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Assistere a un concerto dei Can era come attraversare le porte del cosmo

Lo dimostra ‘Live in Stuttgart 1975’, il primo album che documenta uno show della band tedesca. Ne abbiamo parlato con il tastierista Irmin Schmidt e con il fan inglese che effettuò la registrazione

Foto press

Nonostante il decennio abbondante di attività e le dozzine di concerti tenuti in giro per l’Europa, nonostante performance live apprezzate almeno quanto i loro capolavori in studio, i Can non avevano ancora mai pubblicato un album dal vivo che documentasse uno dei loro concerti. A porre rimedio a questo paradosso discografico è arrivato Live in Stuttgart 1975, registrato dalla formazione composta da Holger Czukay (basso), Irmin Schmidt (tastiere), Michael Karoli (chitarra) e Jaki Liebezeit (batteria) dopo che dapprima l’americano Malcolm Mooney e poi il giapponese Damo Suzuki avevano lasciato il ruolo di vocalist della band.

Fondati nel 1968 a Colonia a casa di Schmidt, allievo di Karl-Heinz Stockhausen come Czukay, grazie ad album come Tago Mago (1971) i Can si sono conquistati un posto di assoluto rilievo tra i custodi delle «porte del cosmo che stanno su in Germania», quelle cantate da Eugenio Finardi nella sua Musica ribelle, fino a meritarsi l’entusiasta enfasi del Melody Maker, che all’indomani dell’uscita di Landed (1975) li definì «la più avanzata unità rock del pianeta». E proprio durante il tour seguito all’uscita di questo album è stata registrata la prima di una serie di uscite live, cui ne seguiranno almeno altre tre, anch’esse tratte da singoli concerti.

«A ogni concerto era come se suonassero un nuovo doppio album», scrive nelle note di copertina Alan Warner, lo scrittore scozzese autore di Rave Girl. «I Can dal vivo hanno scritto il loro romanzo, con i suoi capitoli, le sue stagioni e i suoi paesaggi».

All’interno di Live in Stuttgart si ascoltano passaggi che nel giro di pochi secondi citano brani diversi del loro repertorio: è difficile, a volte impossibile, stabilire qual è il pezzo che i Can stanno suonando in un dato momento. Tanto che le tracce sono solamente cinque, intitolate semplicemente Eins, Zwei, Drei, Vier e Fünf: in tedesco i numeri dall’uno al cinque. «Creavamo ogni sera qualcosa di nuovo», racconta Irmin Schmidt dalla casa in Provenza dove si è da tempo stabilito, in un paesino qualche chilometro a ovest di Avignone. «In sala di registrazione si hanno il tempo e la possibilità di cambiare e correggere quello che si è registrato. I nostri dischi in studio hanno una forte componente di improvvisazione, ma dopo aver registrato insieme lavoravamo molto sui nastri per tirare fuori cose diverse. Sul palco invece non si può correggere. Ci prendevamo il rischio di non preparare niente prima, non facevamo prove del concerto, reagivamo a quello che accadeva e a quello che ci circondava: luci, rumori esterni, persino i problemi tecnici potevano essere un ingrediente di quello che creavamo durante ogni concerto. La cosa più importante, quando si crea musica su un palco come facevamo noi, è ascoltare gli altri musicisti. Sembrava che fra di noi ci fosse telepatia, qualcuno ha detto così, e mi sembra una buona descrizione di quello che avveniva quando suonavamo insieme».

Per produrre questo album live e quelli che seguiranno, l’ottantatreenne Schmidt (unico superstite della formazione a quattro dopo la scomparsa di Michael Karoli, avvenuta nel 2001, e quelle di Jaki Liebezeit e Holger Czukay, avvenute nel 2017) ha ascoltato ore di registrazioni effettuate durante decine di concerti tenuti quasi cinquant’anni fa. «Non mi ricordavo di nessun concerto in particolare, nemmeno di quello di Stoccarda che abbiamo scelto per questa prima uscita. Una volta che hai suonato ed è andato tutto bene, ti scordi tutto. Per me ascoltare questi concerti oggi è come ascoltare qualcun altro. Non provo nostalgia per quello che è stato, ma mi emoziono perché sono dei buoni live, e sono molto contento che dopo tutto questo tempo ci sia ancora entusiasmo per la nostra musica».

