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Anche in Italia abbiamo avuto lo yacht rock?

Produzioni patinate, melodie a presa rapida, temi adulti. Anche da noi c'è stata un'eco dello stile che negli Stati Uniti s'è imposto a fine anni '70, quando il Paese si metteva alle spalle la recessione

Alan Sorrenti nel 1978

Foto: Angelo Deligio/Mondadori Portfolio via Getty Images

Vi ricordate lo yacht rock degli anni ’70/80? Per intenderci si tratta di quel rock soffice e “adulto”, con venature funk/soul, fatto di arrangiamenti patinati che nelle radio FM accompagnavano l’era del riflusso dal collettivo all’individuale e che sarà molto presto lo specchio dell’edonismo reaganiano. È uno stile che evoca una tensione al successo, è musica da spiaggia californiana.

È  proprio nel sud della California che il genere prende piede come alternativa alle tendenze del periodo, quelle disco e punk in primis: produzioni patinate, melodie a presa rapida e soprattutto un desiderio di fuga dal qui e ora. I sogni di benessere non vengono intaccati in alcun modo dalla realtà e lo yacht rock sembra essere il perfetto sottofondo di questa illusione dorata. I principali esponenti del movimento hanno collezionato anche per questo motivo successi incredibili, gente come Christopher Cross, i Doobie Brothers, gli Steely Dan di Donald Fagen, i Toto di Africa, Kenny Loggins, ma anche gli Eagles e i Fleetwood Mac si sono cimentati in questo campo e la lista è ovviamente molto lunga. Il periodo storico che stiamo vivendo potrebbe portare a un revival globale di questo genere: visto il casino della società (tra guerre, siccità e altre sconcezze) quale modo migliore per estraniarsi dai mali del pianeta?

Volendolo analizzare storicamente, in Italia lo yacht rock è stato una cosa diversa, anche se tutto sommato quello che accadeva nel nostro Paese durante gli anni d’oro del secondo boom economico degli ’80 poteva apparire non molto diverso da quello che succedeva negli Stati Uniti. Quel miraggio che ci portava lontano dai pesantissimi anni di piombo l’abbiamo comunque vissuto anche noi dal punto di vista musicale, in quel limbo di passaggio in cui in Italia dalla disco music ci si approcciava alla new wave, verso una trasformazione dalla luce al buio fino all’alba che si confonde col tramonto (per parafrasare Churchill).

Tutto questo – a dimostrazione di un ritorno di fiamma – è documentato dalla recente compilation Paisà Got Soul, che fotografa quello che in Italia è stato un genere-non-genere. Se è vero che la compilation ricorda Napoli segreta, ovvero il recupero di perle dal sapore disco funk sconosciute ai più in quel caso concentrandosi sulla produzione partenopea, è vero anche che non esiste una vera scena yacht italiana: si tratta di esperimenti singoli e a volte isolati, tentativi di interpretare il suono che evoca spazi di evasione sterminati e la produzione patinata di Quincy Jones, dei Doobie Brothers o dei primi Hall & Oates.

Possiamo altresì pensare che lo yacht italiano sia prerogativa delle nostre vecchie glorie anni ’60. Nella raccolta troviamo ad esempio un grandissimo Peppino Di Capri con una Mo… sul filo del plagio di Off the Wall di Michael Jackson, ma pensiamo anche a Fred Bongusto, che ha sfornato parecchi disconi su quella lunghezza d’onda, a Little Tony con la celeberrima sigla del celeberrimo telefilm Love Boat, oppure alla Mina di Il mio canto sei tu. In Italia si è a volte  più vicini al city pop giapponese, che aveva sì fortissimi elementi soft e yacht rock, ma indulgeva massicciamente sulla fusion. È una questione di dettagli, trattandosi comunque di espressioni nate in seno a una ripresa economico-sociale ben precisa e nel segno di un netto americanismo di fondo.

Esponente di rilievo e forse prime mover italiano è Alan Sorrenti, che dalle prime prove sperimentali e prog in casa Harvest si sposta verso la disco e piano piano confluisce nel soft con naturalezza disarmante. Anche nel suo repertorio la bilancia pende più verso il ballo, ma il disco della svolta, l’arcinoto Figli delle stelle del 1977, è stato registrato proprio in California. E nell’album successivo a suonare sono proprio i Toto, la band yacht per antonomasia. In questo senso, probabilmente l’ album simbolo della sua svolta yacht è proprio il programmatico L.A. & N.Y. con la hit Tu sei l’unica donna per me. Non intercettando del tutto il cambiamento di stile verso la new wave, Sorrenti esaurirà la spinta creativa nel 1980 col colpo di reni Di notte, che nella sua nostalgia sembra già ricordo del ricordo musicale.

A parte Sorrenti, i migliori autori di questa corrente sono sconosciuti al pubblico e sovente anche agli addetti ai lavori. Ad esempio Barnaba (ovvero il milanese Victor Togliani, anche scultore, pubblicitario e autore di sigle per Canale 5) col suo Bianco e nero che è un lavoro perfettamente inquadrato in certe sonorità e il napoletano Mario Acquaviva, autore di una manciata di album cristallini e inattaccabili (tra l’altro tenendo a battesimo Faso degli Elii) e soprattutto dell’omonimo EP del 1983 che contiene la travolgente Notturno italiano. O ancora il Filipponio di Diventi amore, prima della svolta Italo di All’arrembaggio.

Sono molti gli yachter che scelgono la via dell’Italo, uno per tutti Stefano Pulga, tastierista che dai Flora Fauna Cemento (il gruppo in cui Mario Lavezzi ricopriva il ruolo di leader e che non a caso in Paisà Got Soul c’è una sua ghiotta versione di In alto mare) diventerà presto colonna portante dei Kano e dei Pink Project per poi fare parte – coi suoi soci di gruppo – della backing band dell’Edoardo Bennato rocker digital di Ok Italia.

Lo yacht rock in Italia è un limbo, una specie di isola temporale nella quale abbandonarsi, dimenticare ciò che è stato e rifugiarsi dalla realtà, addirittura evocando un genere fantasmatico che non c’è mai stato ma avremmo tanto voluto esistesse.

Ci rendiamo conto che prevedere un ritorno in auge in Italia di questo stile potrebbe sembrare fantascienza, ma all’estero, col movimento vaporwave e chillout, gran parte di esso è stato campionato, schiacciato, rallentato, effettato e infine sdoganato a partire da Oneohtrix Point Never e dal suo ultimo album Magic. In Italia è un terreno ancora da scoprire e per la sua inafferrabilità probabilmente ci regalerà qualcosa di nuovo, come quando stai per gettare via dei bauli in cantina che consideravi inutili, ma che improvvisamente catturano la tua attenzione grazie al loro coperchio dorato e aprendoli trovi un tesoro. Perché come scriveva Alan Sorrenti in Provaci, “non buttare via i tuoi sogni, un giorno si avvereranno e tu lo sai”.

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