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Alicia Keys ha scritto un disco e un libro per imparare ad accettarsi

'Alicia' non è un album perfetto, ma è un manifesto di libertà. E unitamente alla biografia 'More Myself' mostra anche la parte più vulnerabile e irrazionale della cantante

Alicia Keys

Foto: Milan Zrnic

Nel suo libro More Myself, pubblicato qualche mese fa e per ora disponibile solo in versione originale, Alicia Keys – tradizionalmente una persona molto riservata sulla sua vita privata e sul suo processo creativo – si sbottona finalmente su parecchi argomenti che non aveva mai affrontato nelle numerose interviste rilasciate finora. Parla ad esempio del rapporto tormentato con suo padre, afroamericano, con cui la madre (bianca e di origini italiane) l’ha concepita durante una storia di una notte, prima che l’uomo di fatto sparisse dalle loro vite. Ammette per la prima volta la sua lunghissima relazione con Kerry Krucial, il produttore dei suoi primi tre album, iniziata quando lei aveva solo 15 anni e lui 25. Spiega come un lungo viaggio solitario in Egitto, risalendo lungo il Nilo fino alle sue sorgenti, l’ha salvata da una profonda crisi personale in cui aveva letteralmente perso la voce, e che l’esperienza l’ha segnata talmente nel profondo da spingerla a battezzare il suo primo figlio Egypt. Racconta come il rapporto con il marito, il super-produttore Swizz Beatz, l’abbia cambiata in meglio, come artista e come donna. Ribadisce il suo impegno in molte cause che le stanno a cuore, come la lotta all’Aids, la promozione della cultura nera e dei diritti civili, il movimento #NoMakeUp. Il ritratto che ne emerge è quello di una Alicia estremamente libera, lontana anni luce dagli stereotipi dello star system: non è più intenzionata ad essere semplicemente un prodotto discografico o una cantante di successo a tutti i costi, ma vuole avere il controllo a 360° della sua vita, della sua musica, della sua creatività e della sua immagine, senza piegarsi a compromessi che già da anni cominciavano ad andarle stretti.

More Myself era stato immaginato per precedere di un paio di settimane il suo nuovo album, intitolato semplicemente Alicia: l’uscita era prevista in origine a marzo ma, come molti altri dischi, è stato rimandato ed è stato pubblicato solo venerdì scorso. Nell’ultimo capitolo del libro spiega proprio la genesi del progetto, ed è stato strano leggere le sue parole mesi prima di poterlo effettivamente ascoltare. La cosa curiosa è che pare che una delle ispirazioni maggiori sia arrivata da una frase detta quasi casualmente dal marito, qualche mese fa, che le faceva notare che, se sottolinea spesso pubblicamente le sue radici nere, tende a non dare altrettanta importanza alla sua metà italiana. Con questo lavoro, quindi, ha spiegato, avrebbe cercato di esplorare ognuno dei lati della sua musica e della sua personalità.

«Per molto tempo ho cercato di non mostrare proprio tutto di me. Ero più incline a rivelare l’Alicia razionale, zen, calma, piuttosto che quella pazza, sclerata, con il sangue alla testa, che urla e non ha tutto sotto controllo», chiosava. «Sono forte, fiera e coraggiosa, certo. Ma sono anche quella che ogni tanto si ritrova seduta sul pavimento del bagno a singhiozzare e a sentirsi vulnerabile. Sono anche la donna che a volte non sa come risollevarsi e fare il passo successivo. Quest’album, e questa vita, consiste proprio nell’accettare ogni parte di me, ogni contraddizione».

Il risultato non corrisponde al 100% a quello che stiamo ascoltando in questo momento, probabilmente, perché sembra abbastanza chiaro che alcune canzoni sono state rielaborate in corso d’opera (stando al libro il brano con Khalid, So Done, doveva contenere anche una collaborazione con Childish Gambino, che è misteriosamente scomparso dai crediti) e altre aggiunte (ad esempio Good Job, dedicata ai medici e ai lavoratori essenziali che si sono prodigati per la collettività durante la pandemia). Anche sul lato dell’italianità siamo abbastanza carenti, ma quello non è necessariamente un difetto, anzi: Alicia esprime soprattutto molti degli aspetti più interessanti della black music contemporanea, e lo fa in chiave minimal e intimista. Niente vocalizzi spettacolari e ritornelli a pieni polmoni, niente arrangiamenti esuberanti e produzioni iper-stratificate, e soprattutto niente nomi di richiamo, ma featuring di nicchia, attenti e ben studiati: gli unici artisti già molto noti anche in ambito mainstream sono Khalid e Miguel, mentre gli altri personaggi coinvolti fanno brillare gli occhi agli amanti dell’underground di qualità. La star della Tanzania Diamond Platnumz, che arricchisce la deliziosa e vagamente caraibica Wasted Energy; il golden boy inglese dell’R&B Sampha, che accompagna la sommessa e delicata 3 Hour Drive; la fenomenale rapper e visual artist Tierra Whack, che arricchisce l’altrettanto fenomenale Me x 7; la cantante persiano-svedese Snoh Aalegra, ottima controparte per la ballata You Save Me; e soprattutto Jill Scott, una leggenda del neo soul e della slam poetry che è sempre rimasta una cantante per veri cultori e ora emerge in tutta la sua gloria in un brano che porta proprio il suo nome, Jill Scott, e la sua inconfondibile cifra.

Paradossalmente, le collaborazioni più sbandierate sono forse quelle un po’ meno riuscite dell’intero disco, nonché quelle scelte come singoli: Underdog, il primo a essere pubblicato prima della pandemia, è stato scritto con Ed Sheeran ed è decisamente troppo pop per le sue corde, e Love Looks Better, che è firmata con il frontman degli One Republic Ryan Tedder ed è troppo confezionata per suonare davvero autentica. Molto riusciti invece i testi, che spesso dietro “banali” canzoni d’amore nascondono messaggi universali di libertà e auto-accettazione, proprio come anticipato dalla diretta interessata nel libro. Una menzione d’onore va anche alla struggente Perfect Way to Die, una delle ultime aggiunte al progetto, scritta dopo la straziante morte di George Floyd per mano delle forze dell’ordine, e dedicata alle vittime della brutalità della polizia americana: è l’unico brano in cui la voce di Alicia Keys si esprime in tutta la sua potenza, ed è davvero difficile arrivare alla fine della traccia senza versare una lacrima.

Insomma, Alicia non è forse l’album migliore che la Keys abbia mai pubblicato, o comunque non è il più coeso e coerente: alcuni brani potevano essere scartati dalla tracklist, altri potevano essere arrangiati in maniera diversa o riservati a momenti diversi. Ma è un disco all’insegna della libertà e della varietà, e questo è quello che conta. Per non parlare del fatto che probabilmente il suo album migliore non l’ha ancora scritto.

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