Beijing Calling | Rolling Stone Italia

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Beijing Calling

La pandemia, la gentrificazione, la censura governativa, i poliziotti in borghese e un controverso reality show stanno uccidendo la scena underground. È una storia di protesta, libertà, resistenza. E di un boom che sta normalizzando il rock

Proprio come Pechino, il Dusk Dawn Club – o DDC, come lo chiamano i suoi frequentatori – mischia secoli di storia in un riflesso al neon. Si trova al centro del distretto trendy di Gulou, in una delle sue tante stradine di pietra male illuminate, ospitato in un cortile tradizionale adornato da lanterne di carta. I gruppi rock si esibiscono in un salotto riconvertito a sala concerti mentre i fan le ascoltano dalla veranda, cercando di vedere qualcosa attraverso le tapparelle rotte.

Ho visitato il Dusk Dawn Club in una calda sera di primavera del 2019. Le headliner della serata erano le Xiao Wang, una band di riot grrrl locali. La cantante Yu Yang esprimeva tutta la sua indignazione in mandarino, gli occhi chiusi, stretta in un top con disegnata una tigre. Il pubblico la abbracciava e bottiglie vuote le tintinnavano intorno ai piedi. Fuori, il barista apriva lattine di birra Great Leap, la scelta più sana; i cocktail erano tremendamente pesanti. La maggior parte della gente beveva birra, alcuni sorseggiavano le loro bottiglie di baiju, un alcolico a base di grano che risale alla dinastia Ming. Fuori era scoppiata una lite, due uomini si giravano attorno prendendosi le misure, prima di scoppiare a ridere e abbracciarsi. Poi un dj aveva messo su dei dischi della Motown e la gente aveva ballato per ore. C’era un’atmosfera di euforia, e non volevo andarmene. È stata l’ultima di tante notti che ho passato immersa nei club indie rock di Pechino.

Oggi il Dusk Dawn Club è chiuso – uno dei tanti piccoli club che hanno chiuso di recente, un altro altare muto di una scena un tempo vibrante. Nella sua breve e tormentata storia, la scena indie rock in Cina è sempre stata resiliente. I suoi musicisti sono stati imprigionati, messi a tacere ed emarginati, cacciati dalle loro case, rifiutati dalle famiglie. Eppure hanno continuato, in un modo che illustra la bellezza dell’arte in mezzo alla repressione e sfida le nozioni occidentali di ciò che protesta, libertà e speranza possono significare nella musica rock.

Ma ora, in un momento di prosperità e crescita senza precedenti per la Cina, le sfide a questa scena rischiano di annientare gran parte delle ragioni che la rendono straordinaria. Per i fan delusi la ragione della sua fine potrebbe essere la pandemia iniziata 1150 chilometri più a sud, a Wuhan, ma in realtà quella è stata solo una delle tante minacce che la scena indie rock cinese ha dovuto affrontare. Oltre al virus, l’aumento degli affitti, la gentrificazione, la censura governativa, una serie di giri di vite della polizia. E poi un controverso reality show in televisione. Metti tutto questo insieme e potrebbe non esserci cura per quello che sta accadendo al rock underground a Pechino.

Liu non aveva intenzione di cantare della censura e della polizia in Cina. La maggior parte dei testi che ha scritto per la sua band parlavano di nuovi amori, serate con gli amici e altri argomenti giovanili. Insiste nel sostenere che i pochi versi interpretabili come una protesta contro il governo e le autorità non fossero intenzionali. Gli chiedo se pensa che siano stati quei versi – e l’eccitazione che hanno generato nella scena indie rock cinese – a portare al suo arresto. «Non lo so», risponde, «sul serio, non lo so».

Liu ha fondato la band nei primi anni ’10 e presto è diventata nota a Pechino, suonando in tutti i locali più famosi della città. Ben presto i suoi compagni hanno cominciato ad andare in tour da solisti in tutto il Paese. Erano influenzati dal punk occidentale molto più della maggior parte dei loro coetanei: urlavano allegramente brani che parlavano di bere e fare festa, erano coperti di tatuaggi, suscitavano più di un dubbio nei loro genitori. «È difficile creare una propria fanbase in Cina», afferma Liu. «Le band dipendono dalle loro etichette e ci vogliono circa 10 anni perché una band diventi conosciuta. Ma noi ce l’abbiamo fatta» (Rolling Stone ha cambiato i nomi di Liu e dei suoi compagni di band e alcuni dettagli identificativi, e ha lavorato con la band per verificare la loro storia in modo sicuro).

In breve le etichette avevano cominciato a bussare alla loro porta e una di queste aveva pubblicato il loro primo album. (Era stata una decisione facile: Liu era «il miglior frontman in Cina», mi dice uno dei massimi dirigenti dell’etichetta). Era un disco sfrontato, influenzato dal garage rock occidentale, su cui Liu urlava in mandarino. La critica musicale cinese aveva elogiato la band e i marchi di streetwear più cool gli avevano offerto delle partnership. «Stavamo ricevendo molta attenzione per ciò che rappresentavamo», dice un altro membro della band, Winston, nato e cresciuto in Occidente. «Il nostro atteggiamento, il nostro abbigliamento, la nostra visione della vita erano diversi».

Insomma, stavano diventando gli emblemi della cultura del DIY in Cina. Ma con la loro nuova celebrità stavano anche attirando un’attenzione indesiderata: la band racconta che dopo che uno di loro aveva litigato con un’amica, questa li aveva denunciati alla polizia affermando che spacciassero droga. Una mattina la polizia aveva fatto irruzione nel loro appartamento e aveva arrestato Winston e Liu. Trovando resti di marijuana su un tavolo, li avevano incarcerati per diversi giorni.

