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Alan White era il batterista perfetto per gli Yes

Omaggio al musicista scomparso ieri: era inventivo, intensamente rock, faceva sembrare facili anche le musiche più complesse. Non ci metteva solo la tecnica, ma anche il “sangue”

Alan White dal vivo con gli Yes nel 1972

Foto: Michael Putland/Getty Images

Dopo una breve malattia, è morto ieri Alan White. La notizia mi ha fatto pensare una cosa che stupirà (o inorridirà) molti Yes-fan: per quanto reputi Bill Bruford un dio nel suo strumento e non intenda minimamente sottovalutare le sue grandissime invenzioni ritmiche, ho sempre avuto un debole per il drumming di Alan White che per me è stato il batterista perfetto per gli Yes.

Quando, nel 1972, raggiunge il gruppo orfano di Bruford, White non è certo un novellino: suona il pianoforte dall’età di 6 anni e a 13 si è innamorato perdutamente della batteria. Da quel momento le esperienze non si contano, fino a essere reclutato nientemeno che da John Lennon che gli offre di unirsi alla sua Plastic Ono Band e lo fa suonare nel suo brano più ricordato: Imagine.

Alan è quindi un session man di lusso che però quando sente che gli Yes hanno perso il loro batterista originario non ci pensa due volte, molla Joe Cocker con il quale è in tour e si presenta. Il tipo piace immediatamente a Jon Anderson, Chris Squire & co. che hanno anche una discreta fretta: da lì a pochissimo c’è infatti da imbarcarsi in un tour statunitense per consolidare il successo di Close to the Edge. In soli tre giorni White è costretto a imparare tutto il repertorio concertistico della band, non certo semplici brani in 4/4 ma autentici tour de force ritmicamente assai complessi, come Close to the Edge o Heart of the Sunrise. White non si fa intimidire dalla sfida, in quel brevissimo lasso di tempo impara tutto quello che c’è da imparare e parte per gli Stati Uniti. In realtà il suo ingaggio è per il momento una prova per tre mesi, se poi piacerà diventerà un membro effettivo della band. Risultato: Alan White suona su tutti gli album degli Yes, dal 1973 ai giorni nostri.

Perché a mio avviso White è stato il giusto batterista per gli Yes? Semplice, perché Bruford non era abbastanza rock. Si sentiva che il suo grande amore era il jazz. In ciò che ha fatto, con maestria assoluta, c’era quel tipo di espressione, tantissima tecnica, perfezionismo a tratti un poco schematico, un modo originale di picchiare sulle pelli nel quale però mancava forse un po’ il sangue. Sangue che invece Bruford tirerà fuori alla grande quando, nel biennio 1973-74, entrerà nei King Crimson. Ecco, quando sentii per la prima volta Alan White mi accorsi che aveva il giusto tiro rock, che ci metteva la tecnica ma anche un gran sentimento, con lui anche i pezzi originariamente suonati da Bill rinascevano a nuova e più passionale vita. Lo si può sentire sul triplo live Yessongs, con gli Yes così convinti del loro nuovo musicista da immortalarlo in un live dove suona quasi tutto quello che suonava Bruford, quasi un gesto di sberleffo nei confronti del transfuga. Nel giro di due anni arrivano poi il colossale Tales from Topographic Ocean e lo sperimentale Relayer, e lì White ha modo di tirare fuori tutta la sua creatività in una selva inventiva di tempi e controtempi, oltre che nell’uso di percussioni della più svariata risma.

Il talento più esplosivo di White lo si può saggiare totalmente in Awaken. La suite tratta da Going for the One è un vero saggio delle capacità del batterista alle prese nella prima parte con un ritmo spezzato tutt’altro che ordinario. La propulsione però non è mai forzata, è inconsueta ma allo stesso tempo intensamente rock. In sottofondo poi un gran numero di percussioni arricchisce la trama del brano in un incredibile mix di prog e arabeschi etnici. Superata la sospesa perte centrale, sul terzo movimento White apre il tempo rendendo arioso un qualcosa di assai complesso ritmicamente che però risulta più “facile” all’ascolto di quello che in realtà è. Questa capacità di rendere fluidi e “caldi” brani di grande difficoltà è stata una delle doti principali del batterista.

Alan White non è stato solo un grande quando si è trattato di suonare prog: durante un periodo di sbandamento degli Yes mette su con Squire e Jimmy Page gli XYZ, che virano verso il rock tout court. White qui si re-impossessa delle sue radici, cosa che tornerà utile quando, nel 1983, una rinnovata versione degli Yes, con Trevor Rabin alla chitarra, darà vita alla hit Owner of a Lonely Heart e al relativo album sbanca-classifiche 90125. Qui gli schemi ritmici di White si fanno più quadrati e assorbono anche una positiva influenza new wave che egli fonde con le invenzioni prog. Lo si può ben ascoltare nel suddetto singolo, che tira dritto come un treno ma si concede alcuni flash ritmici che fanno aumentare il tasso di dinamismo.

Il suo gusto ha innervato in maniera potente i classici e le nuove creazioni fino a un paio di anni fa, quando problemi di salute lo hanno costretto a un affiancamento con il batterista Jay Schellen che adesso prenderà il suo posto. Gli Yes restano quindi fedeli alla loro filosofia, per la quale chiunque è sostituibile, basta portare avanti la missione musicale della band. Dopo la perdita di un colosso come Chris Squire molti però si sono chiesti se valesse la pena continuare. Con la morte del batterista, Steve Howe è l’unico membro storico (benché non fondatore). Schellen sarà sicuramente all’altezza, ma davvero la creatività di Alan White potrà essere così facilmente sostituita?

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