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Basta sminuire Rita Marley

Da moglie e corista di un gigante a gestrice del suo patrimonio e precorritrice di cantanti e businesswomen come Beyoncé. È una storia di maschilismo e lotta dura che ci racconta la figlia Cedella

Foto: David Corio/Michael Ochs Archives/Getty Images

Sono passati decenni da quand’è stata in tour con Rita e Bob Marley, ma Marcia Griffiths sa ancora imitare la donna che chiama Sister Rita mentre entra nel camerino del marito dopo uno show. «Su, su, dobbiamo andare!», dice ridendo Griffiths mentre batte le mani per imitare il modo di fare di Rita. «Era lei che si assicurava che Bob stesse bene e che il suo camerino non fosse troppo affollato, perciò cacciava le persone che erano lì solo per chiacchierare. Era una specie di mamma. Gestiva tutto lei».

Assicurarsi che suo marito fosse in grado di riposarsi dopo un concerto è in realtà il meno. Prima della morte di Bob, da cui sono passati 40 anni lo scorso maggio, Rita era la madre di tre dei suoi figli e una delle sue coriste. Negli ultimi 40 anni ha fatto molte altre cose, a partire dalla pubblicazione nel 1981 del disco solista di debutto Who Feels It Knows It.

Cosa ancora più importante, Rita Marley ha gestito le proprietà e gli affari del marito. Sotto la sua guida, l’impero dei Marley oggi include un museo e uno studio di registrazione a Kingston, un impianto di produzione di vinili e CD, diversi negozi di dischi, una divisione libri e la produzione di merchandise approvato dalla famiglia: cannabis e prodotti per il corpo, cuffie e altra strumentazione audio, caffè e persino una linea di funghi allucinogeni (in vendita dove sono legali ovviamente). Pochi anni dopo la morte di Bob, il suo patrimonio ammontava a 250 mila dollari; oggi il business di famiglia gestito dalla seconda figlia di Rita e Bob, Cedella, vale cinque volte tanto e fattura 20 milioni di dollari l’anno. «Non mi considero la vedova di Bob Marley», ha detto Rita nel 2000. «È come se stessi ancora lavorando con lui, come se fossi ancora la sua partner».

Il 25 luglio Rita Marley ha compiuto 75 anni, un traguardo ancora più significativo visto che di recente ha avuto problemi di salute – nel 2016 ha avuto il suo settimo ictus. Il compleanno è stato anche il pretesto che ha finalmente costretto chi le sta attorno a rendersi conto dei traguardi che ha tagliato. «Quando qualcuno è bravo a fare qualcosa lo diamo per scontato e non lo notiamo», ha detto Myshjua Allen Murray, un amico di lunga data che fa l’Executive label manager della divisione musicale di famiglia, la Tuff Gong International. «Quando abbiamo cominciato a parlare del suo 75esimo compleanno, abbiamo cominciato a pensare alla Tuff Gong, al fatto che sono passati 40 anni dalla morte di Bob e al fatto che se oggi l’etichetta e il museo esistono è merito di Rita».

Bob Marley con le I Threes in Belgio nel 1980. Gie Knaeps/Getty Images

Le celebrazioni per il compleanno servono anche a ricordare tutte le sfide che Rita Marley ha dovuto affrontare nella vita. È sempre stata bersaglio di critiche e, insieme a tutta la famiglia, ha dovuto affrontare una battaglia legale per conservare patrimonio e proprietà dopo la morte di Bob. Ha anche dovuto affrontare un doppio ostacolo: essere una donna di potere in un ambiente dominato dagli uomini e muoversi nel mondo maschilista del rastafarianesimo. «In quella cultura, le donne devono essere viste e non sentite», afferma Cedella. «Con la morte di papà, ha dovuto farsi sentire. Alcune persone del mondo rastafari dicevano “no, no, lasciate che se ne occupi un uomo”. Ma quale uomo? Non c’erano uomini. L’unico che c’era era morto. Non ce n’erano altri, toccava alla donna».

Marley è una specie di precorritrice di artiste come Beyoncé che gestiscono il loro business. Ha anche nominato alcune donne a capo di alcune delle divisioni della Tuff Gong. «Nel 1981 non era normale per una donna dire “porterò avanti il business di mio marito”», racconta Cedella. «Non aveva un master in economia. E nessuno voleva che fosse lei a occuparsene. Volevano che stesse zitta e facesse la vedova e che li lasciasse gestire le cose come volevano loro. E quando non l’ha fatto, l’hanno odiata. Era prima del movimento MeToo, la gente la voleva morta. Come donne che si occupano di queste cose, ci rivediamo molto nella sua esperienza».

