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‘America’ è un dramma di 12 minuti in cui Sufjan Stevens perde la fede

Il cantautore più importante della sua generazione torna con una canzone potente e allo stesso tempo fragile: "Non fare a me quello che hai fatto all’America". Il nuovo album 'The Ascension' uscirà il 25 settembre

Sufjan Stevens

«Questa è una canzone di protesta contro la malattia da cui è affetta cultura americana», ha detto Sufjan Stevens di America, il primo estratto dal nuovo album The Ascension. «Quando l’ho scritta ero perplesso. Mi sembrava meschina, lontana anni luce da tutto il resto di Carrie & Lowell, quindi l’ho messa da parte. Qualche anno dopo, quando ho ripreso in mano la demo, la sua prescienza mi ha scioccato. Non potevo più considerarla rabbiosa o superficiale. Quella canzone parlava di qualcosa di profetico, aveva una verità che all’epoca non riuscivo a identificare. È così che ho capito cosa avrei dovuto fare».

America è una canzone su una crisi di fede. Si apre con un leggero crescendo di sintetizzatori e batteria elettronica. I suoni si ripetono avvolti dal delay, come se fossero registrati in una enorme stanza vuota e bianca, e la voce fragile di Stevens, affogata nel riverbero, dice: “È amore quello che stai cercando? Un segno del diluvio o un altro disastro. Non fare a me quello che hai fatto all’America. Ti ho amato, ho sofferto, mi vergogno ad ammettere che non credo più. Non fare a me quello che hai fatto all’America”.

Il testo sembra anticipare un post che Stevens ha scritto durante i primi mesi della presidenza Trump, uno dei “friendly reminder” pubblicati sul suo profilo Tumblr. «Non potete giurare fedeltà a uno Stato e alla sua bandiera nel nome di Dio, perché Dio non ha confini politici. Dio è amore, fine. Dio è universale, senza nome, senza volto e senza fedeltà a nient’altro che non sia l’amore. Il concetto di nazione cristiana è assolutamente eretico», scriveva Sufjan alla fine del 2017. «Credere significa amare i propri vicini e i propri nemici, servire i poveri, dare via tutto e mettersi all’ultimo posto. Questo va contro tutto quello che il mondo vi ha insegnato, va contro il vostro istinto, e certamente contro tutte le leggi sulla libera impresa e gli interessi delle aziende. Il denaro, il potere e i governi sono falsi dei».

Nonostante duri più di 12 minuti, America è tutta impostata su un singolo blocco melodico, che si gonfia e si sgonfia fino al break post rock minimale che precede il crescendo al centro del pezzo. Poi l’arrangiamento, che ricorda le atmosfere di The Age of Adz, si spegne e resta la voce distorta di Stevens, che lascia subito spazio a una lunga coda per organo e sintetizzatori. È un brano potente, intenso, caotico e fragile. Il testo è ricco di immagini religiose, come spesso succede nei brani di Sufjan Stevens: una colomba che arriva come “una visione della paranoia”, il pane spezzato “per una macchina splendente”. Nel finale, il cantautore dice che troverà la sua strada “come un Giuda rovente. Sono la fortuna, sono libero, sono come una febbre di luce nella terra delle opportunità”.

Il rapporto conflittuale di Sufjan Stevens con la religione è uno degli aspetti più affascinanti del suo modo di scrivere (non è un caso che la rete sia piena di articoli e post con titoli come “Sufjan Stevens mi ha aiutato a capire Dio”, “La spiritualità e la sessualità della musica di Sufjan Stevens”, “La fede lirica di Sufjan Stevens”, “Sufjan Stevens sovverte gli stereotipi sulla musica cristiana”), e America non è certo la prima canzone in cui mette in discussione quello in cui crede. In Casimir Pulaski Day racconta la storia di un’amica a cui è stato diagnosticato il cancro alle ossa, e soffre perché sente che ogni preghiera sembra inutile. “Al catechismo di martedì sera abbiamo sollevato le mani e pregato sul tuo corpo, ma non succede mai niente”, dice nel testo. Poi il finale: “Tutta la gloria che il Signore ci ha dato, e le complicazioni quando vedo la sua faccia nella finestra. Tutta la gloria quando prese il nostro posto, quando ha preso le mie spalle e mi ha preso a schiaffi, e tutto quello che si porta via, si porta via, si porta via”. In Drawn to the Blood, un pezzo dall’ultimo Carrie & Lowell, si chiede, frustrato dal dolore per la morte della madre, “che cosa ho fatto per meritarmi questo? La mia preghiera è sempre stata d’amore”.

Questa volta, nonostante il pezzo non parli direttamente di attualità, questi dubbi sembrano avere radici più politiche, e non è un caso che un pezzo intitolato America esca un giorno prima dalla festa dell’indipendenza. Sarà anche interessante capire perché un disco intitolato The Ascension si chiuda così, con quella frase ripetuta e quei suoni spettrali. Per ora, dobbiamo accontentarci di quello che ha detto Stevens, che ha definito America il «modello tematico» di tutto il disco. «Il mio obiettivo era semplice: interrogare il mondo che mi circonda. Mettere in discussione tutto quello che non regge, eliminare le stronzate. Diventate parte della soluzione o fatevi da parte».

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