Il materiale registrato proviene dall’archivio di Andy Hall, un fan inglese che ci assicura di avere assistito a 45 concerti dei Can, a partire da quando, nel febbraio del 1973, la band salì per la prima volta su un palco britannico esibendosi al Rainbow Theatre di Londra, qualche mese prima della pubblicazione di Future Days, l’ultimo album con Damo Suzuki in formazione. «Mi ero messo alla ricerca di un loro album live, ma non ne avevano mai pubblicati, e anche i bootleg erano impossibili da trovare», racconta dalla sua abitazione nel Derbyshire. «Decisi allora di provvedere in prima persona, ma dato che non navigavo nell’oro mi dovetti accontentare di un Sony TC, un registratore portatile abbastanza ingombrante. Era lungo più o meno 30 centimetri, e nascondermelo nei pantaloni era praticamente impossibile: ero magro e portavo una taglia 28. Per prima cosa mi presi dei pantaloni taglia 36 che mi andavano larghissimi, li abbinai a una camicia altrettanto fuori misura e mi coprii con un impermeabile pesante. Non era la prima volta che registravo un concerto, e avevo capito che la cosa più importante erano i microfoni: avevo quindi due AKG, uno per manica, anch’essi piuttosto ingombranti. Così equipaggiato, sudavo a litri anche d’inverno perché spesso, quando fuori faceva freddo, i gestori dei vari locali alzavano il riscaldamento».

I Can sul palco. Foto per gentile concessione di Spoon

Dopo due anni di registrazioni più o meno carbonare, il ruolo di Hall fece un passo d’avvicinamento verso l’ufficialità. «Nel febbraio del 1975 stavo controllando la mia attrezzatura in un angolino buio del Mayfair Ballroom di Newcastle e René Tinner, che era il capo dei roadie ma anche il tecnico del suono, mi salutò calorosamente e mi propose di piazzarmi in consolle con lui. In questo modo ottenni una registrazione decisamente migliore, dato che non fui più costretto a nascondere i microfoni dentro le maniche. A quel punto, approfittai della tappa del tour a Croydon, la mia città, per cambiare registratore. Dato che non dovevo più nascondermi, passai a un Sony TC 377, un registratore a bobine alimentato da una presa di corrente». E proprio con quest’ultimo Hall ha registrato il concerto tenuto dai Can alla Gustav-Siegle-Haus di Stoccarda il 31 ottobre del 1975, da cui è tratto il live appena uscito.

Quella di Andrew Hall è la classica storia del fan che fa di tutto per seguire il tour dei suoi beniamini. «Lavoravo come ricercatore per un’azienda chimica» racconta «e organizzavo i miei viaggi di lavoro in base ai concerti dei Can. Oltre che in Germania e in Gran Bretagna, ho girato al loro seguito anche il Belgio e la Francia. Sono stato anche presidente del loro fan club tra il 1974 e il 1978. Erano diversi dalla gran parte delle band, che dal vivo suonavano più o meno le canzoni contenute nei loro album in studio. Per loro invece gli album in studio erano solo il punto di partenza per improvvisare in maniera spontanea, ed è proprio questa spontaneità che li rendeva speciali».

Certo la vita on the road presentava anche qualche insidia, per i fan e anche per la stessa band. «A Liverpool nel 1975 dei teppistelli mi spaccarono i vetri dell’auto e mi rubarono tutto. Poi, al termine del concerto, riuscirono a mescolarsi ai roadie e si portarono via metri e metri di cavi, oltre alla chitarra di Michael Karoli. Il concerto successivo era seriamente a rischio, e tutti si attaccarono al telefono per cercare di recuperare una nuova chitarra. Per fortuna Phil Manzanera dei Roxy Music convinse un suo amico a prestargliene una, e Michael fu in grado di suonare».

Proprio un furto è la ragione per la quale i Can non hanno mai suonato in Italia. «Fra il 1973 e il 1974 saremmo dovuti venire nel vostro paese» ricorda Schmidt, «ma al promoter rubarono buona parte dell’equipaggiamento. Ci chiamò e ci disse che non era più in grado di organizzare i concerti, e così non se ne fece niente».

Dai PIL ai Radiohead, dai Fall ai Sonic Youth, persino gli Oasis: le band che hanno citato i Can tra le proprie influenze o li hanno omaggiati nelle proprie canzoni si contano a decine. Anche un insospettabile Kanye West li ha campionati nella sua Drunk and Hot Girls. Riguardo alle influenze su altri musicisti, Schmidt ha un’opinione molto precisa. «Le band che mi piacciono di più fra quelle che hanno detto di essere state influenzate da noi sono i Joy Division e soprattutto i Portishead. Ho incontrato Geoff Barrow e gli ho parlato a lungo, è un nostro fan, ma non è per questo motivo che adoro i Portishead, semplicemente mi piace tantissimo la loro musica. Non ci sento neanche tutta questa influenza, in realtà. Se poi mi domandano chi ha influenzato noi, rispondo Igor Stravinskij, Jimi Hendrix, Otis Redding, ma la loro influenza sui Can non si deve per forza sentire ascoltando i nostri dischi. John Cage mi ha influenzato moltissimo dal punto di vista spirituale, ci siamo conosciuti e frequentati, ma non è che poi abbiamo cercato di riprodurre la sua musica. L’influenza, spesso, è presente ma nascosta».

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