Come ha spiegato Marley a Rolling Stone via e-mail, «ci vengono dati molti pesi da portare. Diventiamo più forti quando riusciamo a portarli fino in fondo».

Nella vita di Rita Marley c’era ben poco di preordinato. Nata Alferita Anderson a Cuba, i suoi genitori si sono trasferiti in Giamaica quando lei aveva tre mesi. Dopo il loro divorzio è stata cresciuta da una zia. Ha studiato da infermiera e cantato nel coro della chiesa, e poco tempo dopo è entrata nel suo primo gruppo. Tramite quello ha conosciuto Robert Nesta Marley, che aveva già registrato un po’ di singoli con i Wailers. Marley ha cominciato a istruire il gruppo di canto di Rita (le Soulettes) e anche se era un insegnante severo, era attratto da Rita. «Mi mandava lettere tramite i suoi amici, dicendomi che gli piacevo e che voleva parlare con me», ha ricordato Rita. È stata lei tra l’altro a introdurlo al rastafarianesimo.

I due si sono sposati nel 1966. Alla fine Rita è diventata parte integrante della carriera musicale di Bob con la formazione delle I Threes durante una jam session in un club giamaicano. Come ricorda Griffiths, la voce di Rita era perfetta come contrappunto a quella di Bob. «Il suo timbro era unico. Diverso da una voce normale. Se eravamo sul palco con Bob, Rita era l’unica che poteva contare con lui senza stonare. Se ci provavamo io e Judy non era lo stesso. Rita era l’unica persona che poteva cantare insieme a Bob».

Secondo Cedella, sua madre si era unita ai tour del padre anche per un altro motivo. «Voleva seguirlo perché, sai, quando i musicisti vanno in tour cambiano molto rapidamente. Magari partono che sono umili e tornano che sono dei mostri. L’ho visto succedere. Quindi lei faceva come Yoko. Non cercava di tenerlo lontano dagli amici, cercava di proteggerlo».

La vita con Bob non era sempre priva di problemi. Lui ha avuto altre donne nella sua vita (alla fine ha avuto undici figli, di cui solo tre con Rita). Nel 1976 Bob si è ritrovato nei guai per questioni politiche quando un concerto dei Wailers che doveva servire a stimolare l’unità nel Paese era stato fatto passare come un endorsement per il controverso primo ministro Michael Manley, e Marley era scampato a un attentato. Nessuno era rimasto ucciso in quell’occasione, ma mentre Rita lasciava la loro casa insieme ai loro figli un uomo le aveva sparato e il proiettile si era conficcato tra il cranio e il cuoio capelluto. Era stato rimosso per via chirurgica.

Ma l’ostacolo principale della sua vita era arrivato quando, dopo la morte del marito per un cancro alla pelle, Rita aveva deciso di avere un ruolo attivo nella gestione della sua eredità. «Ti succedono un sacco di cose intorno – belle, brutte, cattive, normali – e devi riuscire a tenere insieme tutto», afferma Cedella. «Ha dovuto camminare su un filo e prendersi responsabilità per cui non era pronta. E ha scontentato molte persone che quando lui è morto pensavano che sarebbero state loro a comandare».

Murray, che ha cominciato a lavorare alla Tuff Gong negli anni ’90, è stato testimone della forza gentile di Marley durante le riunioni. «I giamaicani sono come gli italiani, parlano ad alta voce e sono appassionati. Ma lei entrava nella stanza e non alzava mai la voce. Diceva “che succede?”, e l’atmosfera nella stanza cambiava». Nell’ufficio di Cedella, Murray aveva anche la possibilità di assistere a ciò che succedeva dopo quelle riunioni. «Sentivamo le persone parlarle alle spalle mentre passavano, le stesse che quando entravano le sorridevano. Dicevano “questa donna pensa di poter gestire tutto lei”. Lo dicevano anche gli amici di Bob».

Dato che Bob Marley non aveva fatto testamento, le sue proprietà erano finite in mezzo a una battaglia legale cominciata subito dopo la sua morte. Negli anni ’80, dopo essere stata costretta a firmare un finto testamento, Rita aveva perso il controllo delle proprietà. Il governo giamaicano se ne era impossessato e aveva venduto tutto al capo della Island Record, Chris Blackwell. Dopo un lungo procedimento giudiziario, nel 1991 i diritti sono tornati alla famiglia. Cedella ricorda che leggeva i contratti con la madre per aiutarla a capire i dettagli. «Li leggevamo e rileggevamo per assicurarci di aver capito tutto», dice, «il nostro miglior amico era il dizionario».

