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Bauli in Piazza a Roma: «Ora riformiamo il settore dello spettacolo»

A sei mesi dalla prima volta, i lavoratori dello spettacolo tornano in piazza. Insieme a loro Manuel Agnelli, Brunori Sas, Renato Zero, Max Gazzé e uno striscione: «Governo, ora ci vedi?». Ecco com’è andata

Foto: Sirio Tessitore/NurPhoto via Getty Images

I primi bauli arrivano in Piazza del Popolo alle due del pomeriggio. Sopra il cielo è grigio e si parte alle cinque. Si attendono mille professionisti del settore, ma a fine giornata saranno di più. A sei mesi dalla prima volta a Milano, infatti, ieri pomeriggio a Roma è andato in scena il bis di “Bauli in piazza”, la manifestazione – che aderisce al movimento inglese “We make events” – dei lavoratori dello spettacolo che chiede diritti, tutele, certezze. Perché ok, fra una settimana si riparte, ma «la situazione resta drammatica per gli operatori e disastrosa per le aziende». Parola di Fabio Pazzini, direttore di produzione fra gli organizzatori della protesta. Ci parlo quando il flashmob è terminato, e i bauli che di solito contengono il necessario per un concerto – e oggi, invece, gli effetti personali dei manifestanti – hanno smesso di battere. Sono le sei ed è uscito il sole. Anche i pochi turisti intorno si sono fermati ad ascoltarne il rumore. Non che fosse rivolto a loro, ma tant’è: applaudono insieme a noi questa sorta di istallazione distopica fatta con rigoroso ordine e distanziamento.

E dire che le presenze, dalle cinquecento di sei mesi fa, sono intanto raddoppiate. «Significa che il momento è ancora più grave», riflette Pazzini. Cos’è cambiato da allora? «Niente. Le tutele che chiedevamo, quelle di tutti gli altri lavoratori, non sono arrivate. È un anno che siamo fermi». Precisamente, seguendo il count-down scandito nel flashmob, 419 giorni. «Spesso ci siamo mossi in maniera autonoma per farci sentire. Ma la pandemia ha dimostrato che ciò non porta da nessuna parte. Adesso stiamo facendo squadra. E in piazza c’erano tutti: attori, cantanti, creativi, scenografi, falegnami, facchini, fonici, elettricisti». Piotta dal retrobottega sorride: «Come ai tempi di Menenio Agrippa, che faceva da mediatore fra patrizi e plebei, anche noi abbiamo capito di essere un corpo unico, in cui ognuno è indispensabile all’altro».

Ampia coscienza di classe, quindi. Per ora, l’unica eredità buona di quest’ultimo anno. Del resto la lista dei presenti l’avrete letta ovunque, e fosse stato un festival ne sarebbero serviti, di stadi. Per capirci: Giuliano Sangiorni, Fiorella Mannoia, Manuel Agnelli, Brunori Sas, Renato Zero con messaggio registrato al seguito, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Diodato, Alessandra Amoroso. Ma anche Flavio Insinna, Carlotta Natoli. Con sé, portano i giusti riflettori. Ergo si concedono ai tanti giornalisti, partecipano alla piazza. Alcuni d’accordo con gli organizzatori, altri in autonomia. Protestano tutti dietro al proprio baule, insieme alle maestranze. Anche loro lo percuotono; anche loro indossano una maschera e la maglietta nera di “We make events”. Fra incazzato e funereo. Quasi non li distingui, non fosse che ne conosci bene l’aspetto. Emma: «Teatro, musica e cinema sono visti come un mondo meraviglioso, di svago; mai come ciò che sono davvero, cioè un insieme di persone che lavora. E che consente a noi artisti di mettere in scena i nostri show». Questione di diritti da riconoscere, concordano tutti. Non a caso c’è anche Aboubakar Soumahoro dell’Unione sindacale di base. «È un problema strutturale», racconta. «La ripartenza deve avvenire stabilendo le necessità degli operatori. Chi genera cultura è portatore di ossigeno per la società. In quanto tale, non può essere asfissiato dal precariato».