Anche se per loro era il primo arresto, non si trattava di una situazione sconosciuta per Liu e Winston. Nell’ultimo decennio, la polizia sotto copertura è diventata una presenza costante tra le scene musicali delle più grandi città cinesi, in particolare Pechino e Shanghai. Vanno nei club se ricevono segnalazioni sull’uso di droga e la loro presenza tende a spaventare il pubblico. Se un locale è economicamente in difficoltà, la presenza di poliziotti in borghese può accelerarne la scomparsa.

Un organizzatore di concerti di Shanghai mi ha raccontato che lui e i suoi amici spesso giocano a “trova il poliziotto” quando vanno a una serata, cercando un uomo sui 30 o i 40 anni vestito in modo esageratamente cool, con una bottiglia di birra ancora piena in mano. I poliziotti in borghese possono, a loro discrezione, richiedere test delle urine ai presenti e arrestarli se trovano tracce di droga nel loro organismo. Sono anche noti per prendere informazioni su avventori e cantanti durante le serate, identificandoli grazie alle tecnologie di sorveglianza governative e presentandosi poi a casa loro per raccogliere campioni di capelli, che conservano più a lungo le tracce di droga. Quando l’organizzatore di concerti di Shanghai prevede un loro visita, dice, si rasa la testa.

Un artista di Pechino mi racconta che, anche se lì le incursioni della polizia sono meno frequenti che a Shanghai, lui e i suoi coetanei a volte si ossigenano i capelli dopo una serata per cancellare le tracce di droga.

A differenza di quanto avveniva anni fa, ora le incursioni della polizia sembrano concentrarsi esclusivamente sulla droga. «Prima gli agenti di polizia in borghese assistevano a uno spettacolo per vedere se una band cantava testi controversi o antigovernativi», afferma un dirigente discografico attivo a Pechino e Shanghai, «ora invece quelle cose vengono controllate in altri modi, quindi si concentrano solo sulle droghe».

La polizia è intervenuta anche nei festival musicali, provocando il caos. Un fotografo di Pechino ricorda di essere stato colpito dallo spray urticante della polizia nel 2018 al famoso Strawberry Festival di Hangzhou, una grande città del sudest. Durante uno show del gruppo post punk di Nanchino Re-TROS la folla aveva iniziato a pogare e la polizia era intervenuta. Paragona quanto successo a un film di zombie. «Ho visto improvvisamente tutte queste persone tornare verso di me con la testa china, ed ero confuso. Poi ho iniziato a sentire anche il gas. Era abbastanza per farti piangere».

Il Beijing Pop Festival del 2007. Foto: Chien-min Chung/Getty Images

L’aumento della presenza della polizia non ha conseguenze solo sui concerti. Il perenne rischio di essere arrestati ha anche creato un’atmosfera di profondo sospetto nella scena. Un cantante di Pechino faceva parte di una rock band emergente prima che un suo compagno di band venisse arrestato per uso di droga – denunciato, crede lui, da un amico. Poco dopo, il gruppo si era sciolto. Oggi è diffidente nei confronti di tutte le persone con cui parla, sia dal vivo ai concerti che su WeChat, una popolare app di social media, che mette insieme una chat, l’equivalente di Twitter e Facebook, l’e-mail e un portafoglio digitale.

«Le autorità sono molto brave a spingere le persone a denunciarsi l’un l’altra», afferma. «Ti arrestano e ti portano in questura, ti terrorizzano e ti minacciano. Dicono che se segnali altre 10 persone che si drogano ti ridurranno la pena. Quindi le persone si segnalano continuamente».

Il primo arresto di Winston, nato proprio durante una denuncia di questo tipo, è durato meno di una settimana. Ancora oggi ricorda il vuoto della sua cella. «Le pareti, il pavimento, ogni cosa era bianca. E la luce è sempre rimasta accesa. Era inverno, ma il riscaldamento era spento». Il tono si fa cupo. «Ci sono telecamere lì dentro, così possono vedere cosa stai facendo. A un certo punto stavamo facendo delle flessioni e una voce ci ha detto di smetterla».

Il fatto di avere dei precedenti ha cambiato la vita quotidiana di Liu e Winston. È stata fatta una annotazione permanente sulla carta d’identità di Liu e la cosa ha avuto anche una ricaduta sul permesso di lavoro di Winston. La polizia può costringere Liu a fare un test delle urine ogni volta che usa la sua carta d’identità per comprare biglietti di treni o aerei, per accedere a edifici pubblici o quando viene controllato a caso per strada. Se vengono trovate tracce di droga, finisce di nuovo in carcere. Liu insiste che dopo il suo primo arresto ha smesso con qualsiasi droga. Dice che è stato costretto a sottoporsi a test delle urine varie volte negli anni dopo l’arresto, ma comunque molto meno spesso di quanto non succeda normalmente agli ex detenuti. «Sto molto attento, non uso più la carta d’identità oggi. Uso il passaporto».

Nonostante questo intenso scrutinio, i mesi dopo la loro liberazione sono stati positivi. La band stava crescendo e i suoi membri riuscivano a vivere tranquillamente solo di musica. Avevano concerti organizzati in tutta la Cina e stavano per cominciare un tour all’estero. Stavano scrivendo canzoni per il nuovo album.

Una mattina, però, poco prima che partissero per un grosso concerto, la polizia ha perquisito di nuovo la loro casa. Stavolta Winston non c’era, ma Liu sì. La polizia l’ha portato in questura ed è stato denunciato di nuovo per uso di droga. Gli hanno fatto i test delle urine e del capello e hanno affermato di aver trovato tracce di droga. Nonostante le proteste di Liu, è stato condannato a due anni di rehab.

