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Battiato era anche un grande arrangiatore: 10 canzoni che lo provano

Loop alla Philip Glass, sintetizzatori ipnotici, archi classicheggianti: da Gaber a De Gregori, il Maestro ha collaborato con tantissimi artisti. Ecco le idee più brillanti che ha trovato per loro

Franco Battiato nel 1988

Foto: Rino Petrosino/Mondadori via Getty Images

«Al di là delle differenze formali, ciò che trovo invariabilmente presente in tutti i miei lavori è una ricerca costante della bellezza, dell’armonia, della fluidità delle soluzioni che si muovono all’interno di ogni linguaggio prescelto».

Parliamo ancora di Franco Battiato poiché la sua scomparsa ci porta a fare più di una riflessione sul suo lavoro in modo da esorcizzarne la perdita. C’è un aspetto di Battiato, tra i tanti, che è stato importante per l’evoluzione del pop italiano: il suo ruolo di arrangiatore. Che gli arrangiamenti dei suoi brani siano caratterizzati dal dettaglio e dalla capacità di inserire in una stessa canzone input musicali che normalmente cozzerebbero tra loro è evidentissimo. Ma basta poi dare un’occhiata al documentario sui quarant’anni de La voce del padrone per capire che tali input sono centellinati e incastonati anche e soprattutto in maniera subliminale: motivo per cui non è tanto importante il suono che per primo sale all’udito quanto quello che lo sottende e ne è fondamenta.

Sequencer impazziti che stanno dietro a un volo d’archi, cori di alpini, cantanti liriche, batterie elettroniche ibridate con set normalissimi, pianoforti pilotati da computer e la voce di Franco che si doppia, si sdoppia e si pronuncia in tecniche vocali “arcaiche” ma piazzate in maniera calibrata. Il minimalismo del complesso ritmico/armonico/melodico/effettistico è la grande forza del Maestro, tanto che spesso i concetti di produzione, arrangiamento e canzone sono sinonimi. Almeno per quello che concerne le sue mansioni per il suo fedele “giro” (le varie Alice, Giuni Russo, Milva, ecc): ma ci sono anche degli esempi in cui Battiato arrangia per artisti al di fuori della sua factory, a volte anche non accreditato ed è proprio in quel momento che si vede la stoffa di chi, piuttosto che mettersi al primo posto, scrive a servizio della canzone e della personalità dell’autore di turno. Abbiamo voluto, per questo, fare una carrellata di 10 esempi molto interessanti.

“Polli d’allevamento” Giorgio Gaber (1978)

Nel 1978 Gaber scrisse l’omonima pièce di teatro canzone all’ombra degli anni di piombo italiani, analizzando il crollo verticale di una possibile massa rivoluzionaria che all’azione diretta preferisce quella programmata. Un “belpaese” in cui il consumismo americano si è mangiato tutto, esportando anche la trasgressione come fosse un barattolo di carne in scatola. L’opera è chiaramente un pugno allo stomaco a causa del quale l’autore sarà quasi linciato sia da destra che da sinistra, in un periodo in cui la violenza in Italia era cosa ordinaria. Giorgio chiama Battiato e Giusto Pio ad arrangiare l’intero lavoro. Gaber infatti fu quello che scoprì Battiato nel suo periodo beat di protesta dei ’60 e i due sono reduci da L’Egitto prima delle sabbie e Motore immobile: sa che sono gli unici in grado di mettere insieme canzone e avanguardia, provocando una dicotomia straniante adattissima per la narrazione. E così infatti sarà: la title track, descrizione di una gioventù che agisce per inerzia imboccata dal potere credendo di fare chissà quale rivoluzione sociale è arrangiata efficacemente dal dinamico duo in maniera simbolica: citano l’arrangiamento di I Got You Babe di Sonny and Cher ponendo l’accento su una libertà che è solo mercato, una giovinezza spensierata come un gas esilarante in un lager, tutto spinette e harmonium e archi che esprimono infinita impotenza per questi ragazzi che vanno a manetta senza coscienza “finché non scoppia il cuore”. Il pezzo, costruito su soli due accordi, se circoscritto nella melodia dell’incipit è identico a Lettera al governatore della Libia che Franco scriverà per Giuni Russo negli ’80, tanto che viene il legittimo sospetto che non si sia fermato solo ad arrangiare ma anzi, abbia anche composto dietro le quinte.

