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Lory Muratti, in anteprima il video di ‘Dove siamo sempre stati’


Dopo il racconto a puntate e il disco, ‘Lettere da Altrove’, il concept sull’isolamento del musicista e scrittore, si completa con un video, una rilettura contemporanea della “fallen woman” vittoriana

Lo scorso ottobre, poco prima della seconda ondata del coronavirus, vi abbiamo raccontato la storia di Lettere da Altrove, un concept multimediale che racconta la storia di due amanti intrappolati da una pandemia in un ricovero barche su un lago del Nord Italia. È un progetto particolare, un racconto onirico dell’assenza concepito e uscito nel pieno dell’isolamento del virus, che dopo il racconto a puntate e il disco – un lungo spoken word con suoni post rock e atmosfere dilatate –, si completa oggi con il quarto e ultimo video dedicato al brano Dove siamo sempre stati.

«La dimensione visiva è fondamentale per completare la narrazione, tradurre gli aspetti più psicologici e simbolici nascosti nel mio lavoro», spiega Muratti al telefono. «Io mi esprimo sempre attraverso tre media perché sento l’esigenza di colmare i vuoti che ognuna di queste modalità si porta con sé. È un po’ come chiudere il cerchio». Nel caso di Dove siamo sempre stati l’operazione è particolarmente evidente: «È il video più legato alla storia e al racconto, soprattutto dal punto di vista del significato psicologico e simbolico».

La copertina di ‘Lettere da Altrove’

Visti uno dopo l’altro, i video di Lettere da Altrove sono un viaggio che si fa sempre più onirico, surreale. Nel primo, quello dedicato alla title track, si racconta un mondo che sprofonda in un silenzio improvviso, dove «le persone diventano ombre sui muri». Nel secondo entrano in scena i personaggi e la storia vera e propria, che si conclude oggi con Dove siamo sempre stati. «Nell’ultimo video scopriamo che l’isolamento a due è in realtà un isolamento solitario, che la presenza femminile è una fantasmagoria, il ricordo dell’annegata», spiega Muratti.

Girato interamente in Lombardia, sul lago di Monate, è basato su un preciso universo di simboli: l’acqua – che «rappresenta il subconscio, il non detto, il rimosso» –, l’annegamento e la fallen woman vittoriana, reinterpretata in chiave contemporanea. Come nel disco, non ci sono riferimenti diretti alla pandemia o all’estetica del lockdown. «Il virus e l’emergenza sanitaria sono sullo sfondo, danno origine alla storia ma non sono la storia», chiarisce Muratti. «Non volevo nessun modo scrivere “un libro sulla pandemia”. L’intenzione era immaginare cosa sarebbe potuto accadere a due anime, di cui una abbastanza irreale, se imprigionate nell’isolamento».

Dove siamo sempre stati chiude un progetto che ha accompagnato Muratti durante tutta l’emergenza. Qualche mese fa, quando l’abbiamo intervistato, ci ha detto che sperava di ricevere delle risposte alle sue “lettere da altrove”. È successo: «Un’ascoltatrice si è addirittura avventurata a cercare rimandi, anagrammare parole, trovare significati nascosti», racconta Muratti. «Ci sono stati diversi momenti così. È stato bello, è esattamente quello che speravo di ottenere con questo lavoro».

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