Anche Winston – che in quel momento era impegnato nel processo di rinnovo del suo visto – è stato portato in questura per un interrogatorio al momento di ricevere il nuovo passaporto. «Quando sono arrivato mi ero rasato completamente: tutto il corpo, le sopracciglia, la barba. Non perché pensavo di essere colpevole, ma perché non volevo dare loro la possibilità di inventarsi qualche accusa contro di me». Dopo un interrogatorio rapido, gli hanno ridato il passaporto, ma con un visto valido solo poche settimane e non mesi o un anno come al solito. «Mi è sembrato che mi stessero chiedendo gentilmente di andarmene». È ritornato nel suo Paese natale. Il tour e l’album sono stati cancellati.

Nelle sue prime settimane di carcere Liu ha sofferto di insonnia. «Era irreale», ricorda. «Non potevo credere che stesse succedendo proprio a me. Dovevo trovare una via d’uscita dal punto di vista mentale». Ha cominciato a leggere tanto, a parlare con i compagni di cella, tutti più anziani e condannati a pene più lunghe per droga. Ha meditato. La notizia del suo arresto non è stata data dai media cinesi.

«In Occidente, l’arresto di una band come la nostra avrebbe generato un casino e la notizia sarebbe arrivata sicuramente ai media e ai fan, che si sarebbero stretti intorno ai loro idoli», afferma Winston. «Se fosse arrivata sui media cinesi, la gente si sarebbe automaticamente dissociata da noi per proteggersi. Quando vivi in una dittatura, non vuoi cacciarti nei guai».

Liu è stato tranquillo durante il periodo in carcere. La notte prima del suo rilascio, i suoi compagni di cella gli hanno fatto una festa con tanto di torta fatta di frutta fresca che in qualche modo erano riusciti a procurarsi dentro il penitenziario. «Era deliziosa». Il giorno dopo la madre e la sua ragazza sono andati a prenderlo, sono andati tutti a cena e Liu ha incontrato alcuni suoi compagni di band nel loro bar preferito. Non hanno parlato granché del periodo in carcere.

Ma allora perché Liu e Winston sono stati arrestati? Ognuno di loro da risposte diverse.

«Stavamo avendo troppo successo per essere una band underground», dice Winston. «Quando abbiamo cominciato stavamo facendo qualcosa che non era mai stato fatto prima in Cina. Eravamo giovani e coperti di tatuaggi. Alcuni di noi avevano mollato la scuola. La nostra musica stimolava il pensiero critico: ti faceva capire che potevi fare le cose da solo, pensarla a modo tuo e che non dovevi per forza seguire i modi di vita tradizionali».

«Eravamo troppo liberi», conclude. «Se pensi alla storia cinese, ogni volta che il governo pensa che qualcosa sia fuori dal suo controllo e che stia diventando troppo grande si muove per soffocarlo».

Liu non è d’accordo. «Per loro non siamo nessuno. Era solo per la droga. A loro non piace e dato che eravamo associati con la droga ci hanno puniti. Ovviamente sapevano cosa stavamo facendo a livello musicale, ma eravamo troppo piccoli per impensierirli».

La versione che parla di repressione e del pugno duro dello stato contro i dissidenti sembra idealista e viene da una persona cresciuta in Occidente. L’altra, che sminuisce l’importanza del gruppo, è pragmatica e viene da uno nato a Oriente. La verità potrebbe stare nel mezzo: potrebbe darsi che il governo se la sia presa per il presunto uso di droghe da parte della band e che abbia deciso di punirla anche per reprimere il dissenso – perché cos’è la droga se non una forma di dissenso verso la produttività, la stabilità e il conformismo necessari alla società?

Alla fine le due diverse interpretazioni date dalla band al loro arresto l’hanno divisa. «Io me lo sentivo già da prima, sentivo che ogni volta che suonavamo eravamo sorvegliati», afferma Winston. «A quel punto era chiaro: avevamo raggiunto la vetta e non potevamo più salire in Cina. Dovevamo lasciare il Paese per andare oltre».

Winston ha pregato i suoi compagni di band di raggiungerlo in Occidente, anche temporaneamente. Ha parlato di potenziali produttori e collaborazioni, ha previsto altri problemi nel caso fossero rimasti in Cina. Ma i suoi compagni hanno rifiutato. «Sono nati e cresciuti in quell’ambiente e non ne sono mai usciti. Preferiscono sottomettersi a quello che il sistema dice e adattarsi al modo in cui opera». Winston e i compagni di band vivono ora un periodo di stallo. Lui non vuole lasciare il suo Paese e loro non vogliono lasciare la Cina.

Questo mi ha ricordato un momento nella mia conversazione con Liu poco dopo il suo rilascio. Gli ho chiesto se volesse lasciare la Cina. «Non penso che andarmene sia la soluzione, non voglio lasciarmi tutto alla spalle. Non ho fatto niente di male e non voglio scappare. Sì, a volte mi preoccupa il fatto che potrei essere arrestato di nuovo, ma non dovrei preoccuparmi perché sono innocente. Oggi non mi drogo più. Non voglio vivere nella paura».

Per ora, anche senza il loro membro occidentale, la band ha ricominciato a suonare e sta per registrare un nuovo album. Anche Liu sta lavorando a nuove canzoni, con testi che ha iniziato a scrivere durante la detenzione. «Non parlano del carcere, parlano del mondo. Perché penso che il mondo sia solo un carcere più grande».

Quando sono arrivata a Pechino, la musica rock mi ha fatto capire quanto occidentale fosse il mio sguardo. Il mio essere americana mi ha portata a dare per scontato che in un Paese totalitario la ribellione si sarebbe espressa come negli Stati Uniti, solo più di nascosto. Mi immaginavo i cantanti che si incontravano in segreto e protestavano contro il Partito comunista. In altri termini, immaginavo che le proteste fossero in stile occidentale.

