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Anche la musica latina ha un disperato bisogno di un Black Lives Matter

Le ingiustizie non riguardano solo gli artisti afroamericani. Un collettivo colombiano lavora per dare una scossa all'industria musicale. «Vuoi il cambiamento? Comincia dalle sale riunioni delle case discografiche»

Gloria "Goyo" Martinez con i ChocQuibTown

Foto: Alberto E. Tamargo/Sipa USA/AP Images

Gloria “Goyo” Martínez del trio hip hop ChocQuibTown pensava di passare l’estate promuovendo l’album ChocQuibHouse. E invece la cantante e autrice, 38 anni, ha trascorso gli ultimi due mesi nella sua casa di Bogotá organizzando un gruppo di artisti e lavoratori della musica chiamato Conciencia Collective messo in piedi per combattere il razzismo nell’industria discografica latina.

Anderson Arboleda era un uomo di colore che viveva nella regione colombiana di Cauca. Il 22 maggio, tre giorni prima dell’omicidio di George Floyd, è stato ucciso da un poliziotto. Stava portando il fratello minore a casa della madre quand’è stato fermato per aver violato la quarantena. «Anche in Colombia abbiamo i nostri George Floyd», dice Goyo. «Considero gli afroamericani fratelli, abbiamo storie simili. I colonialisti hanno portato a forza i miei antenati negli Stati Uniti, a Cuba, in Brazile, in Colombia. Com’è allora che molti latinos pensano che in America Latina non ci sia razzismo, che siamo tutti una sola razza mista?».

Mentre negli Stati Uniti montava la protesta accompagnata dallo slogan Black Lives Matter, in America Latina la risposta era più debile. La maggior parte degli abitanti si considera mestizo, ovvero un misto di ascendenze europea e indigena. Godono di ampia rappresentanza nella politica, nei media, nel mondo dell’intrattenimento. Se negli Stati Uniti circolava l’hashtag #BlackLivesMatter, da queste parti c’era #LatinoLivesMatter che non tiene conto dei 130 milioni di persone di colore che vivono in quei Paesi.

Secondo Goyo, i latini capiscono cos’è la discriminazione solo quando emigrano. La cantante viene da Chóco, una città della Colombia sull’Oceano Pacifico dove l’82% degli abitanti è di colore. Sono in gran parte discendenti degli schiavi africani portati degli spagnoli. Eppure i musicisti più ricchi e famosi della Colombia come Juanes, Maluma J Balvin e Shakira sono bianchi o mestizo.

I ChocQuibTown sono l’eccezione alla regola. Hanno vinto un Latin Grammy con De Done Vengo Yo che racconta la storia tormentata di Chóco, una città poverissima nonostante le risorse naturali, tra cui l’oro in abbondanza, per di più presa di mira da gruppi paramilitari e criminali. «Nel nostro Paese i leader delle comunità vengono ammazzati per aver difeso la loro terra e le loro famiglie», dice Goyo. «La gente non conosce la storia. Va educata».

È così che in giugno è nato il Conciencia Collective. La rete di oltre 100 artisti, uffici stampa e autori si è riunita inizialmente su WhatsApp per stabilire un modo per lavorare in modo solidale col movimento Black Lives Matter. Di recente gli sforzi si sono focalizzati sull’educazione dei fan via Instagram e YouTube, in una serie di video intitolati Conciencia Talk dove parlano star tra cui Kali Uchis e Jessie Reye, docenti universitari, politici, giornalisti.

«L’educazione è fondamentale per la comunità latina», dice Becky Gomez, meglio nota come Becky G. «Serve anche solo insegnare la differenza fra razzia ed etnia». La pop star, 23 anni, ha una storia di microaggressioni. Ma essendo una mestiza che vive a Los Angeles, ha capito che quello che ha subito non era razzismo, ma xenofobia. «Se al mercato con mia madre parlo spagnolo arriva una Karen [ovvero una bianca razzista] a dirmi: ehi, in America si parla inglese, torna da dove sei venuta. Mi è successo, eccome. Ma non ho mai temuto per la mia vita a causa del colore della pelle. Sono una latina… chiara. Una privilegiata».