“Tremilalire” Alfredo Cohen (1977)

Battiato e Pio con Alfredo Cohen, geniale cantautore fieramente omosessuale e fondatore del FUORI, hanno un rapporto quasi militante: a parte Valery poi diventato Alexander Platz, il trio lavora indefesso sull’album Come barchette dentro un tram, capolavoro/j’accuse in cui si mettono a nudo le conseguenze dell’emarginazione in modo totalmente hardcore e coraggiosissimo. In Tremilalire si assiste a una serie di marchette e di degradazioni nate dalla violenza dei “normali” verso chi è diverso da loro, anche se poi sono disposti, nell’ombra, a pagarli profumatamente per farci l’amore. Il tutto è essenzialmente reso da Battiato e Pio con arrangiamenti fatti di archi e mallet che ricordano la grande tradizione minimalista di Philip Glass, in un loop circolare che buca il cervello e spazi di metronomo libero a seguire il beffardo “ritornello”. Il piglio grottesco di Cohen sarà di grande lezione per Battiato, che riprenderà il “cinemino di periferia” su Venezia-Istanbul, quello dei due (uomini) che si tengono abbracciati, come in un omaggio sentito a Cohen e alla sua poetica applicata sul campo.

“Amore diverso / Vorrei svegliarti” Eugenio Finardi (1983/1985)

E a proposito di diversità, se c’è un artista col quale Battiato ha lavorato veramente in un altro modo è Finardi: amico di Franco fin dai tempi della Bla Bla, lo invitò a suonare il synth su Saluteremo il signor padrone dopodiché, nel momento del boom commerciale di Battiato, si rivolse proprio al suo team cambiando strada verso un pop sintetico di cui Dal blu è il manifesto. La canzone più bella dell’album è senza dubbio Amore diverso, dedicata da Finardi alla figlia Elettra, nata con la sindrome di down. È una stupenda ninna nanna vestita di un arrangiamento alieno, forse uno dei più potenti della storia italiana, con dei vuoti pneumatici e colpi di batteria da cuore in gola che fanno pensare a un affetto al di sopra delle sfere celesti. Pare che, non accreditato, Franco abbia messo la sua mano sapiente nell’arrangiare quelle Casio che suonano come catene di Dna in formazione e in quel minimal synth rigoroso tra tastiere e sezione ritmica che proprio nella totale freddezza trovano un pathos inarrivabile. D’altronde dietro alle macchine ci sono Luigi Tonet ed Enzo Titti Denna, oltre all’inseparabile Francesco Messina, gli stessi che troviamo in Orizzonti perduti di Battiato. Che è al medesimo modo sintetico, distante e quanto mai accorato nella sua profezia. Il sospetto viene confermato nel disco Colpi di fulmine di Finardi, con la sanremese Vorrei svegliarti, un’altra ninna nanna seppur al contrario (la storia di un fallimento amoroso incomunicabile), fatta di movimenti circolari di archi e macchinari elettronici, con pad ipnotici che sembrano proprio fratelli di Amore diverso. Nei credits Battiato e Pio – guarda un po’ – stavolta ci sono, ufficialmente arrangiatori.

“Buon umore” Denovo (1989)

Battiato è sempre stato attento anche alle nuove sonorità e ai giovani talenti: in Gommalacca questo sarà particolarmente manifesto, in quanto arruolerà gran parte dei giovani musicisti “alternativi” del periodo (tra i quali Morgan e una delegazione degli Africa Unite), ma già nel 1989 decise di produrre i Denovo, uno dei nomi di punta della new wave trasversale italiana, che in un certo senso investirà a suoi eredi in quanto peculiarmente siciliani. Nella produzione Battiato riesce a non influire troppo sugli arrangiamenti, concentrandosi più che altro sul suono, che avrà aperture tipiche dei suoi lavori anni ’90, rispettando le idee dei ragazzi. In Buonumore, il singolo di punta, invece esce fuori la mano di Battiato. Ancora una volta spunta una Casio “malefica”, con i suoi cromatismi di tastiera e la batteria elettronica ultra cheap, un’atmosfera alla E ti vengo a cercare, e un mood sognante e fumato.