Nel 2019 ne ho parlato con Michael Pettis, un americano che ha fondato l’etichetta indie rock cinese Maybe Mars. «Quando gli occidentali vengono in Cina si aspettano di vedere determinate cose», mi ha detto. «C’è chi pensa: “Beh, è una dittatura, quindi la scena musicale sarà fatta di punk incazzati col governo”. E invece no: la maggior parte degli artisti cinesi non si occcupa di poltiica. E in ogni caso se fai l’incazzato col governo qui finisci in carcere. Se lo fai negli Stati Uniti vendi più dischi».

I rocker cinesi hanno dovuto imparare in fretta. Non molto tempo fa, la musica rock occidentale era considerata spazzatura. Negli anni ’80, mentre le frontiere economiche e culturali del Paese cominciavano ad aprirsi, la musica pop anglofona ha cominciato a entrare, a partire da un concerto degli Wham! a Pechino nel 1985. Ma fino agli anni ’90 il rock era ancora vietato, il Partito comunista lo considerava controverso. Nel 1986, il cantante pechinese Cui Jian aveva pubbllicato Nothing to My Name, un pezzo che mescolava stili musicali cinesi e occidentali e che era diventato una specie di inno delle proteste di piazza Tienanmen nel 1989. Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 band più hardcore come i Tang Dynasty, pionieri del metal, e i Cobra, un gruppo rock tutto al femmnile, avevano cominciato ad avere successo. Ma il fatto che il genere fosse associato alla rivoluzione aveva spinto il Partito comunista a censurarlo in modo pesante.

Ding Wu dei Tang Dynasty a Hong Kong nel 2016. Foto: Visual China Group via Getty Images

Secondo Yaqiu Wang, un ricercatore di Humans Right Watch che si occupa della censura in Cina, la reputazione del rock era ben nota al Partito. «La musica rock in Occidente ha tutta una sua ideologia, che sfida le norme sociali e politiche», afferma. «Se questo spirito si fosse diffuso tra i rocker cinesi, il governo l’avrebbe visto senz’altro come una minaccia».

Ma negli anni ’90, mentre il rock era proibito in Cina, in America e in Europa andava forte. Le etichette discografiche stampavano dischi rock in quantità senza precedenti. Le copie invendute stavano diventando un problema che le etichette avevano deciso di risolvere come facevano altre industrie in quel periodo: mandandole in Cina affinché venissero riciclate o smaltite.

E così cinquant’anni di rock e punk erano arrivati in Cina tutti contemporaneamente. I Nirvana insieme a Blondie, i Galaxie 500 insieme ai Sonic Youth e ai Ramones. I rivenditori più svegli, mentre tenevano in esposizione i dischi meno problematici, conservavano un sacco di album di contrabbando nel retro, dove i ragazzini si riunivano ogni weekend per ascoltare e comprare materiale illegale. Si accalcavano per prendere i dischi e tirare fuori i libretti. «In un’occasione mi sono ritrovato le mani sporche di sangue, non so di chi», racconta Zhang Shouwang, il frontman del gruppo rock pechinese Carsick Cars. «Volevamo così tanto nuova muscia che prendevamo tutto ciò che potevamo».

L’arrivo di tanti album occidentali e il loro fascino pericoloso hanno stimolato la nascita di una seconda ondata di rock in Cina alla fine degli anni ’90. Le band hanno cominciato a mescolare influenze occidentali al mandarino. Gruppi rock influenti di Pechino hanno pubblicato album pionieristici e in alcuni casi cominciato a fare tour nazionali. A Nanchino si sono formati i P.K. 14, oggi un gruppo di culto, influenzati dai Joy Division.

Ma mentre il rock si diffondeva, veniva accolto con sempre più ostilità. I P.K. 14 si erano trasferiti a Pechino, racconta il frontman Yang Haisong, per sfuggire allo stigma di essere musicisti rock. «I nostri genitori, i nostri insegnanti e i nostri amici pensavano tutti che chi ascoltava o suonava musica rock era un soggetto pericoloso che si stava rovinando la vita», ricorda Yang. «La gente ti trattava come se fossi cattivo e non meritassi un posto nella società». Era uno status molto diverso rispetto a quello dei rocker occidentali. Ma questa generazione di rocker cinesi ha continuato, pur senza avere prospettive economiche o reti di sicurezza sociali, sfornando album su album in una rara dimostrazione di passione. Oggi, per le nuove leve del rock cinese, sono dei pionieri da venerare.

Alla fine degli anni 2000, mentre il governo cinese si preparava a ospitare le Olimpiadi di Pechino spendendo miliardi in nuovi edifici e infrastrutture in quello che gli economisti hanno soprannominato il party di benvenuto del Paese sul palcoscenico mondiale, la scena rock cinese è sembrata aprirsi al mondo. L’album di debutto dei Carsick Cars, prodotto da Yang, è diventato una hit nazionale e ha portato il gruppo a suonare in apertura al tour europeo dei Sonic Youth nel 2007. Shen Lihui, frontman dei Sober, ha fondato Modern Sky, che è oggi l’etichetta indipendente più grande in Cina, e organizzato il primo festival della label con gli Yeah Yeah Yeahs come headliner. I club attiravano folle, il D22 di Pechino è diventato qualcosa di simile al CBGB di New York (ha chiuso nel 2012).