Nl 1991, Rita p rimasta coinvolta in un altro caso legale contro l’ex amministratore delle proprietà di Bob, che affermava di essere stato truffato da lei e dall’avvocato e contabile di famiglia per una somma superiore ai 20 milioni. Marley era stata accusata di aver falsificato degli assegni e di averli firmati a nome del marito. Pur ammettendo di averlo fatto, aveva detto che non sapeva cosa stesse firmando e alla fine era stata assolta (anche se l’avvocato e contabile aveva dovuto pagare 2 milioni di dollari di risarcimento al fondo della proprietà di Bob). «Penso di aver fatto la cosa giusta», aveva detto all’epoca. «Non avrei mai truffato la società perché avrei truffato me stessa».

Secondo la famiglia, quei soldi servivano a supportare economicamente persone che erano state molto amiche di Bob. «Stava facendo ciò che Bob avrebbe voluto, pagare i membri dei Wailers per il resto della loro vita e far vivere una vita splendida a mia nonna», dice Cedella. «E poi tutto le è crollato addosso. Il tribunale ha detto: “Non ci importa se è quello che Bob avrebbe voluto. È illegale”. Quindi era un casino: pensava di star facendo la cosa giusta e cercava di accontentare tutti, ma non capiva le complessità con cui devi avere a che fare quando gestisci un’eredità come quella. Le persone di cui si fidava l’hanno condannata, è stata una situazione confusa e stressante. Ma l’ha superata, anche se a fatica».

Rita Marley a Kingston nel 1985. Foto: Lee Jaffe/Getty Images

Mentre le responsabilità connesse al suo nuovo ruolo crescevano, Rita Marley ha diradato gli impegni musicali. La famiglia doveva periodicamente combattere contro la distribuzione senza autorizzazione della musica di Bob e nel 2008 ha fatto causa alla Universal Music per le royalties. Nel 2000 Rita ha lanciato la Rita Marley Foundation, prima in Ghana (dove lei e alcuni familiari si sono trasferiti 20 anni fa) e poi in Giamaica. L’organizzazione non profit ha lo scopo di combattere la povertà nelle comunità in difficoltà. Il ramo giamaicano si occupa anche di dare lezioni di musica, di programmi sanitari per gli anziani e di corsi di giardinaggio per studenti. In Ghana la fondazione ha costruito un centro per anziani. Nel 1993 Rita ha nominato Cedella CEO di tutte le aziende di famiglia.

Dopo l’ultimo ictus che ha colpito Rita cinque anni fa, Cedella vede ancora sprazzi della donna fiera che conosceva. «So quando ha guardato troppo YouTube perché le si alza la pressione», dice. «Adesso ha appena guardato qualcosa su Instagram sulle inondazioni che hanno colpito la Giamaica. Ho dovuto dirle: “Mamma, devi smettere di guardare queste cose, non ti fa bene”. Pensa che a Trump non piacciano i neri ed era molto nervosa quando in America cui sono state le elezioni».

Di recente Rita ha anche rifiutato una proposta per un nuovo prodotto. «Ha detto: “Non voglio un bobblehead di Bob, lo farebbe sembrare stupido”. Aveva ragione». Secondo Cedella, sua madre è anche molto coinvolta nella linea di funghi allucinogeni dei Marley. «Se ne occupa sempre, ne abbiamo uno che è per la mente, per il lato cognitivo, e lei lo prende ogni mattina. E poi ne abbiamo un altro per l’umore. Lei li prova tutti».

Per chi le sta intorno, l’eredità di Rita Marley è ancora profonda e vasta. Murray ricorda una conferenza stampa per l’album di Rita Harambe del 1982, uscito quando aveva cominciato da poco a gestire gli affari di famiglia. «Invece di chiederle della sua musica, i giornalisti le avevano mosso accuse», racconta. «Io mi aspettavo che le respingesse e invece è rimasta lì a sorridere ed è riuscita a girare le domande per parlare delle idee che avevano lei e Bob. È stata molto elegante. Dopo mi sono messa a piangere e lei mi ha chiesto cosa c’era che non andava. E io: come hanno potuto dire queste cose di te? Mi ha risposto: “Noi sappiamo chi siamo e perché siamo qui. Abbiamo cose da fare. Non importa quello che dicono loro. Il nostro lavoro parla da sé”».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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