“Il cuoco di Salò” Francesco De Gregori (2001)

De Gregori nel disco Amore nel pomeriggio ha una canzone che scotta: Il cuoco di Salò tratta un tema non facile, ovvero gli ultimi momenti della famosa repubblica fascista che cadrà sotto i colpi di partigiani e americani. Invece di parlare direttamente da uomo di sinistra col rischio di essere pleonastico, De Gregori parla con la voce di un umile cuoco, ingenuo e naïf, che trova su una nave che affonda (la repubblica di Salò). Molti hanno interpretato il pezzo come un segnale super partes di De Gregori, in realtà è una stoccata contro i fascisti, che continuano a stare su una barca che affonda di giorno in giorno e fa affondare anche l’Italia perché “si fa l’Italia e si muore, dalla parte sbagliata”. Ovviamente non poteva che chiamare Battiato ad arrangiare un simile pezzo, conoscendone la sottile e drammatica ironia già sfoggiata in Lettera al governatore della Libia e Poggibonsi, pezzi prettamente storico-politici del repertorio della Russo e di Milva. Per Il cuoco di Salò Battiato opta per un mix tra pianoforte/archi che ricordano la produzione periodo Povera patria, aggiungendo dei fiati dall’effetto militarmente grottesco. Classe da vendere e decadenza da spartire a piene mani per far emergere l’assurdità di una situazione in partenza mortifera e portata avanti in nome di un sudario chiamato nazione.

“ConFusione” PGR (2010)

Potremmo scegliere solo un brano da questo disco e invece lo citiamo nella sua interezza. Perché qui Battiato, come un Gesù delle sette note, riesce a far letteralmente a far resuscitare dei morti musicali: i PGR secondo chi scrive erano già le mummie dei CSI, a loro volta sepolcri inumati dei CCCP. Che i dischi dei PGR fossero deboli è evidente dal fatto che Battiato, una volta scoperto che il gruppo si è sciolto, decide di contattare Giovanni Lindo Ferretti per proporgli di riarrangiare dei brani del loro repertorio. A tutti gli effetti, Ferretti è l’erede di Battiato per potenza lirica, per cultura, per provocazione e per tensione spirituale, ma nello stesso tempo le sue scelte politiche, che in quel periodo sono all’apoteosi del contraddittorio, fanno arricciare il naso al Maestro. ConFusione: 9 canzoni disidratate da Franco Battiato in un certo senso è proprio questo: un tentativo da parte di Battiato di umanizzare i testi di Ferretti togliendogli l’autoreferenzialità stantia dell’ultimo periodo conservatore, aprendo invece il suono della band a nuovi lidi del moderno e riarrangiandolo finalmente verso “mondi lontanissimi”, con l’aiuto del fido Pinuccio Pinaxa su orchestra e sintetizzatori, ma soprattutto sulle ritmiche – punto dolente dei PGR – rendendole elettroniche e inattaccabili. Un’operazione talmente riuscita da poter considerare ConFusione come l’unico vero album dei PGR.

“L’ultrà” Nino D’Angelo (2017)

Nino D’Angelo e Battiato insieme? Sembra un’assurdità invece non c’è nulla di più naturale. Nino è performer di razza, capace di spaziare come Franco dal melodico più sfacciato alla musica popolare napoletana, fino alle sonorità più internazionali come il reggae, la disco e il synth pop. In questo caso c’è un brano toccante, che non potrebbe avere altro arrangiamento che non quello di Battiato: archi e pianoforte come nella migliore tradizione del cantautore catanese nei brani tra il colto e il leggero. Ma il tutto è potenziato da una vena armonica tipicamente partenopea, che sorregge come un’enorme colonna il peso grandioso del testo scritto da Nino, dedicato a Ciro Ippolito, il tifoso ucciso in Roma-Napoli del maggio 2014. È un brano struggente in cui i due artisti sembrano fluire l’uno nell’altro in un toccante racconto periferico di riscatto mai raggiunto, di strada che non perdona e di miracoli che non arrivano mai in un meridione sempre più squarciato. All’inizio era stato progettato un intero album insieme, ma non riuscendo a incastrarsi per ovvi motivi d’impegni, i due saggiamente pensarono di concentrarsi solo su questa perla, che a tutti gli effetti è un picco poetico di due giganti della nostra musica e soprattutto due autentici cantori del sud Italia e delle sue contraddizioni.