Dopo il boom olimpico, nelle maggiori città cinesi sono arrivati i soldi. Shanghai specialmente è stata rivitalizzata e oggi il suo centro è pieno di grattacieli. L’hip hop e la musica elettronica dominano i club. Una sera a Shanghai nel 2019, a una festa in un magazzino industriale che sembrava uscita da Berlino o da Bushwick, ho guardato un set dell’etichetta e collettivo musicale Genome 6.66Mbp. La ragazza che lo teneva indossava un costume da Sailor Moon, le trecce e una mascherina chirurgica, che all’epoca portavano solo i pendolari mentre si avventuravano tra lo smog e che di lì a poco sarebbe diventata di uso comune.

Oggi Pechino rimane la capitale del rock in Cina, anche se le piattaforme di streaming come QQ Music e Duoyin hanno portato al successo band di tutto il Paese. Città come Wuhan e Chengdu hanno scene punk e post punk molto vive, in parte a causa delle larghe comunità di studenti universitari che ospitano.

Alcuni artisti rock cinesi sono famosi da anni. Gruppi come i Black Panther e gli Yu Quan e artisti solisti come He Yong riempiono gli stadi dagli anni ’90. Band taiwanesi come i Mayday e i F.I.R. hanno anche loro avuto una lunga carriera. Il concetto stesso di rock ha conosciuto un certo successo mediatico: il film del 2017 City of Rock segue il frontman di una band mentre assembla la sua squadra per suonare canzoni piene di stereotipi sul genere. È un film interessante perché mentre popolarizza il rock, allo stesso tempo evita di associarlo ai toni di ribellione che ha in Occidente. Sembra chiedere al suo pubblico: come fa una musica di dissenso sociale a proliferare in una società autoritaria?

Per alcuni fan occidentali del rock cinese, la risposta è: grazie alla sua radicale sincerità – col trattare temi come l’alienazione, l’ansia e lo sconforto. Ricky Maymi, chitarrista del gruppo di San Francisco The Brian Jonestown Massacre, ha visitato la Cina per la prima volta nel 2015 e ci è tornato otto o dieci volte. Con la sua azienda Far Out Distant Sounds distribuisce dischi rock cinesi in Occidente e ha portato i rocker pechinesi Cui Wan e Birdstriking in tour con lui.

«I musicisti della scena rock cinese stanno trovando in essa un posto dove mettere idee e sentimenti che altrimenti nella loro cultura non avrebbero un posto», afferma. «La loro musica ha davvero cuore, non c’è alcuna ironia. Per questo ha un grande potere, una magia che la musica occidentale non ha più da tanto tempo».

I Carsick Cars nella capitale. Foto: Peter Parks/AFP via Getty Images

Il sistema di monitoraggio del governo cinese segue 1,4 miliardi di cittadini ogni giorno, senza contare i turisti. Milioni di funzionari hanno il compito di monitorare post e chiavi di ricerca sui social e di compilare report per le autorità. Gran parte dei 500 milioni di telecamere di sorveglianza hanno sistemi di riconoscimento facciale e contribuiscono a diverse reti di gestione e controllo dei dati con nomi come Sharp Eyes, City Brain e Skynet (sì, come nei film di Terminator, che in Cina sono famosi). Un’analogia spesso citata, coniata dallo studioso Perry Link, è che la capacità di controllo del governo è come «una gigantesca anaconda acciambellata su un lampadario appeso al soffitto: non gli serve agire per spaventare le persone e farle comportare come vuole».

Yaqiu Wang di Humans Right Watch è più esplicita: secondo lei l’apparato di sorveglianza è parte integrante dello Stato autoritario. «Il governo cinese vuole controllare i discorsi e le idee delle persone che vogliono essere indipendenti. Considera chiunque voglia autonomia come una minaccia».

Eppure, da turista, è facile ignorare questi aspetti quando sei presa da quel che il Paese offre. Come donna per metà cinese che è cresciuta in Occidente e che si è sempre sentita fuori posto, l’esperienza di essere circondata da persone come me è stata nuova. Mi ha fatta sentire forte. Il ricordo di quel periodo nel 2021, quando negli Stati Uniti ci sono episodi di violenza contro gli asiatici, è agrodolce.

Apparentemente la vita in Cina va avanti tranquillamente in parallelo con le restrizioni. Le telecamere di sorveglianza si fondono con gli alberi. I musicisti la cui musica è vietata non sono perseguitati: semplicemente i loro dischi non sono messi in vendita. WeChat è sorvegliato, ma è impossibile trovare una persona sotto i 50 anni che non lo usi. Nel periodo che ho passato in Cina mi è stato più facile accettare la sorveglianza di quanto non lo sia a casa mia, a New York. Quanto era diverso usare WeChat dall’avere il GPS del mio telefono che sa sempre dove mi trovo? Quando sono stata a piazza Tienanmen, un turista australiano mi ha chiesto perché non mi sono scomposta minimamente vendendo le guardie armate di pattuglia tra la folla: è perché ogni mattina quando vado al lavoro vedo la stessa scena a New York.

Ma è proprio questo senso di normalità che dimostra come la repressione sia pervasiva. Un pomeriggio a Pechino mentre camminavo verso il mio Airbnb mi è stato presentato via chat Winston, che era già stato deportato nel suo Paese di nascita. Non abbiamo parlato a lungo. Siamo rimasti d’accordo che ci saremmo risentiti quando fossi tornata in America.

Pochi minuti dopo, la app è crashata. Sono rimasta scossa, ho provato a riavviarla ma non ci sono riuscita. Ho provato ad aprire una app tipo Uber che usavo per spostarmi: anche quella non funzionava.

Circa 15 minuti dopo ci ho riprovato: niente. È stato allora che ho notato un uomo basso, con la testa rasata, che indossava una maglietta e dei jeans e che mi seguiva. Mi ha guardato fisso – un’esperienza che mi era già capitata varie volte in Cina, perché spesso la gente mi si è avvicinata per chiedermi di dove fossi. Ma lui mi guardava in modo diverso. Ho girato l’angolo. Lui non si è mosso.

