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Beyoncé e la libertà che passa per il corpo

In 'Renaissance' la popstar tiene assieme carne e spirito, personalità e comunità, straordinario e ordinario, sfacciataggine rap e devozione gospel. Dio è in chiesa, sulla pista da ballo e dentro di noi

Beyoncé

Foto: Mason Poole

Beyoncé ha aperto le porte del suo club, un luogo dove chiunque può essere il più figo al mondo. Renaissance tiene assieme varie epoche della musica da ballo per evocare tanto la fiducia in sé stessi quanto la connessione con gli altri tipiche d’una serata passata fuori a ballare. Il bello del settimo album di Beyoncé sta nel modo in cui convivono lo straordinario e l’ordinario, una dualità che si ritrova sulle piste da ballo che hanno ispirato Renaissance, e in tutti noi. Lo senti in Cuff It, dove Dio è uno che puoi incontrare, e in Cozy, dove Dio sei tu. Lo senti in Alien Superstar nel modo in cui Beyoncé afferma contemporaneamente il suo dominio incontrastato e la tua unicità. In Renaissance, l’energia e la boria da dancefloor diventano amore per sé stessi.

Beyoncé è ai massimi livelli di sbruffonaggine, qui. È la prima fan di sé stessa. “Sono una di uno. Sono la numero uno. Sono la sola”, canta in Alien Superstar. La maniera in cui si mette in mostra deriva dall’hip hop, è un modo per far fuori ogni competitor e allo stesso tempo promuovere un’idea di comunità. Affermare di continuo la superiorità sulle altre cantanti sperando al tempo stesso d’ispirarle può sembrare contraddittorio. M’è capitato di parlarne con varie rapper tra cui Megan Thee Stallion, che è diventata una superstar grazie ai suoi versi spinti e al suo impareggiabile sex appeal. «Hai tutto il diritto di dire che sei la migliore», afferma Megan, «solo una persona insicura s’offende se lo dici. E se si offende, lo fa per i motivi sbagliati. Una donna afferma d’essere la numero uno? La cosa non mi tocca perché anch’io lo penso di me stessa».

Lo pensa di sé e, al tempo stesso, proietta un’immagine e assume atteggiamenti che spera siano in qualche modo accessibili alle sue fan, che l’avvicini a loro. È quel che fa Beyoncé quando in Renaissance si mostra consapevole del suo fisico, della sua mistica e della sua desiderabilità, e ci mette tutta l’enfasi che può. È una sensazione che chiunque si sia sentita bella anche solo una sera conosce. Essere “that girl” non toglie a nessuno la possibilità di essere “that girl”, anzi. Come in Formation dove lei “spacca”, ma anche tutti noi possiamo farlo, il modo in cui Beyoncé flexa in Renaissance è al tempo stesso personale e inclusivo. Siamo tutti invitati – anzi, siamo sfidati – a mandare a puttane la serata (Cuff It), a muovere il culo come se fossimo del Sud (Church Girl), a darci dentro (Thique).

In Renaissance, Beyoncé riesce a unire lo straordinario e l’ordinario. Nel contesto dell’album il singolo Break My Soul, che in un primo momento è sembrato un cosplay della classe lavoratrice, contribuisce a tenere insieme il disco e il suo essere una performance artistica in cui si empatizza con vite e desideri che non corrispondono con quelli della cantante. È il tipo di empatia che troviamo in Pure/Honey, dove l’artista canta di problemi che non dovrebbe conoscere grazie alla sua ricchezza e al suo status: “Saltiamo in auto, un quarto di serbatoio di benzina, il mondo è in guerra, i soldi scarseggiano”.

Sono passaggi come questi a caratterizzare Renaissance, anche se il pezzo più potente e autentico in questo senso è probabilmente Church Girl. Fin dai tempi delle Destiny’s Child, Beyoncé ha parlato apertamente del suo credo cristiano e perciò il modo in cui mette assieme nella canzone sacro e profano ha qualcosa di commovente. Su un campione di Center of Thy Will del leggendario gruppo gospel delle Clark Sisters, Bey invita a muovere il culo con fervore e a godere di una libertà senza limiti. “Nessuno mi può giudicare, tranne me”, dice a dispetto di quel che afferma la Bibbia a proposito del giudizio di Dio. È evidente che al Club Renaissance la divinità è nei nostri corpi: è nella chiesa, è sulla pista da ballo, è dentro di te.

Tradotto da Rolling Stone US.

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