Foto: Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images

In un ambiente come quello dello spettacolo, in cui per retaggi e manchevolezze ataviche i professionisti sono difficili da tracciare e accorpare, senza quel riconoscimento specifico che ancora latita i suoi operatori risultano invisibili in primis alle istituzioni. E – l’abbiamo notato – sono proprio gli invisibili i primi a finire in ginocchio, in un momento di crisi. Altro che tutele. Ma come ripetono artisti e tecnici, questo disastro deve diventare un’opportunità per una riforma. «Sono speranzoso, ma ci servono subito leggi all’avanguardia», precisa Bebo de Lo stato sociale. Lui, con la sua band, la prossima estate sarà in tour. «Ma il problema resta: non ci salverà l’assistenzialismo, serve il rilancio della filiera. Perché con la cultura si può mangiare, e quando lo si fa è anche bello. Certo è ora che l’Italia si muova per garantirlo». Per questo, oltre ai sostegni economici, Bauli in piazza chiede di rivedere almeno i termini di previdenza e assistenza dei lavoratori. Rodrigo D’Erasmo, di sintesi: «Chiediamo il riconoscimento professionale di tutte le maestranze. Devono avere le tutele degli altri. La maggior parte di loro non cerca elemosina, sono imprenditori di sé stessi. E insieme lavoriamo per quando la pandemia finirà». Aggiunge Max Gazzè: «Vogliamo rappresentanza istituzionale e parlamentare, ce n’è bisogno».

Tra l’altro, l’artista romano è uno dei più cercati dalla stampa prima e dopo il flashmob, perché già dallo scorso anno era salito in prima linea a difendere i diritti dei precari della musica. Ed era stato, tra l’altro, il primo a ricominciare a suonare in estate. Ma poi a questo giro siamo pronti a ripartire? «Ci servono linee guida certe, anche solo qualora cambiassero le condizioni esterne, come poi è normale che sarà. Non possiamo permetterci un altro lockdown senza indicazioni per il nostro settore. Dobbiamo poter lavorare in maniera decente. Vediamo affollamenti ovunque, sugli autobus, in piazza: perché non a teatro? Il Ministero fa finta che queste migliaia di persone non esistano». Migliaia di persone che, oltretutto, sono altamente formate. «Il rischio è che molti cambino lavoro, generando un impoverimento qualitativo dei tecnici. Che è una cosa che mi aspetto nei prossimi mesi», confessa D’Erasmo. Di più: «Una riforma aiuterebbe i giovani: potrebbero tornare a sognare di lavorare in questo mondo; ora, con quest’immaginario, chi glielo fa fare? Per non parlare dei club: quanti, in grado di riaprire? Stiamo perdendo punti di aggregazione. Sarà una ripartenza tragica».

Forse sarà per questo, allora, che la ritualità di Bauli in piazza – cioè picchiare sui bauli vestendosi a lutto, fare rumore come una sorta di marea nera di invisibili e dimenticati, fra maschere teatrali e fumogeni – questa volta ha avuto un carico emotivo anche superiore: facce piene di tensione, volti fisiologicamente più scuri di come lo erano nel backstage, qualcuno che ha portato i figli con sé; c’è la sensazione di un “adesso o mai più”, che si tratti di ripartenza o riforme. E c’è la voglia, soprattutto, che il rumore venga ascoltato, che non ci sia bisogno di un terzo capitolo della manifestazione. Per trovare collaborazione, come dicono loro nel manifesto, «interministeriale». Non a caso, il flashmob si è aperto con uno striscione con scritto: “Il governo non ci vede”. Alla fine, è stato sostituito da un altro: “Governo, ora ci vedi?”. La risposta, la si legge sui volti di tutti i manifestanti quando esce il sole, sono le sei, i giornalisti dopo aver raccolto le dichiarazioni sono andati via, il boato dei bauli è finito e Piazza del Popolo, prima congestionata dalla protesta, è tornata alla normalità di turisti in blanda passeggiata: chissà.