“Luna di marzo” Albergo Intergalattico Spaziale (1980)

Battiato, tra i suoi tanti progetti, ne ebbe uno particolarmente rilevante dal punto di vista sonoro: trattasi dei Telaio Magnetico, una band viva per solo pochi concerti, ma che presto si erse a status di culto vedendo nelle sue file Mino Di Martino dei Giganti, Lino Capra Vaccina degli Aktuala, Roberto Mazza, il cantautore Juri Camisasca e l’attrice cantante e poetessa sonora Terra Di Benedetto. Terra e Mino avranno una relazione sentimentale dalla quale sorgerà uno dei primi progetti kraut/kosmik in terra italiana, ovvero gli Albergo Intergalattico Spaziale, il cui unico album uscirà nel 1978 in ritardo di due anni dopo il sabotaggio dell’Emi. Battiato continuerà a sostenere i due artisti, soprattutto nei loro progetti solisti (arrangiando il singolo Angeli e dinosauri di Terra così come garantendo per Alla periferia dell’impero di Mino). Non solo, storicamente ci fu un periodo negli anni ’80 in cui lui e gli Albergo lavorarono per un disco mai uscito che prometteva benissimo. Possiamo godere dell’alchimia tra le parti in questo Luna di marzo, presente nella raccolta Angeli di solitudine, arrangiato da Battiato negli Studi Radius, nel 1980, periodo Patriots per intenderci. Una dilatata elegia che addirittura prefigura i paesaggi sonori asettici e spaziali de L’arca di Noè.

“E se questa fosse l’ultima” Lucio Quarantotto (1990)

Tra le tanti produzioni occulte di Battiato, sicuramente salta agli occhi quella per Lucio Quarantotto, meglio ricordato come l’autore del testo di Con te partirò di Andrea Bocelli e purtroppo morto suicida nel 2012. Franco è uno di quelli, insieme a Roberto Roversi, famoso poeta e paroliere del Dalla pre 1977, ad accorgersi del talento “pericoloso” di Quarantotto, capace di una voce tra Conte e De Andrè (il quale sarà uno dei suoi mentori) e di una scrittura musicale sicuramente atipica per il panorama italiano, fatta di complessità e di violenti saliscendi umorali. Franco gli commissiona quindi dei brani da pubblicare su mini LP sotto la sua ala e quella di Pio: non se ne farà nulla, ma Battiato riuscirà a portarlo alla corte di Caterina Caselli, che gli pubblicherà L’ultima nuvola sui cieli d’ Italia. Tra i brani spicca la disarmante E se questa fosse l’ ultima, che nell’andazzo degli arrangiamenti (nonché nei giri armonici e nelle citazioni sparse) ricorda proprio le gesta del Sentimento nuevo di Battiato-Pio che sono – casualmente – ringraziati nei crediti per la loro “preziosa collaborazione”. Ora è spiegato perché nel ritornello di Con te partirò ci sono delle somiglianze chiare con gli ottoni di Via lattea: trattasi probabilmente di sincero omaggio (nel pezzo c’è una citazione del testo di Voglio vederti danzare grossa come una casa).

“Che cosa resterà di me” Dalla-Morandi (1988)

Spiega perfettamente Battiato, in una storica esecuzione di questo brano insieme a Morandi per la Rai, che esistono delle canzoni in cui l’arrangiamento è di per se la canzone stessa. Questo è l’ esempio di Che cosa resterà di me, scritto su misura per Morandi (per lo storico progetto Dalla-Morandi) come un sarto farebbe con un vestito. Un brano difficilissimo che mescola minimalismo, controtempi di batteria quasi impossibili, impennate orchestrali, improvvisi svuotamenti e metriche fuori dalle normali aspettative della musica pop composti da una tensione incredibile. Uno dei pezzi più belli della storia della musica tutta, diremmo: un excursus tra i ricordi d’infanzia di intere generazioni che finalmente si trovano faccia a faccia con un bilancio cosmico. Battiato ne farà una sua versione cambiando una parte del testo: dove Morandi cantava “mi piacciono le scelte passionali” ora c’è un “mi piacciono le scelte radicali” e via dicendo: ma il finale parla chiaro, veniamo dalla civiltà più alta dei sumeri. Ed è un testamento di coscienza collettiva: perché lo diceva chiaramente, siamo tutti di passaggio. Di certo però il transito terrestre di Battiato resterà eccome, ovunque lui stia volando.