Qualche ora dopo le app hanno ripreso a funzionare. Il giorno dopo ho rivisto lo stesso uomo, vestito allo stesso modo, sempre vicino al posto dove alloggiavo. In entrambi i casi mi fissava. Mi sono chiesta si se trattasse di sorveglianza o solo di una coincidenza.

La mia situazione era già un lusso. In Cina il dissenso espresso a parole o nella musica può portare a gravi cconseguenze per gli artisti, che siano cittadini o turisti. La popstar cantonese Denise Ho è stata esiliata nel 2015 dopo aver protestato contro la politica cinese a Hong Kong. Nel 2018 una celebre influencer è stata detenuta per cinque giorni per aver cantato l’inno nazionale in modo che il governo ha giudicato irrispettoso. Il principale compositore di Glory to Hong Kong, l’inno delle proteste del 2019, è latitante per paura di subire conseguenze; quello stesso anno il cantante rock Li Zhi è scomparso dopo aver cantato in ricordo della repressione di piazza Tienanmen 30 anni fa. Gli artisti uiguri sono pesantemente marginalizzati sui media. E la Cina ha spesso censurato gli artisti e i contenuti LGBT. C’è un motivo se Ai Weiwei, il prolifico visual artist cinese e ancor più prolifico critico del governo, si rifiuta di ascoltare musica: dice che nella sua esperienza la associa alla propaganda.

Jasmina Lazović, program coordinator di Freemuse, una ONG internazionale che si occupa di libertà di espressione, afferma che il governo cinese è «molto consapevole di come mobilitare le persone tramite la musica e l’arte. Tenendo presente le dimensioni delle violazioni dei diritti umani in corso in Cina, la sicurezza degli artisti non va sottovalutata a livello internazionale».

Artisti occidentali sono stati in passato banditi dal Paese per aver manifestato sostegno per l’indipendenza del Tibet, annesso alla Cina nel 1950. Dopo che Björk ha gridato il suo sostegno al Tibet durante un concerto a Shanghai nel 2008, le è stato impedito di tornare in Cina. Altri artisti che hanno suonato a concerti in solidarietà per il Tibet o manifestato sostegno per il Dalai Lama sono stati messi al bando, come Lady Gaga, gli Oasis e i Maroon 5. Altri artisti sono stati messi al bando per i loro comportamenti, come Justin Bieber, o per i loro testi inappropriati, come Jay-Z. Mentre ero a Pechino ho scoperto che Björk è un barometro dell’estensione del Grande Firewall, l’internet cinese pesantemente ristretto. Sul motore di ricerca più usato in Cina, Baidu, cercando “Bjork” si trova una breve biografia e una limitata discografia; cercando “Bjork Tibet” non si trova niente. 

E questa è solo la musica che compare nei motori di ricerca. Per pubblicare un album, gli artisti e le etichette cinesi devono prima avere a che fare con la burocrazia. «Oggi passa tutto attraverso un processo di censura, ma non c’è nessun censore e nessuna lista di ciò che è permesso e di ciò che è vietato», spiega Nevin Domer, un musicista metal ed ex operations manager dell’etichetta Maybe Mars. «Per pubblicare un disco devi mandare tutti i tuoi materiali a un editore, che è un’azienda in parte controllata dal governo a cui l’etichetta deve pagare una quota. Se l’etichetta non ottiene l’approvazione, la fabbrica non può stampare i dischi». I materiali da inviare includono tutti i testi, informazioni sui membri della band, le loro carte di identità, i brani e tutto il testo che sarà stampato sui libretti. L’editore può essere capriccioso nel suo verdetto e se un album viene rifiutato – come spesso accade – l’etichetta deve ricominciare la procedura da capo con un altro editore.

«È una strategia di censura che consiste nel farti finire perso in mezzo alla burocrazia», afferma Humans Right Watch.

I musicisti che hanno avuto a che fare con questo processo affermano che lo spettro della censura li segue ovunque, in particolare quando parlano con gli occidentali. Ma per alcuni di loro è ancora più importante non far sì che la loro reazione a tale censura li definisca. Per questi artisti, resistere vuol dire continuare a fare arte in un sistema che è contro di loro. In questo clima, l’etica punk finisce per abbracciare la creazione di arte piena di bellezza e persino di ottimismo, cercando di portarla avanti più a lungo possibile.

«La gente ci chiede spesso perché non critichiamo la censura, ma penso che sia una domanda sbagliata», afferma Zhang dei Carsick Cars. «La cosa più importante è assicurarci di poter continuare a fare musica in Cina. Penso che questo ambiente ci spinga ancor di più a scrivere dei temi che sono davvero importanti per noi».

Yang Haisong dei P.K. 14 la pensa allo stesso modo. «Non scrivo canzoni contro qualcosa. Come artista, farlo significa cadere in trappola. Come musicista, devi scrivere dei tuoi sentimenti per trovare te stesso. Non può esserci solo rabbia. Non voglio combattere usando le mie parole, non mi farebbe bene».

Quando Zhang Jincan ha aperto il Dusk Dawn Club nel 2014, il quartiere Gulou di Pechino era pieno di club scalcagnati che suonavano rock. C’era lo School Bar, un buco frequentato da punk stretto tra un tempio buddhista e un KFC. Poco lontano c’era il Temple Bar, un loft grande e pieno di fumo che sembrava trasportato lì di peso dal Midwest americano. E poi lo Yugong Yishan, un bar in un cortiletto in cui suonavano spesso artisti internazionali e si tenevano mostre fotografiche. E infine il più famoso di tutti, la Mao Livehouse: un piccolo club con le pareti ricoperte di graffiti e l’impianto audio più potente della città.

