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Ascesa e caduta dell’Americana, lo stile di nicchia diventato mainstream

Negli anni ’10, il genere musicale che affonda le radici nel folk e nel country si è fatto strada nel pop. Ora deve aprirsi alla diversità stilistica

Foto: John Nguyen / Jnvisuals / Shutterstock

C’è stato un tempo in cui la musica dei Mumford & Sons non aveva un nome. Quando pubblicavano l’album di debutto nel 2010, il Guardian li descriveva come “dei Coldplay reincarnanti in un gruppo di hillbilly”. Altre definizioni fioccavano: folk britannico ritmato oppure una versione skiffle dei Frames o ancora, secondo Rolling Stone, i Dexys Midnight Runners che invecchiando diventano dei romanticoni alticci.

Alla fine si è trovato un nome: Americana. Alla fine del 2010, il New York Times ha descritto il gruppo inglese come “britannici inclini all’Americana” e Spin li ha definiti in una cover story “la prima linea di un’ondata di Americana”.

Quando sono apparsi i Mumford & Songs, la parola ‘Americana’ esisteva già e veniva usata da una decina d’anni e più. Alla fine dei ’90, era persino nata a Nashville la Americana Music Association con lo scopo di promuovere la musica country basata sul folk e sullo stile cantautorale che le radio non trasmettevano.

Nel giro di pochi anni, il nuovo format radiofonico ha vissuto un boom inatteso grazie al successo della colonna sonora del film del 2001 Fratello, dove sei? che abbinava pionieri come Ralph Stanley e John Hartford ai loro eredi contemporanei come Gillian Welch e Alison Krauss. La rinascita del folk-rock propiziata da Welch, Avett Brothers, Kathleen Edwards, Old Crow Medicine Show, Conor Oberst e i Felice Brothers ha contribuito a incrementare la visibilità di quella musica e la sua affermazione nata dal basso.

Eppure il termine Americana non si è fatto strada nel pop finché i Mumford & Sons non hanno sfondato negli Stati Uniti, nel 2010. È stata la tempesta perfetta per lo stile che andava formandosi: due settimane prima della pubblicazione negli States di Sigh No More, è stato assegnato il primo Grammy della storia per il Best Americana Album (è andato a Electric Dirt di Levon Helm). L’anno seguente, la parola ‘Americana’ (come ‘Tweet’ del resto) è entrata nel dizionario Merriam-Webster accompagnata dalla definizione: “genere di musica americana che affonda le radici nei folk e country delle origini”.

Tu chiamala Genericana, se vuoi (Jason Isbell l’ha fatto). Ma è vero che negli ultimi dieci anni la comunità roots ha dato vita a uno stile pop a basso costo commercialmente appetibile. Quello che all’inizio degli anni era uno stile di nicchia prodotto dall’industria musicale di Nashville è stato assorbito dal mainstream ed è entrato in classifica arrivando a influenzare persino Avicii e Kesha, oltre a colossi del country come Chris Stapleton e Zac Brown Band. Nel frattempo, l’Americana diventava terreno fertile per collaborazioni intergenerazionali, dialoghi e passaggi di testimone da leggende come John Prine, Loretta Lynn, Mavis Staples ad artisti che potrebbero essere i loro nipoti come Kacey Musgraves, Margo Price, Rhiannon Giddens e Brandi Carlile.


Il successo inatteso dei Mumford & Sons, dei Lumineers e degli Avett Brothers ha dimostrato l’esistenza di un pubblico che voleva del pop suonato con banjo, grancassa e chitarre acustiche. L’industria ha risposto a questo bisogno. Nel 2010, le nomination come artisti dell’anno agli Americana Honors & Awards sono andate a cantautori country/folk poco noti come Corb Lund, Joe Pug e Sarah Jarosz; l’anno dopo, sono state assegnate a Civil Wars e Mumford & Sons, che nel complesso avevano venduto più di due milioni di album.

Il boom dell’Americana ha accompagnato il processo di gentrificazione nella città di Nashville che negli ultimi dieci anni ha goduto di un periodo di notevole sviluppo economico e turistico. E così, nel 2015, c’era già chi faceva la parodia della scena musicale gonfiata. È il caso di Aaron Lee Tasjan che in E.N.S.A.A.T. cantava: “Band di Americana e crack, trasferitevi a East Nashville e scrivete canzoni sui treni”.

