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Bianconi, Celentano e il femminicidio: guarda il sesto episodio di ‘Storie inventate’

Una versione per voce e pianoforte di 'Una storia come questa' e la sociolinguista Vera Gheno introducono i temi del femminicidio e della rappresentazione della violenza nell'arte e nei media

Ecco un altro fiore bizzarro ripescato dal baule dei miei ricordi di bambino. Sono sicuro che questa canzone fosse inclusa in una cassetta-compilation marchiata CGD di successi di Celentano che avevano i miei. È ciò che gli anglosassoni definirebbero una murder ballad, anche se io all’epoca non ne sapevo un tubo. Ma la storia la capivo eccome: un uomo si è innamorato di una che gli spende tutti i soldi in gioielli, lo tradisce e lo fa pure finire in prigione. Lui quando esce la fa fuori, strozzandola, e poi impazzisce. Io quasi piangevo allora, in preda alla commozione e al terrore, e quasi piango ancora adesso, dopo quarant’anni.

La chiusura del testo, con le parole che via via perdono di logica (“mentre mi portavan via / la maestra mi picchiava / c’era il treno sulla nebbia / treno pelle bianca nebbia”, eccetera) è un esempio altissimo di songwriting. Non è poi così esagerato dire che questa canzone è la The Mercy Seat italiana, oltre che una delle mie preferite in assoluto di Celentano (che qui canta da Dio, ma in fondo, che ve lo dico a fare, dov’è che non lo fa?). Insieme ad Angelo Trabace abbiamo scelto di rallentarla, eliminando l’arrangiamento originale che stava in bilico fra charleston e samba, e ridurla a un’essenza pianistica più primitiva e spettrale.

Vera Gheno è una sociolinguista specializzata in comunicazione digitale che ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca lavorando nella redazione della consulenza linguistica. Insegna all’Università di Firenze, dove tiene da molti anni il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione. Ma la cosa più importante è che scrive libri illuminanti sull’importanza delle parole in questo nostro mondo imbarbarito. Vi consiglio assolutamente Femminili singolari, un saggio sul maschilismo che se ne sta annidato nella lingua italiana e che è lì sempre in agguato e pronto a colpire. L’ho chiamata perché mi sembrava la persona più adatta per parlare della rappresentazione della violenza nei prodotti di comunicazione di massa, e di come, anche nella musica leggera, le parole possano essere pesanti.

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