Solo lo School Bar è ancora aperto. «Di recente sono stato a Gulou ed è completamente diverso. È tranquillo. Troppo tranquillo», afferma Zhang. «Non penso che la scena musicale possa più trovare un posto nel centro di Pechino. È andata».

Il Dusk Dawn Club e il Temple Bar sono stati gli ultimi due locali a chiudere. C’entra il coronavirus: i locali notturni sono rimasti chiusi per oltre otto mesi e sono stati tra gli ultimi esercizi commerciali a riaprire, insieme ai cinema. Il Dusk Dawn Club ha sofferto duramente la mancanza di entrate. «A maggio 2020 non speravamo più che la situazione della pandemia in Cina potesse essere tenuta sotto controllo», afferma Zhang. «È stato un disastro». Dopo aver riaperto, il Temple Bar ha cominciato a ricevere più attenzioni da parte delle autorità il che ha portato i proprietari a imporre regole più restrittive sulla durata degli show e a chiudere temporaneamente per adeguare i locali alle regole sanitarie. Alla fine, dopo non essere riuscito a prolungare l’affitto degli spazi, il locale ha dovuto chiudere lo scorso gennaio.

Quando i club superstiti avevano cominciato a riaprire a settembre 2020, erano sempre affollati. La quarantena aveva voluto dire mesi di musicisti che facevano concerti in streaming da casa loro. C’era bisogno di sfogarsi. Ma alcune di queste riaperture sono durate poco. La chiusura del Temple Bar ha mostrato che i locali di Gulou potevano chiudere per i problemi pre coronavirus. Per organizzare un concerto in Cina, sia gli artisti che il locale hanno bisogno di una licenza che non è facile ottenere. L’artista deve inviare i propri testi, la propria carta d’identità e i video di altri concerti precedenti a un censore, che può rigettare la richiesta in caso ritenga i testi o le performance offensive. È lo stesso procedimento che si fa per pubblicare un disco. I locali invece devono essere collocati all’interno dei quartieri designati come zone culturali e a Pechino queste zone tendono a sorgere lontano dal centro. Dopo aver chiuso nel 2016, ufficialmente per l’aumento dell’affitto e i problemi con la polizia, la Mao Livehouse aveva riaperto in una di tali zone, circa a 30 km da Gulou.

«È solo questione di tempo prima che il governo riesca a cacciare fuori dalla città gli ultimi locali rimasti, che finora sono riusciti a stare aperti grazie ai loro guanxi, i loro contatti, e grazie al fatto che sono aperti da tanti anni. Ma alla fine ce la faranno», afferma Domer. «Gli unici spazi per concerti saranno quelli nelle zone culturali designate».

Dal canto suo, Zhang del Dusk Dawn Club crede che la scena di Pechino possa sopravvivere facendo qualche compromesso. Anche se al momento si sta concentrando sulla gestione del club gemello del Dusk Dawn Club, il DDC Aranya – che sorge in una gated community sul mare a 300 km dalla capitale – nei suoi piani c’è di aprire un nuovo DDC a Pechino in autunno. Sarà all’interno di un centro commerciale a Chaoyang, un distretto a est di Gulou, non così lontano rispetto ai luoghi dove sono state costretti a spostarsi gli altri locali quando sono stati cacciati dal centro. «Sono fortunato», dice. Ma allo stesso tempo riconosce il fatto che quella zona non ha una vera scena musicale e che un altro locale aperto da quelle parti, il Lantern, è stato chiuso dal governo dopo appena un mese. Ma, aggiunge, «ho spiegato al proprietario le mie preoccupazioni e lui mi ha detto che mi aiuterà se ne avrò bisogno».

Secondo Helen Feng, cantante del gruppo rock pechinese Nova Heart ed ex VJ di MTV Cina, la censura e l’attenzione spropositata nei confronti dei club non sono indice di un tentativo di sopprimere l’arte e la musica in quanto tali, quanto iniziative volte a supportare la gentrificazione e lo sviluppo economico del centro della città. La cultura e la musica sono vittime collaterali di tutto ciò, spiega, non la causa scatenante. «La gente sbaglia quando pensa che il grosso della pressione sulla scena venga dal governo. Viene dall’economia», dice Feng, che vive tra Pechino e Berlino.

La gentrificazione e la riqualificazione urbana – che, come celebra spesso il Partito, sta facendo crescere la classe media cinese – potrebbero anche essere temporanee e anticipare una crisi economica. «Solo un idiota può pensare che le cose continueranno ad andare bene all’infinito. E in Cina le cose vanno bene da 40 anni. Nessuna economia è in grado di continuare così tanto a lungo. È impossibile», continua Feng. «La Cina è governata da un regime totalitario che è terrorizzato dai suoi stessi cittadini, che è una situazione unica. È un regime totalitario terrorizzato prenderà molto rapidamente decisioni che le democrazie non possono prendere».

L’estate scorsa è andata in onda sul sito di streaming online iQiyi la seconda stagione del reality show 乐队的夏天 (di solito tradotto come The Big BandSummer Rock Show).

Si tratta di un talent tipo American Idol per band indie rock la cui prima stagione, nel 2019, ha fatto da volano a vati gruppi tra cui i vincitori New Pants. La seconda stagione è stata un successo persino maggiore, anche perché stata data in pasto a una popolazione annoiata e costretta in casa: 170 milioni di spettatori hanno guardato 33 band di varie età suonare, venire eliminate e fare confessioni di fronte alle telecamere. 

