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Avete bisogno di certezze? Sono tornati gli AC/DC e hanno fatto il solito disco

Gioite: il miracolo della liquefazione del sangue di Angus si è ripetuto. Anche il CICAP fatica a formulare ipotesi razionali: 'Power Up' è prevedibile, ma è quel che ci vuole in questo orribile 2020

Gli AC/DC nel 2020

Foto press

Piccolo spoiler: sì, all’interno dell’articolo troverete la classica frase «gli AC/DC fanno lo stesso disco da quarant’anni».

L’ultimo concerto italiano degli AC/DC mi ha lasciato l’amaro in bocca. Benché chiunque intorno a me (amici, giornalisti, bibitari) ne parlasse come di un trionfo assoluto, me ne uscii dall’autodromo di Imola con la tristezza nel cuore. Qualcuno mi disse che forse ero semplicemente invecchiato e che andare ancora ai loro concerti vestito da Angus non poteva aiutarmi più di tanto a invertire la rotta. Basta idealizzare i tuoi idoli, basta affidare loro i tuoi stati d’animo. Eppure, fino ad allora, gli AC/DC erano riusciti nell’impresa di rimanere sostanzialmente sempre uguali a se stessi. Guardavi una VHS di dieci anni prima, poi andavi a vederli suonare ed era tutto uguale. Tutto fermo nel tempo. Sì, magari Brian Johnson non raggiungeva più le note di una volta, ma quelle erano considerazioni per gente senza cuore. Per noi era sempre tutto identico. E così avrebbe dovuto rimanere per sempre, perché gli AC/DC erano una delle pochissime cose certe della vita.

Quel giorno a Imola, invece, c’era un pesantissimo presagio di morte. Forse impossibile da comprendere per chi li vedeva per la prima volta, ma reale e davvero opprimente per chi si era già rotto denti e crociati sotto palco in passato. La band sembrava spompa, Malcolm aveva già mollato e Phil Rudd, che forse aveva provato a fare ammazzare la moglie, anche. Brian Johnson sembrava sempre in difficoltà. Solo Angus, inscalfibile, pareva non essersi rassegnato all’evidente tracollo cui sembrava di assistere in presa diretta.

Per la prima volta, andandomene, ho pensato che sarebbe stato meglio non vederli più. Ho appeso la cravatta al chiodo e sono sprofondato nel lutto più nero. Poi è accaduto il finimondo. Le difficoltà di Johnson sono diventate pubbliche e, strano a dirsi per un fan oltranzista della band, ho accettato con entusiasmo l’arrivo di Axl Rose. In barba al mio proposito, sono persino tornato a vederli, rendendomi conto che l’arrivo del frontman dei Guns N’ Roses non era solo riuscito a evitare le penali di un tour da cancellare, ma addirittura a riaccendere una parte di quel fuoco sacro. Fu in quel momento che compresi di aver sbagliato ad aver dato per finiti gli AC/DC. Un nuovo disco, però, non me lo sarei mai aspettato.

Invece, un giorno ti svegli e ti dicono che il miracolo della liquefazione del sangue di Angus Young è avvenuto di nuovo, che Brian Johnson ora ci sente benissimo e che, se non fosse stato per sto cazzo di Covid, sarebbero passati pure meno anni tra Rock or Bust e Power Up. Non so se per via del nostro disperato bisogno di certezze in uno dei momenti globali più incerti di sempre, ma la pubblicazione di Power Up porta con sé qualcosa di davvero messianico, qualcosa di simile alla missione per conto di Dio dei Blues Brothers. Mi sembra persino di vedere Angus che va a prendere in clinica Brian dicendogli di rimettere insieme la band per risollevare il morale del mondo: dai Johnna, ho recuperato persino Phil. A parte Malcolm è la stessa formazione di Back in Black. Torniamo a far muovere il culo a quei reclusi.

Volete sapere se la magia si è ripetuta ancora una volta? Certo che sì. Risposta scontata a una domanda scontata. Perché esistono dischi migliori e peggiori degli AC/DC, ma non esistono album scritti dai fratelli Young che non ti facciano muovere il culo. Anche se una mattina, uscendo dal cancello con la macchina, tirassi sotto il cane e, facendo retromarcia, facessi la stessa cosa col gatto, basterebbe un loro brano per correre al pronto soccorso veterinario con un altro spirito. Power Up, come è inevitabile che sia, ha i suoi alti e bassi, ma è AC/DC al 100%, è prodotto da dio (da Brendan O’Brien) ed è un concentrato di cazzimma che nemmeno il Napoli di Maradona. Roba che band come Struts e Greta Van Fleet non avranno nemmeno dopo cent’anni di carriera. Perché, parafrasando l’On. Cav. Conte Diego Catellani, il loro è culo. Quella di Angus e soci è classe. E sarà pure vero che gli AC/DC fanno sempre lo stesso disco da quarant’anni, ma francamente non ce ne frega un cazzo. Perché, mai come ora, abbiamo un fottuto bisogno di certezze.

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