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Anche dopo la morte di Taylor Hawkins, è possibile divertirsi vedendo ‘Studio 666’

Abbiamo visto il film dei Foo Fighters che sarà nei cinema italiani dal 23 al 29 giugno. È un riassunto cazzone dei luoghi comuni horror, ma anche un’ode al cameratismo e all’amicizia

Foto press

Chi poteva aspettarsi un film horror con protagonisti i Foo Fighters? Anzi no, riavvolgiamo un attimo il nastro. Perché abbiamo dovuto aspettare così tanto affinché la mente di quel super cazzone di Dave Grohl partorisse uno slasher basato su uno studio di registrazione infestato da demoni che lo obbligano a portare a termine un brano lasciato incompiuto da una band trucidata anni prima?

Sì perché, se pensiamo al substrato culturale che ha caratterizzato la sua infanzia, splendidamente messo nero su bianco nella sua autobiografia, è sempre stato maledettamente logico attendersi qualcosa del genere da Dave Grohl. Un immaginario fatto di film horror divorati uno dietro l’altro, fossero questi opera di maestri del cinema come Carpenter, Romero o Argento, oppure quei b-movie capaci di imprigionare la mente di Quentin Tarantino. E poi, se illustri colleghi come Rob Zombie e Glenn Danzig negli ultimi anni hanno passato più tempo dietro a una cinepresa che in studio di registrazione, perché non avrebbe dovuto tentare quella via anche lui, anche se non ne è il regista, ma solo la mente dietro alla storia narrata?

Studio 666 può essere visto come un compendio perfetto di tutto ciò che il cinema di genere ha partorito dalla fine degli anni ’70 a oggi. Nella pellicola ritroviamo infatti tutti i cliché che hanno reso iconici film come La casa di Sam Raimi (il libro maledetto, le possessioni, la casa isolata), così come Halloween o, soprattutto, Il Signore del male di John Carpenter. Il tutto in salsa rigorosamente Foo Fighters. Se torniamo per un attimo al paragone con Rob Zombie e Glenn Danzig, invece, potremmo dire che Studio 666 si pone esattamente a metà tra l’estetica dei due: volutamente iper citazionista, ma senza le velleità registiche e la malattia di Zombie, così come marcatamente granguignolesco al pari del cinema del cantante dei Misfits. L’unica differenza è che il film immaginato da Grohl durante le registrazioni a Encino di Medicine at Midnight è volutamente grottesco e parodistico, mentre quello di Danzig lo è solo suo malgrado.

Premesso ciò, Studio 666 non è un film pensato né per i fan tout court dei Foo Fighters, né tanto meno per i patiti di slasher horror, quelli che ricercano significati pseudo filosofici dietro a una serie di squartamenti o qualcosa capace di farli saltare sulla sedia. Possedendo solo uno dei due requisiti, il film finirebbe inevitabilmente per essere una delusione. Lo spettatore tipo di una pellicola del genere, infatti, oltre che essere dotato di un macabro senso dell’umorismo, non può che essere un fan di entrambi i mondi rappresentati. Forse anche per questo l’accoglienza americana è stata tiepida, perché non si è stati in grado di fondere alla perfezione i due elementi, cogliendone il fine cialtronesco. È come guardare il video di Love Dies Young e rimanerci male quando scopriamo che le protagoniste del nuoto sincronizzato sono i Foo Fighters in costume intero. Vuol dire non aver compreso in nessun modo l’estetica della band.

Va anche detto che un conto è assistere alla proiezione di Studio 666 e recensirlo prima della scomparsa di Taylor Hawkins e un altro è farlo ora. Inutile girarci intorno, le recensioni e i futuri risultati al botteghino saranno per forza di cose legati alla sua tragica scomparsa. Se però facciamo lo sforzo di guardare all’opera per quello che è, ovvero l’ennesima testimonianza tanto del cameratismo e dell’amicizia viscerale dei Foos che del loro essere profondamente cazzoni, ecco che allora riusciremo persino a ridere dell’uccisione di Taylor per mano del suo migliore amico senza scoppiare in lacrime.

Solo in questo modo possiamo goderci appieno una trama volutamente esile e ultra derivativa, così come le uccisioni e gli sbudellamenti (questi sì all’altezza dei maestri del genere) e la serie senza fine di what the fuck ed espressioni a metà tra il terrorizzato e il «pensa te chi cazzo avrebbe detto che avrei girato un film horror dopo aver suonato nei Germs e nei Nirvana» (piccolo spoiler: Pat Smear attore è da lacrime).

I Foo Fighters in ‘Studio 666’. Da sinistra, Nate Mendel, Rami Jaffee, Pat Smear, Taylor Hawkins, Chris Shiflett, Dave Grohl

Sarebbe stato bello, per mettere ancora più carne al fuoco, che uno tra Alice Cooper o Iggy Pop avesse preso parte all’opera, così come è impossibile non sognare per tutta la durata del film che, prima o poi, faccia capolino il buon vecchio Lemmy Kilmister vestito da nazista psicopatico. D’altra parte, però, non si può avere tutto dalla vita. Certo è che dovremo sempre ringraziare Grohl per essere riuscito a commissionare un tema musicale originale a Carpenter e, soprattutto, per aver fatto recitare nella stessa pellicola Kerry King degli Slayer e Lionel Richie.

Infine, c’è qualcosa di estremamente poetico nel fatto che siano proprio Grohl e Hawkins a portare a termine il brano richiesto dalle figure demoniache, con Dave ormai completamente posseduto che incita il compagno a concludere la sua parte di batteria dicendogli: «Dai fratello, siamo due batteristi, parliamo la stessa lingua». Quello sì, lo ammetto, una lacrima me l’ha fatta scendere.

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