Non era la prima volta che un talent musicale faceva esplodere una sottocultura trasformandola in una moda nazionale – lo show precedente su iQiyi, 中国有嘻哈 (tradotto come The Rap of China) è stato un gran successo nel 2018-2019 – ma ha significato un incremento di popolarità senza precedenti per le band partecipanti. Quando alla fine del 2020 i bar e i locali per concerti hanno cominciato a riaprire in Cina, l’impatto era stato visibile: improvvisamente, band che fino a poco tempo prima erano sconosciute all’infuori di circoli ristretti di appassionati facevano tour in tutto il Paese e le loro canzoni venivano cantante nei bar karaoke accanto a quelle di BTS e Ariana Grande.

I vincitori dell’edizione, il gruppo post punk di Nanchino Re-TROS, erano abbastanza famosi già prima di partecipare – avevano suonato a diversi festival, erano stati fatti oggetto di un documentario e avevano aperto per i Depeche Mode e Xiu Xiu. Ora riempivano gli stadi. Altri gruppi sono cresciuti in modo simile: nonostante fossero stati eliminati subito, i Fazi, una band post punk di Xi’an, sono diventati così famosi che un loro concerto a Pechino è andato sold out in pochi minuti. «Il programma è stato un vero cambio di passo per la scena indie», afferma Zhang dei Carsick Cars. La sua band non è arrivata tra le 10 finaliste. «Ma anche noi adesso suoniamo di fronte al doppio del pubblico di prima. La gente ci riconosce quando prendiamo il treno o l’aereo. E dopo ogni concerto dobbiamo firmare CD e fare foto coi fan per un’ora e mezza buona. Non ci era mai successo prima».

Ma la cosa più improbabile che è successa è che lo School Bar – un localaccio di Gulou – è diventato un posto cool frequentato dagli influencer. Dato che il locale veniva menzionato spesso durante il programma quando le band raccontavano ai giudici quali fossero i loro posti preferiti in città, i fan dello show hanno cominicato a frequentarlo nel tentativo di incontrare i loro idoli e farsi foto. «Quando lo School Bar ha riaperto c’era una fila che girava tutto intorno all’isolato, il locale era stracolmo», ricorda Domer. «Questo successo si è riflettuto anche sui concerti, anche se molti dei nuovi avventori se ne vanno via alle 11 e da quell’ora il posto si riempie di clienti abituali. Grazie a quel programma tv è diventato un posto trendy».

Per chi lo frequentava da prima, i concerti sono ora un’esperienza disorientante. «Rimaniamo sempre sconcertati dall’energia che vediamo. Ci sembra che ora conti molto la performance», afferma Krish Raghav, un artista che sta lavorando a una graphic novel sulla musica underground cinese. «Molte persone vengono ai concerti con lo stesso spirito con cui andrebbero al parco divertimenti. Come se avessero comprato il biglietto per l’esperienza di un concerto rock».

Anche altri muovono accuse simili allo show televisivo che ha portato il genere al successo. Una figura dell’industria musicale cinese che conosce il processo di casting del programma ha detto a Rolling Stone che i musicisti che sono finiti in carcere in passato non possono comparire di fronte alle telecamere. Anche i testi che questi musicisti cantano in tv vengono prima controllati. «Alcune di queste band sono molto sovversive, ma quando entrano nello show vengono sottoposte a una censura ancora più rigida», afferma Yang Cong, un fotografo di Pechino. «I loro testi vengono normalizzati, oppure devono scegliere di interpretare canzoni innocue».

Secondo Raghav il programma sta creando un modello che nuove band rock particolarmente ambiziose si stanno già preparando a seguire. «È un tipo di indie rock molto normalizzato, che non ha niente da dire, che suona bene e che viene abbinato a una storia che funziona per la tv. Alcuni gruppi che mi piacciono hanno già cominciato a muoversi in quella direzione. La loro nuova musica suona diversa. È piena di energia positiva e frasi motivazionali, mentre in passato era arrabbiata e strana».

Zhang dei Carsick Cars fa notare che grazie alla popolarità dello show stanno venendo costruiti nuovi club – anche se sorgeranno fuori dalla città, nelle famose zone culturali – ben più grandi di quelli del passato, capaci di accogliere oltre 500 persone. «Forse è il lato negativo di questa popolarità della musica indie è che tutto diventerà più commerciale. Molti piccoli club stanno chiudendo mentre ne stanno aprendo di nuovi, enormi, in cui però le giovani band non possono permettersi di suonare. Quindi queste reagiscono facendo ricerca sul tipo di musica che la gente vuole sentire e finiscono per suonare quella».

Zhang è convinto che anche se la moda dell’indie rock in Cina passerà, il genere conserverà molti dei nuovi fan. «Alcuni di loro conoscono questo genere solo grazie allo show in tv e prima ascoltavano solo il K-pop. Forse alcuni se ne andranno quando la moda passerà, ma penso che molti continueranno ad ascoltare questa musica perché, sinceramente, è molto più sincera e potente del resto della musica pop cinese».

Se questi milioni di fan continueranno a seguire il genere, l’indie rock potrebbe essere popolare in Cina per molti anni. Il reality potrebbe durare ancora tante stagioni, spingendo nuove band verso il successo. Nuovi club apriranno, nuovi album verranno pubblicati. Il rock cinese potrebbe persino conoscere il tipo di successo globale del K-pop.

Ma se tutto ciò succederà, ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che i nuovi fan del genere non sapranno cosa si sono persi, perché non conoscono la paura, l’euforia, la solitudine e il senso di comunità che permeavano il rock cinese prima del boom. La sofferenza, la testardaggine, l’orgoglio che questa musica aveva prima che raggiungesse loro tramite la tv. In breve: non sapranno mai com’era il rock cinese quand’era vietato.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US