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‘Droghe per il popolino’, in anteprima il video di Amerigo Verardi

Il mondo del lavoro, le promesse disattese, una società in declino. E lo sguardo che si posa su chi è diverso da noi, meravigliandosi delle distanze e delle differenze

«Il passo dall’adolescenza all’età adulta porta i primi stridenti contrasti con il mondo esterno, con il mondo del lavoro e delle promesse disattese, con l’adattamento alle regole di una società che non corrisponde né te né i tuoi sogni. Una società distorta e che distorce il senso sottile e profondo dell’Essere, che vende e spaccia l’amore come fosse un oppio per calmare la rabbia del popolo, più che un elemento essenziale per conoscere noi stessi e per mutare i destini di un mondo in declino».

Così Amerigo Verardi racconta Droghe per il popolino, pezzo estratto dall’album Un sogno di Maila che il musicista ci ha raccontato in questa intervista. Il protagonista del video è un lavoratore di colore che “si spacca la schiena”, per parafrasare il testo della canzone, alzandosi all’alba e andando a lavorare nei campi.

«Chi assume droghe pop spesso si trova a guardare il mondo», spiega il regista Bruno Luca Perrone. «Delle volte lo sguardo si posa su qualcosa di estremamente lontano e senza capirne il motivo, quel qualcosa o qualcuno ci sembra vicinissimo. Così sotto questo sguardo, scegliamo di legarci a quell’incontro, meravigliandoci delle distanze e delle differenze. Questo sguardo si posa dove vuole, si avvicina, racconta. Tutto è speciale. Una visione che brama i particolari, a cui però sfugge sempre qualcosa di troppo, perché è necessario uno sforzo fisico, ovvero arrivare fisicamente dove lo sguardo è già atterrato».

Nell’intervista a Rolling Stone, Verardi ha annunciato l’intenzione di non fare più tour. «La musica e la vita mi danno mille altre gratificazioni, non sento più l’esigenza di andare in tour con cachet che ledono la dignità di chi suona, con le stesse difficoltà di quando avevo vent’anni, tirando su due spicci che poi spendo per riparare il furgone quando torno a casa. Non lo ritengo giusto, ma non per me: per chiunque. Si tratta di un discorso complesso, coinvolge tanti aspetti della vita professionale di un musicista, dalle agenzie di booking alle radio. Mi spiace per chi si trova ancora a lottare contro questo genere di cose per sopravvivere, io me ne tiro fuori».

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