Ángel M. Vera, a.k.a El Guru, è un giornalista di Boston fondatore del sito Rapetón. S’è fatto le ossa col rap a Carolína, Puerto Rico. Ora, a 33 anni d’età, documenta le scene locali hip hop, reggaeton, trap che negli ultimi anni sono diventate incredibilmente popolari. Ha anche un programma radiofonico in lingua spagnola su Apple Music, La Formula. La sua insomma è una storia di successo, eppure è convinto che l’industria musicale latina e gli stessi consumatori non offrano le stesse chance a banchi e neri.

«Gli artisti chiave nell’urbana sono Daddy Yankee, Wisin and Yandel, Bad Bunny, J Balvin. Hanno tutti la pelle chiara», dice. «Uno come Lunay ha la possibilità di diventare una superstar senza avere il talento che certi artisti di colore hanno». Vera ha un buon rapporto con tutti loro, sono i loro fan a scrivere commenti razzisti online. «I latini pensano che essere neri sia uno scherzo», dice. «Mi chiamano jodió negrito, negro del cazzo, come se il colore della pelle li infastidisse. Non capiscono che siamo parte di una stessa comunità. Quei cantanti hanno una piattaforma pazzesca in cui esprimersi. La dovrebbero usare per educare i loro fan».

Cristina Novo, ufficio stampa con una lunga esperienza alle spalle, è una delle fondatrici del collettivo. È convinta che il cambiamento in classifica e ai Latin Grammy inizi promuovendo la diversità all’interno delle etichette discografiche e fra i membri della Recording Academy. Prima di curare da indipendente gli interessi di Ozuna, Nicky Jam, Tainy e Anuel AA, Novo ha lavorato alla Motown e alla Republic. «Vuoi rappresentanza? Comincia dagli uffici dove si prendono le decisioni. E invece nelle sale meeting ci sono solo uomini bianchi».

Durante il Blackout Day, un giorno di riflessione che l’industria discografica s’è presa in giugno in memoria di George Floyd, Sony, Warner e Universal hanno destinato milioni di dollari a varie cause. In risposta alle critiche avanzate da Tyler, the Creator, che ai Grammy del 2020 ha detto che il termine urban è spesso usato per marginalizzare gli artisti neri, la Republic Records ha annunciato che non avrebbe più usato la parola per descrivere hip hop, rap e r&b. Anche la Recording Academy ha deciso di non usarla più per indicare una delle categorie dei Grammy, rimpiazzando Best Urban Contemporary Album con Best Progressive R&B Album.

Un gruppo di giornalisti ha proposto di eliminare il termine “urbano” anche dal linguaggio della musica latina, ma i membri del Conciencia Collective non sono convinti dell’efficacia di queste iniziative. Per Goyo sono interventi di facciata. «I generi servono a vendere un prodotto. È una gran perdita di tempo. Che il settore si occupi dei diritti umani, piuttosto».

Pochi mesi dopo l’inserimento da parte della Latin Recording Academy delle categorie hip hop, rap e reggaeton, il CEO Gabriel Abaroa si dice disposto a discutere più approfonditamente dell’uso dei generi. «Quando è stato adottato, il termine urban è stato discusso a lungo e non è emersa alcuna perplessità, forse perché in spagnolo e in portoghese la parola ha una connotazione diversa dall’inglese. “Urbano” indica semplicemente qualcosa che viene dalla città. Ma siamo sensibili all’argomento e ci ritroveremo per discutere ed eventualmente trovare soluzioni».

In futuro, i Conciencia Talk si occuperanno di brutalità della polizia, di elezioni, dei Latin Grammy che si terranno a metà novembre. Il Conciencia Collective spera di espandersi oltre YouTube istituendo borse di studio e tutoraggio per giovani artisti latini di colore. «L’obiettivo è ottenere uguaglianza e rispetto per la mia gente», dice Novo. «Non usateci solo quando vi serviamo. Rispettateci e cioè metteteci nelle condizioni di vincere, di guadagnare, di sopravvivere»

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.