassumesse la storia del personaggio. Prima di scriverla ho fatto qualche tentativo a vuoto. Uno era Outlaws, un’altra canzone finita in Revolution Radio. Poi ho scritto Ordinary World, un pezzo con un suono più country che stava meglio con il film. Parla di famiglia. Parla di quelle cose della vita che sembrano semplici ma che ti danno moltissimo. Tendiamo a pensare troppo a cose che non sono davvero importanti. Per me questa canzone è un’estensione di 2000 Light Years Away, scritta a 20 anni di distanza. Dò molto peso alle mie relazioni, sono molto vicino ad Adrienne e ai ragazzi dei Green Day. La gente mi chiede: “Come hai fatto a farle durare così a lungo?” Non lo so. Le radici sono importanti per me, credo».

“Love Is For Losers” Love Is For Losers (2018)

«Ho registrato un album usando il nome Longshot, una sorta di estensione di ¡Uno!, ¡Dos! e ¡Tre!, con la differenza che avrei curato anche la produzione senza preoccuparmi troppo. Ho registrato tutti gli strumenti, poi ho iniziato a pubblicare materiale su SoundCloud e Instagram. Quel progetto mi ha ricordato quant’è divertente registrare un album, e quanto può essere fico. Era un concept che si è trasformato in una vera band. Stavo scrivendo musica molto più rock & roll, un po’ come i Replacements a metà carriera, o gli Exploding Hearts. Pensavo anche alle Ronettes e ai primi Beach Boys. Ricordo quando ho scritto il riff di questa canzone, e adoro il primo verso, “I’m riding shotgun in a car that’s broken down”. È come dire: non stai andando da nessuna parte. È l’anti-canzone di San Valentino. A volte mi piace tornare a una scrittura più cinica e idiota, e quando faccio l’idiota sono la versione migliore di me stesso».

“Father of All…” Father of All… (2020)

«Ascoltavo molta soul music, roba della Motown, e ho cercato di farmi influenzare. Bisogna andarci piano con i Green Day, è importante non sforzarci troppo di essere qualcosa che non siamo. Serve uno strano equilibrio. Avevo il riff, mi sono seduto con Tré e abbiamo registrato una demo. Ascoltavo molto i primi due album di Prince. Lui ha davvero suonato ogni genere – funk, r&b, vecchio classic rock – e riusciva sempre a trasformare tutto in qualcosa di unicamente Prince. E tutto è in falsetto. Anche io volevo provare il falsetto. Mi sono detto: “Non è importante che la voce sembri davvero la mia”.

Allo stesso tempo ho attraversato una specie di depressione, ed è di questo che parla il testo. Vivevo un momento difficile, e credo che molto abbia a vedere con la cultura che ci circonda in questi anni. È difficile scrivere una canzone su Trump. Ai tempi American Idiot era quasi un grido di guerra. Con Trump è diverso, c’è un veleno nella nostra cultura e siamo tutti davvero, davvero divisi, viviamo una paranoia che non avevamo mai sentito prima. È disgustoso. C’è un verso che dice: “We are rivals in the riot that’s inside of us”. Parla di quello che succede nella nostra cultura. Sta nascendo una guerra civile. Quando Mike ha aggiunto il basso la canzone è diventata un classico pezzo alla Green Day. In tutta la mia vita, non sono mai stato così orgoglioso di un singolo».

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