Angelo Trabace, in anteprima il video di ‘Rapsodia contadina’ | Rolling Stone Italia
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Angelo Trabace, in anteprima il video di ‘Rapsodia contadina’

Un omaggio all’Italia rurale e un atto di nostalgia attiva con cui ripensare il presente, «un viaggio nel sud che ha a che fare con la terra, la nostra presenza materica, l’impegno politico»

«Questa mia rapsodia vuole essere una sorta di omaggio e metafora di un’Italia contadina: una società arcaica ancora non del tutto scomparsa, condizionata da riti, fiabe, superstizioni religiose e tradizioni orali. Mi piacerebbe definirla una specie di musica selvatica come quelle piante che crescono spontanee, libere, nei posti più imprevedibili e nelle situazioni più difficili».

Così Angelo Trabace descrive Rapsodia contadina, strumentale che anticipa il suo primo album che uscirà in giugno. Trabace è un esordiente sui generis. Il pianista ha infatti collaborato, fra i tanti, con Dimartino, Vasco Brondi, Francesco Bianconi, con quest’ultimo non solo nell’album Forever, ma anche nel format Storie inventate.

Rapsodia contadina è ispirata dalla melodia di un canto popolare in dialetto della Lucania, la terra da cui viene Trabace. La si suonava durante il periodo del carnevale. Accompagnati da uno strumento antico chiamato cubba-cubba, i braccianti lo intonavano fuori dalle case dei padroni per ricevere in dono un po’ di carne. 

Il videoclip è stato girato da Simona Bua, regista documentarista siciliana trapiantata a New York, tra le campagne e i pascoli nei campi della Lucania e sull’isola di Favignana. «L’umanità che mi piaceva evocare attraverso quest’opera è nuda e indifesa come un animale, spogliata dal complesso di inferiorità di sentirsi fuori dalla Storia, dal senso di colpa ereditato, frutto di vergogna e rassegnazione ma che guarda al passato e alla povertà come una risorsa preziosa da imparare, da proteggere e testimoniare, attraverso i racconti di quella che l’antropologo Vito Teti chiama nostalgia attiva: un riscatto, un risarcimento, una restituzione che diventano un esercizio morale attraverso cui pensare il presente non nella forma di quello che è, ma nei termini di quello che potrebbe essere».

«Angelo mi ha invitato con generosità a intraprendere un viaggio introspettivo, profondo, cangiante, a tratti disperato», racconta Simona Bua. «Un viaggio antico nei sud di ogni luogo, che ha a che fare con la terra, con la nostra presenza materica e con l’impegno politico. Ci siamo incontrati in un universo sottile fatto di riferimenti antropologici e di muretti a secco, di simbologie cinematografiche e di riti magici, di rocce e di sale, di migrazioni e di radici. Il dialogo di tante parole assillate si è mescolato a silenzi brevissimi, assordanti e chiarificatori. La narrazione è sgorgata da sé, dalle fessure delle rocce, dal ritmo degli animali, dalle danze dell’aria. E noi l’abbiamo assecondata».

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