Prima ancora di diventare una parodia, nei primi anni del decennio East Nashville ha vissuto una autentica fioritura artistica grazie alla pubblicazione ravvicinata di una serie di dischi fenomenali registrati dagli artisti locali Caitlin Rose, Andrew Combs, Jonny Fritz e dal leggendario Todd Snider. Oggi hanno tutti lasciato il quartiere o la città, hanno smesso di incidere o, come Fritz, sono diventati agenti immobiliari a Los Angeles.

L’ondata di hit dei Mumford & Sons non ha dato il via a una caccia al prossimo fenomeno come quella che si è scatenata negli anni ’90 col grunge, spiega John P. Strohm, capo della Rounder, etichetta roots di Nashville. Il motivo è semplice: indebolite dalla pirateria e dalla recessione, le etichette discografiche non avevano il capitale per farlo. Ma il sound dei Mumford ha aperto la strada all’Americana come stile affine al pop o quantomeno mainstream-friendly. Nel dicembre 2012 gli unici artisti con pezzi che in classifica andavano meglio dei Lumineers erano Rihanna e Bruno Mars. Due anni dopo l’avvento dei Mumford, gli Imagine Dragons ne scimmiottavano il sound, Kesha e Pitbull portavano un riff di armonica a bocca rock-blues in cima alla classifica e Avicii chiamava a cantare nei suoi dischi EDM Dan Tyminski, pilastro di Fratello, dove sei?.

Il successo della musica diciamo così pop-roots ha avuto un altro effetto: ha portato l’estetica folk nelle pubblicità e nel mondo della sincronizzazione, dando ragione all’intuizione della Americana Music Association.


Un po’ come T Bone Burnett in Fratello, dove sei?, Marcus Mumford ha giocato un ruolo centrale in A proposito di Davis, il film del 2012 dei fratelli Coen che ha rilanciato la musica roots. La pellicola e il relativo concerto Another Day, Another Time, hanno utilizzato la popolarità di Justin Timberlake, Oscar Isaac, Jack White e dello stesso Mumford per puntare i riflettori su artisti di Americana emergenti come i Punch Brothers e Rhiannon Giddens (quest’ultima è stata lanciata dal concerto alla Town Hall).

Dopo il boom del 2011-2014, l’Americana ha trovato nuovi rappresentanti in cantautori orientati al recupero delle radici come Shakey Graves, Sarah Jarosz, Sturgill Simpson e Jason Isbell, che GQ ha soprannominato nel 2016 “il re dell’Americana”. Nel frattempo, i confini stilistici andavano espandendosi. Grazie ad emergenti come Leon Bridges e gli Alabama Shakes, il genere ha recuperato le radici blues e r&b. “Se ci senti lo sporco, allora è Americana”, ha detto il presidente della Americana Music Association Jed Hilly nel 2016, ma è una definizione tanto furba quanto generica.

L’evento che negli ultimi dieci anni più di ogni altro ha simboleggiato la natura problematica dal punto di vista razziale e politico dell’Americana è stata la performance di Chris Stapleton ai CMA Awards del 2015, dove si è esibito con Justin Timberlake. I due si sono lanciati in una serie di rielaborazioni bianche di tradizioni musicale nere, roba da ispirare dozzine di saggi culturali. Prima hanno rifatto Tennessee Whiskey di George Jones su una melodia di Etta James, poi hanno dato la loro versione pop del soul di Memphis sulla falsariga dell’album di Timberlake 20/20 Experience. Nel giro di dodici mesi, dopo aver portato in cima alla classifica country il suo ibrido country-soul-pop, Stapleton è stato premiato come artista dell’anno agli Americana Music Awards.

L’avvento dell’ibrido Americana/country di Stapleton è coinciso con la rinascita del vecchio stile country anni ’70. Artisti rétro come Margo Price e Sturgill Simpson sono finiti sotto i riflettori e hanno debuttato al Saturday Night Live a meno di un anno di distanza l’una dell’altro. Gente come Simpson e la sua controparte del Kentucky, Tyler Childers, simboli dell’Americana che probabilmente non gradirebbero questa definizione, hanno firmato con etichette major grazie al passaparola innescato da dischi country vecchio stile. Album come Traveller di Stapleton e Metamodern Sounds in Country Music di Simpson non hanno avuto un successo immediato, eppure hanno venduto centinaia di migliaia di copie.

Anche Hollywood s’è accorta dell’Americana nel 2018, con il blockbuster di Lady Gaga A Star Is Born. L’autore della canzone chiave del personaggio interpretato da Bradley Cooper è Jason Isbell e sia Brandi Carlile che Lukas Nelson appaiono nel film. La mente musicale dietro a tutto ciò è Dave Cobb che è diventato il produttore di Americana più richiesto del decennio grazie al successo ottenuto con Isbell e Stapleton.

Nello stesso anno Kacey Musgraves, una cantante cresciuta nell’adorazione per John Prine, è piombata sul mainstream con Golden Hour che le ha assicurato una folta fanbase e si è aggiudicato un Grammy come album dell’anno. Nonostante il successo dell’Americana, Musgraves non è che una delle tanti cantanti che trovano limitanti i confini di quello stile. “Amo l’Americana e la musica roots, ma non mi piace il fatto che gli artisti debbano dimostrare di essere tradizionalisti o sufficientemente country”, ha spiegato nel 2018.


È quel che ripetono i cantautori di Nashville che all’inizio del decennio hanno inciso dischi ispirati all’Americana: i confini sono troppo stretti, dicono; il ruolo di cowboy cantastorie non è che una finzione; c’è voglia di esplorare una gamma più vasta di influenze. John Moreland e i Dawes sperimentano con le tessiture sonore e altri, come Caroline Rose, Brittany Howard e Leon Bridges, si sono mossi verso altri generi (rispettivamente, synth pop, rock influenzato da Prince e r&b contemporaneo).

E quindi, come saranno gli anni ’20 per l’Americana? Nonostante le defezioni e lo scetticismo, la comunità ha chiuso il decennio alla grande. La nuova superstar Brandi Carlile ha centrato un sold out al Madison Square Garden pochi giorni prima di essere premiata come artista dell’anno agli Americana Honors. Intanto, emergenti come Yola e J.S. Ondara propongono musica che vive di varie influenze. La prima ha ricevuto una nomination come Best New Artist ai Grammy grazie alla distintiva miscela pop-roots del debutto Walk Through Fire, il secondo suona sì folk da coffehouse, ma da una prospettiva globale.

Nel 2017, Yola ha indicato la diversità sonora come chiave per la sostenibilità di lungo periodo dell’Americana. “La cosa più semplice da fare è replicare gli artisti di successo”, ha detto a Rolling Stone. “Chris Stapleton è un grande, ma la diversità è fondamentale. La forza di questo genere è la varietà stilistica”.

L’Americana, ha detto Yola, non dovrebbe “diventare un genere suonato alla chitarra indossando camicie di flanella, una specie di indie rock con la pedal steel. Strade polverose e treni… ah, ci sono sempre questi treni”, ha detto ridendo ed evocando una generazione di imitatori di Mumford vestiti come attori di un film sulla Grande Depressione che cantano di vagabondi che saltano al volo sulle carrozze dei treni merci. “Gente, basta con tutti questi treni!”.

Gli stessi Mumford & Sons hanno fatto i conti con questo stereotipo. Nel 2015 hanno imbracciato gli strumenti elettrici e hanno fatto del loro meglio per suonare come i National nell’album Wilder Mind, ottenendo una risposta tiepida (e venendo esclusi dalla classifica Americana del Regno Unito). Quando i Mumford sono tornati a un approccio lievemente più roots con Delta del 2018, album che li ha riportati in roccaforti come Americana Honors e il Newport Folk Festival, il loro picco era oramai alle spalle. Ad oggi, l’ultimo album è l’unico dei Mumford che negli Stati Uniti non ha ricevuto un disco d’oro. La band che ha dato il via alla commercializzazione pop dell’Americana ha chiuso il decennio con un concerto natalizio in una radio alt rock al fianco di Cage the Elephant e Jimmy Eat World.

Poco prima, il gruppo ha ricordato ai fan il passato tutto stivali e banjo pubblicando Sigh No More Sessions, EP di cinque canzoni uscito in ottobre per il decimo anniversario della pubblicazione dell’album in Inghilterra. “Se rivediamo come ci vestivamo, beh, è ridicolo”, ha detto Mumford a proposito dell’estetica della band. “Nessuno pensava che questa cosa sarebbe andata da qualche parte. Non era che uno scherzo”.

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